Il ritorno della violenza politica?

Non serve aver studiato sociologia per capirlo. Non sono i social network a generare dal nulla manifestazioni virulente di sfoghi e odio più o meno collettivo, semmai sono dei catalizzatori di violenza, un contenitore di opinione pubblica, quasi come, al mare, quel grosso secchiello dove da piccoli mettevamo insieme granchi e pesciolini per vedere cosa succedesse.

                    Altan, vignetta da: espresso.repubblica.it, Gennaio 2018.

Eppure, complice la campagna elettorale con l’annesso funesto momento di riscrittura delle identità politiche e partitiche, ho percepito una differenza nei giri di parole televisivi e mediatici, un tono diverso eppure già sentito. Come un deja vu.

Da un lato infatti c’è l’eterna riproposizione dei soliti schemi:

  1. il governo (leggi PD) vanta e millanta gli interventi svolti accusando le altre forze di essere detrattori e  trivellatori;
  2. l’opposizione (leggi M5S) protesta per la poca efficacia dell’azione svolta e accusa di corruzione e malaffare i principali esponenti di governo;
  3. i conservatori (leggi FI) invocano il buon senso per evitare la deriva delle posizioni forti e radicali dell’opposizione.

La solfa – per chi è almeno un po’ pratico della storia dell’Italia repubblicana – è nota. Come non vedere, infatti, la somiglianza puntuale con altre fasi dello scontro politico in Italia?

Pensiamo alla Seconda Repubblica. Tutta la lettura politica che si può intavolare può essere, con una buona approssimazione, brutalizzata in un duello mortale tra la coalizione di centro-destra e quella di centro-sinistra, con il correlato fluire incessante di accuse di corruzione e illegalità, da un lato, e di incapacità e debolezza, dall’altro. Caratteristica di un certo bipolarismo de facto sono attacchi personali, grandi partiti e uno scontro ideologicamente mediocre tra concezioni politiche potenzialmente non così dissimili. Vi suona familiare?

                                     Ellekappa, in “la Repubblica”, 14/11/2017

Faccio un ulteriore salto. Prima Repubblica. Altre somiglianze compaiono, ma su aspetti e con modalità differenti. Innanzitutto ci sono tre “gambe”, tre grandi “contendenti” con un ampio bacino elettorale e apparentemente non apparentabili. La lotta è feroce, l’ideologia del partito avversario esclude categoricamente quella del nostro, non è possibile non schierarsi, non si intravedono punti di contatto se non accettando grandi compromessi da una parte o dall’altra.

Le parti sono in continuo fermento per “aggiornare” la loro visione del mondo – o, meglio, per aggiornare il mondo alla loro visione – e la violenza politica è all’ordine del giorno, da tutte le parti. Nei bar, in TV, sui giornali e nei libri, in università e nelle scuole, nei negozi e nelle stazioni, in ogni piazza d’Italia.

Sia chiaro però: lungi da me è paragonare un terrorista a un’opinionista di un talk show pomeridiano.

Ma, vivendo le prime fasi della Terza Repubblica, credo non possa non saltare a un’occhio attento l’impressione che, come se la storia della politica italiana si muovesse per un’interna dialettica,  il dibattito italiano abbia preso spunti dalla Prima e dalla Seconda Repubblica, ereditando una malsana propensione per la violenza politica, appunto.

                                                      Altan, ivi.

La relativa limitatezza dei miei studi non mi permette di dire se tale propensione sia un fil rouge della storia delle democrazie occidentali o se sia una peculiarità nazionale. Ciò però non diminuisce la portata dell’attitudine, della violenza stessa.

Perché come violenza dialettica si sovraccarica sia di quella moralistica e personale – che abbiamo visto essere trama portante della politica del periodo bipolarista – sia di quella ideologica, razionale, totalitaria – che ha connotato, a fasi alterne, i primi 40 anni di storia repubblicana.

E di questa tendenza il lessico dell’opinione pubblica è uno specchio eccezionale.

Andiamo nell’Italia del secondo dopoguerra. Tra i vecchi e nuovi esponenti dell’egemonica sinistra, un termine, anzi, un’offesa fa il suo exploit : “fascista”. Fascista è tutta la classe dirigente e tutta la DC, fascisti sono i “baroni” delle Università, fascisti sotto copertura sono gli americani e fasciste le istituzioni europee, fascisti in divisa le forze dell’ordine, fascisti sono persino alcuni oggetti di uso comune. Un’originale – seppur opinabile – osservazione di T. Adorno diventa così, alimentata certo dal vissuto e dalla storia del nostro Paese, l’accusa più ripetuta e inflazionata mai conosciuta.

Ma diventa soprattutto un’offesa formale, un sospetto di legalità, un’accusa di immoralità che si riversa da una parte e dall’altra, con l’imbarazzante situazione di un continuo proclamarsi “anti-fascisti” e di un rincaro sulla dose del “fascismo” degli avversari, quali che siano.

       Ellekappa, illustrazioni di “Le leggi fondamentali della stupidità umana” di C. M Cipolla, 2015.

Poi il crollo, anzi, i crolli… delle ideologie, della credibilità, della moralità di un’intera classe dirigente: occorreva un ricambio, anche nel lessico della violenza. È il periodo dei “corrotti” e dei “trasformisti”. Sono ovunque, sembra che tutto il parlamento si muova in base a flussi e riflussi di denaro; tutti sospettano ma sembrano conoscere chi sia l’uomo dietro il sipario. E da lui provengono i mali, la tanto vituperata “corruzione” che diventa il male incarnato, il vero problema dell’Italia. Per non parlare del “trasformismo”, dell’essere accusati di “cambiare bandiera”, di “cambiare idea”. La possibilità di poter cambiare fazione spaventa; il nesso rappresentazione/rappresentante sembra incrinato; l’astensionismo cresce ma, del resto, si sa, “sono tutti uguali”.

E veniamo a oggi. Il termine che più infesta il nostro panorama politico – e non solo il nostro – è di gran lunga il “populismo”. Come ha chiarito in un brillante articolo di questo blog Simone Laurino, la cifra del “populismo” non è ben definita, ma è elastica: etimologicamente nulla di più di una forma latineggiante per “demagogia”, politicamente è la somma delle offese e delle accuse che abbiamo visto poco fa. Il “populista” infatti non è solo una nullità ideologica, ma è anche uno sporco tessitore, un corrotto ingannatore.

È un individuo losco e manipolatore, un uomo corrotto e senza scrupoli che vuole ingannare l’elettorato sulla base di un‘ideologia rivendicata come rivoluzionaria ma in realtà illusoria o semplicemente inventata; l’accusato è una persona senza spessore culturale o politico – a differenza dell’abile e acuto accusatore; il “populista” ambisce al privilegio, al potere; i politici sono tutti “un po’ populisti”.

Altan, ivi

E così, vivendo all’insegna della mediocre generalizzazione e macchiata dall’ennesima comminazione di uno dei tanti stupri della ragione, l’opinione pubblica e quella “politica” continuano a generare i loro mostri, i loro miti, le numerose fobie.

In effetti, ha senso parlare di “ritorno” della violenza politica? Non è forse un divenire, un cambiamento costante? Quando mai ci ha abbandonati?

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

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