Trap e società: Come ti “trappo” l’Italia

Insieme ai grandi marchi e al cibo spazzatura, dagli States approdano anche usanze, mode e tendenze. Tra le tante, un sottogenere della musica Rap, originario tra la fine dei ’90 e gli inizi del 2000. Il Trap. Una musica che vede luce nelle “Trap Houses”, case abbandonate nel sud degli Stati Uniti adibite a zone di produzione e commercio di stupefacenti.

Questo genere sembra (almeno agli albori) avere l’intento di denunciare situazioni di disagio sociale e ostentare desideri di lusso e ricchezza. Un rap più “moderno”, direbbero alcuni.

Solamente dopo il suo arrivo in Europa si può rinvenire quello che è un vero e proprio processo di “plasmazione” del genere alla cultura a noi più vicina. Questo infatti, a partire dal 2016 circa, esplode tra le tendenze degli italiani, perdendo però molto di quello che possedeva alle sue origini.
Questo genere vede subito perdere il suo aspetto più politicizzato, a discapito di quello che tende a manifestare sogni e desideri.

Il (o la) Trap, sin dalla sua entrata nel Belpaese, smette di rappresentare la società americana, cominciando a rivolgersi agli italiani, specie a giovani e giovanissimi.
Vediamo infatti come questa musica tenda a riprodurre, anche tramite i suoi suoni, quella che è una costante per noi giovani: un estremo bisogno di spensieratezza, istinto all’alienazione sociale e, per molti, un forte senso di svogliatezza.

Insomma, lo specchio di una società che tende sempre di più a rinchiudersi in se stessa cercando, utilitaristicamente, di far tesoro di ciò che gli rimane più comodo.
Una musica che fatica a uscire, ma che vorrebbe parlare a tutti, senza sforzarsi troppo di farsi capire.

Nota molto importante e molto ricorrente, specie nei video, è l’attuale bisogno di liberarsi degli stereotipi di genere. In questi ultimi tempi, si può notare come i maschi non temano minimamente di presentarsi con atteggiamenti più “tipicamente femminili”, totalmente noncuranti delle interpretazioni che il grande pubblico potrebbe dare di quest’ultimi, giudicandoli da come si muovono e da quello che indossano.
Parrebbe sembrino portare con loro lo stendardo di una generazione che comincia un po’ a fregarsene di quelle che sono le vecchie etichette di genere hanno sempre imposto.

Tra i più famosi emergenti di questo genere vediamo Ghali, un giovane di origini tunisine che proprio ieri, in occasione della giornata della memoria, esce con un nuovo singolo: Cara Italia.
Un canto contro il razzismo e contro gli stereotipi che molto spesso si hanno nei confronti degli stranieri, il quale spiega che “quando mi dicono: a casa. Rispondo: sono già qua”, dando contro a un luogo comune che, troppo spesso, vede ragazzi originari di altri luoghi come “incapaci di essere” italiani, anche dopo esser cresciuti (o, a volte nati) nel Paese.

Caratteristica da non sottovalutare (presente nella sua canzone, ma anche in molte altre) è l’utilizzo ricorrente di termini relegati ai social, al mondo delle droghe e a quello degli affari. Un linguaggio diretto, che sembra non preoccuparsi più di ciò che è politically correct, che punta dritto al messaggio finaleUn elogio all’Italia e, soprattutto, al multiculturalismo.

Infine, un tratto ricorrente in molti dei testi, specie in quelli più famosi, è quello del bisogno di parlare dei propri sogni: desideri economici, affettivi e di successo personale diventano infatti un nuovo modo per “denunciare” in maniera molto velata quella che è una tendenza comune.
Un forte bisogno di sentirsi realizzati, di smettere di parlare dei problemi guardando solo al futuro. Ascoltando i testi sembra quasi che la classica dicotomia “problemi” e “successo” sia stata totalmente accantonata, come se si volesse rappresentare la strada per il successo come un qualcosa da raggiungere a tutti i costi, o comunque sprezzanti degli intoppi.

Dunque, una musica giovane che parla ai giovani. Un genere che li rappresenta in molte sfaccettature e che porta con sé messaggi di pace e amicizia. Un ruolo molto diverso da quello che ha avuto sinora il classico Rap, ricolmo di buone aspettative e che difficilmente si ferma a ragionare alle conseguenze delle proprie azioni.

È come se questa nuova musica stesse cercando di liberarsi da moltissimi di quei costrutti sociologici denunciandone (in maniera totalmente implicita) il peso.
Una musica che manifesta bisogno di benessere, ostentando benessere.

 

Sull’Autore

Viterbo 1996, ma già in fila alle poste per tentare di ricevere la pensione. Attualmente vivo a Bologna, città dove studio Antropologia e mi occupo di cose che interessano a circa quattro gatti, argomenti per i quali rischio il linciaggio quasi ogni giorno. Avete tutto il diritto di odiarmi, ma per favore fatelo almeno quanto me.

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