Kurt Cobain cinquantenne: le celebrazioni all’Ono, galleria d’Arte Contemporanea

Cinquanta anni fa nasceva Kurt Cobain. Dal 13 dicembre 2017 al 24 febbraio 2018, a Bologna, a celebrarlo per il suo compleanno c’è la Galleria Ono Arte Contemporanea con cinquanta scatti che ritraggono uno degli artisti che più ha influenzato il panorama musicale degli anni ‘90. L’autore di queste fotografie, esposte secondo un principio cronologico e tematico, è Michael Lavine, che immortala con grande intelligenza e un grunge inconfondibile il leader dei Nirvana: “una forte personalità che, con le sue lotte sociali contro il razzismo, sessismo e omofobia, è diventata l’icona di un disagio generazionale, come a suo tempo lo fu Bob Dylan, che ancora oggi sembra non trovare riposo.” 

Kurt Cobain cinquantenne: le celebrazioni all'Ono, galleria d'Arte Contemporanea

Con uno stile che vuole chiaramente ricalcare lo spirito graffiante e controverso, malinconico e al contempo violento del cantautore e chitarrista statunitense, la mostra attinge proprio all’archivio del fotografo pubblicitario Lavine, ritraendo una band che nel giro di cinque anni è riuscita a entrare nell’Olimpo dell’alternative rock.

Dunque, l’esposizione procede per fasi: dalla nascita del gruppo, al suo esordio, al successo con l’uscita del singolo Smells like teen spirit,  fino ad arrivare a scatti che ritraggono anche la bella figura di Courtney Love, moglie del leader della band di Seattle.
Ad accompagnarci nel percorso non ci sono solo gli scatti ai Nirvana, ma anche ad altre band che hanno rivoluzionato il mondo musicale di quegli anni, tra cui Beastie Boys e le Hole.

Kurt Cobain cinquantenne: le celebrazioni all'Ono, galleria d'Arte Contemporanea

Negli ultimi anni della sua vita, l’artista dovette combattere la terribile dipendenza dall’eroina e le conseguenti pressioni dei media. Fino a che, nell’aprile del 1994, a soli ventisette anni, il suo corpo venne trovato morto suicida nella casa di Seattle.
Noi lo ricordiamo così, con quella stessa lettera che la polizia, arrivata a casa del cantante, trovò incastrata in una fioriera con una penna, un testamento di morte e un inno alla vita.

Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere piuttosto semplice da capire.
Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, intendo dire, l’etica dell’indipendenza e di abbracciare la vostra comunità si sono rivelati esatti. Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così. Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).
Ho apprezzato il fatto che io e gli altri siamo riusciti a colpire e intrattenere tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Io sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere un po’ stordito per ritrovare l’entusiasmo che avevo da bambino. Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fan della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, pezzo dell’uomo Gesù! Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.
Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e l’appoggio che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.
Pace, amore, empatia.
Kurt Cobain.
Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.
Ti prego, Courtney, continua così, per Frances.
Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.
VI AMO. VI AMO.

 

Sull’Autore

Classe 1996. Sospesa tra le Marche e l'Emilia. Vive a Bologna, dove cerca risposte alle sue domande. Studia Lettere Moderne e collabora anche con il blog Parte del Discorso. Curiosa di tutto, esperta di niente.

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