La tolleranza dell’intolleranza: il fascismo all’ombra della Repubblica

Il fascismo non è una mezza misura, né quando lo si applica né quando se ne parla. Alcuni lo santificano a suon di slogan e saluti romani. Altri invece non vogliono proprio parlarne: per loro è un tragico errore e il solo rievocarlo è una bestemmia. Insomma, spesso e volentieri tra le mezze verità che si sentono sul fascismo e la sua complessa natura si erge un muro di incondizionato fanatismo e irriducibile opposizione. Fortunatamente la Repubblica Italiana non si regge sulle mezze verità, ma su una Costituzione che, al netto di disapplicazioni e revisioni, è solidamente antifascista. O forse no?

Leggendo la prima parte della Costituzione, quella dedicata ai diritti e ai doveri, nessuno potrebbe mai avere dubbi sulla sua natura antifascista. Tutte quelle libertà che il Ventennio aveva ottusamente negato sono dichiarate in maniera cristallina. Un tripudio di possibilità reso possibile dai tanti colori politici che popolarono la Costituente, uniti dalla volontà di scongiurare il pericolo che il fascismo si ripresentasse alle porte dell’Italia.

La Costituzione Italiana fu approvata dall’Assemblea Costituente il 22 Dicembre 1947. Entrò in vigore il 1° Gennaio 1948.

Però una cosa è dire “I tuoi bellissimi diritti sono questi”, un’altra invece è dire “I tuoi bellissimi diritti sono questi, prima non c’erano”. In sostanza agli Italiani, adorabile popolo di smemorati, bisogna far capire senza giri di parole che con Mussolini non ci si poteva esprimere liberamente, né tantomeno votare chi si voleva. Sarebbe quindi plausibile trovare nella Costituzione un “divieto di fascismo” o qualcosa del genere. E invece no: il fascismo è citato solo nella XII disposizione transitoria, che recita laconicamente «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».

I motivi per cui una Costituzione antifascista non parli quasi per nulla del fascismo vanno ricercati nel clima politico dell’Italia dei primissimi anni cinquanta. La Democrazia Cristiana allora era assediata ideologicamente da forze anti-sistema. L’allora premier Alcide De Gasperi incaricò quindi una commissione di aggiornare la legislazione sulla sicurezza pubblica. Il problema era che, in un paese per metà comunista, qualsiasi norma anti-PCI avrebbe avuto ripercussioni catastrofiche. Si preferì quindi da un lato non penalizzare nessuna forza politica, dall’altro creare un monito “simbolico” contro la preda più facile: il fascismo.

Il risultato fu la legge 20 giugno 1952, n. 645detta Legge Scelba, che sanzionava chiunque promuovesse od organizzasse sotto qualsiasi forma un’associazione con le caratteristiche e finalità del disciolto partito fascista. La stessa legge inoltre istituiva il reato di apologia, punendo chi esaltasse in qualsiasi modo principi o metodi propri del fascismo. Come già detto, questa legge fu più simbolica che altro: la dicitura “disciolto partito” rendeva il provvedimento una sorta di “monito storico”, e il fatto che questa non fu mai applicata seriamente, nemmeno al fascistissimo Movimento Sociale Italiano, ne è la conferma.

Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano dal 1947 al 1950 e dal 1969 al 1987

In realtà la morbidezza del nostro ordinamento verso il fascismo non stupisce più di tanto. Si potrà mai infatti pretendere da una Costituzione che garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, anche eversivo (art.21), e quella di formare qualsiasi tipo di associazione (art.18), un atteggiamento -per quanto giustificato- contrario ai propri valori? Il paradosso non sta tanto nella noncuranza dei suoi valori antifascisti, ma proprio in quest’ultimi. Tollerando l’intolleranza da un lato ci si eleva rispetto a quest’ultima, dall’altro si permette alla contraddizione di ingrandirsi fino a esplodere.

Di contraddizioni l’Italia ne conosce tante sotto questo punto di vista. La più eclatante è quella del Movimento Fascismo e Libertà, nato nel 1991 da una costola del MSI. Se CasaPound e Forza Nuova possono schermirsi (inutilmente) dalle accuse di apologia riparandosi sotto il semplice nazionalismo, tanto caro a noi Italiani, nel caso del Movimento di Giorgio Pisanò non ci sono scuse. Difficile per un partito dire di non essere fascista, o negare di far propaganda in quel senso, quando ce l’hai scritto nel nome. 

Ma dei tanti processi intentati al Movimento nemmeno uno si è concluso con una condanna. Questo perché la Legge Scelba stabilisce che si ha ricostituzione del PNF quando un partito abbia un programma politico atto a togliere la libertà. E, dato che il MFL ha tra i suoi scopi l’instaurazione di una repubblica presidenziale bicamerale, non risponde ai requisiti precedentemente elencati. Poco importa se il Movimento sia iscritto all’internazionale neonazista o proponga un ritorno al corporativismo. No, il Movimento Fascismo e Libertà non è un partito fascista. 

Manifesto contro l’immigrazione di Forza Nuova a confronto con propaganda fascista

La questione ha del ridicolo, ma non per questo è da sottovalutare. Infatti persino una buona legge come quella del 25 giugno 1993, n. 205 (Legge Mancino), contro i crimini d’odio e le relative organizzazioni, non riesce a farsi valere contro una chiara violazione dei valori del nostro ordinamento. Questa debolezza strutturale, oltre ad essere implicita nelle garanzie della Costituzione, ha origine proprio nelle pieghe dell’antifascismo e nella sua banalizzazione del fascismo.

Questa banalizzazione è una reductio ad hitlerum del fascismo, che sposta il focus dal core dell’ideologia ai suoi aspetti più truculenti e inflazionati. In quest’ottica il saluto romano diventa tutto e il corporativismo fascista nulla; le leggi razziali diventano la norma e la militarizzazione di ogni aspetto della società una cosa secondaria. Così facendo il fascismo è diventato più uno state of mind che una reale proposta politica. Un nemico incorporeo contro cui l’antifascismo può solo colpire a casaccio, tacciando di fascismo qualunque cosa sconfini dal dogma imperante.

Fino agli anni ’80 la cultura antifascista rifiutò qualsiasi indagine sul Ventennio che deviasse anche di poco da un semplice assunto: il fascismo è solo un errore. Un’ignoranza deliberata che ha permesso al fascismo di sopravvivere a se stesso, paradossalmente tutelato dalle libertà costituzionali. I tedeschi questo problema lo superarono “armando” la repubblica, cioè proibendo qualsiasi organizzazione antisistema e contro l’ordinamento. Un provvedimento di certo radicale, ma che garantì alla Germania una società quasi del tutto fascist-free.

L’ideologia fascista in Italia invece, in un modo nell’altro, è sopravvissuta all’ombra dell’antifascismo. Di chi è la colpa? Della Costituzione? Dell’antifascismo testardo e indifferente? Degli italiani? Forse non lo sapremo mai, forse già lo sappiamo. Interrogarsi sul passato è compito degli storici, e lo è anche tramandare ai popoli la verità e sensibilizzarli sugli errori da non ripetere. Ma a giudicare dai rigurgiti razzisti e dall’intolleranza diffusa viene da chiedersi se non ci sia ancora molto lavoro da fare.

Se pensi invece che il fascismo sia solo un ricordo lontano leggi l’articolo di Gianandrea Ferrara su Mangiatori di Cervello

Sull’Autore

Molisano bolognese, storico in erba e polemico introverso. Esperto di aria fritta e politica, ama i giri in autobus senza meta e i calzini colorati.

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