L’Università funziona male anche senza l’abolizione delle tasse

A ogni campagna elettorale mi stupisco dell’incapacità di alcune persone di scindere le questioni meramente politiche da quelle più pratiche e sociali. Sì, avete ragione: tecnicamente non ce ne dovrebbe essere bisogno, visto che la politica dovrebbe quantomeno occuparsi di questioni pratiche e sociali. Ma visto che così non è, facciamo il punto della situazione per quello che riguarda l’Università.

Il 4 marzo 2018 si andrà alle urne, tra schieramenti che si presentano divisi, partiti vecchi e nuovi, rifiuti alla coalizione, inviti senza senso alla coalizione, confusione, nessuno che capisce cosa bisogna fare, il rientro di Berlusconi in politica e soprattutto la nascita del partito di Pietro Grasso (Liberi e Uguali) a quanto pare schierato a sinistra.

Insomma, ci accingiamo al voto come al solito: a metà tra cercare di districarsi in mezzo a una giungla di nomi e quella malsana voglia di prendere la propria tessera elettorale e fissarla finché dal nulla ci compaia da sola la risposta alla domanda fatidica “ma chi è il meno peggio?“.

Eppure, in tutto questo, forse i peggiori sono proprio quei giornalisti che prima di scrivere non si fermano mai a riflettere.

Una decina di giorni fa, proprio il neofito Pietro Grasso ha lanciato la sua proposta: abolire le tasse universitarie. E tutti immediatamente a twittare indignati che non è possibile, che è una proposta “assolutamente di destra”, che mai sarebbe dovuta provenire da un uomo che si reputa di sinistra.

Ragionamento “logico”, con un po’ di sforzo e volendo ricalcare per l’ennesima volta tutti i cliché politici dalla nascita della Repubblica ad oggi.

Il problema però non sta in quello che ha detto. O almeno, non solo.

Il vero, unico, grosso problema è che l’Università funziona già abbastanza male anche senza l’abolizione delle tasse.

Un esempio? La Sapienza di Roma, primo ateneo italiano per numero di studenti e fama. Primo anche per disorganizzazione, sovraffollamento, incapacità gestionale e talvolta anche d’insegnamento. Certo, con i fondi Statali quasi dimezzati non possiamo aspettarci grandi cose. Senza contare che quest’anno le tasse per i ragazzi con reddito annuale fino a 13.000 euro  sono state abolite (quindi, tranquilli, Pietro Grasso è arrivato comunque secondo).

                                 L’Università di Padova, tra le migliori d’Italia.

In realtà l’Università italiana non funziona per moltissimi altri motivi: prima di tutto forse, mancanza di meritocrazia. Ma non solo perché non si scremano gli studenti meno “adatti” al percorso accademico (smettiamola con la storia dello “studio è per tutti”: l’università non è per tutti), ma anche perché non si rendono chiari i criteri secondo cui un professore possa sedere su quella sedia, dietro quella che sarà molto probabilmente la sua cattedra a vita.

Insomma: siamo la madrepatria di gran parte della cultura mondiale e secondo, ad esempio, il ranking di Shangai (la classifica di Ferragosto, per capirci) ci inseriamo su 500 università mondiali tra il 151° e il 200° posto con soli due atenei: La Sapienza di Roma  e l’Università di Padova.

Basterebbe rendere le tasse più umane, visto che negli ultimi 12 anni sembrano essersi alzate di circa 500 euro a studente. Va bene dover recuperare i soldi persi dallo Stato in qualche modo e va anche bene non tassare gli studenti meno abbienti. Ma questo metodo di inasprimento lento e subdolo non durerà ancora per molto, credo. Da una parte perché finirà per accartocciarsi su sè stesso, dall’altro perché solo nell’ultimo anno nell’ateneo di RomaUno (la Sapienza), si sono contate almeno 8 mobilitazioni dei vari gruppi studenteschi per questo motivo.

Praticamente il sistema universitario italiano si regge sui contributi degli studenti iscritti. Abolire totalmente le tasse è come dare via libera alla caduta totale dell’istruzione italiana. Se pagare -ipotesi- 800 euro all’anno permette ai nostri atenei di essere meno invivibili possibile, egregio Pietro Grasso, non si preoccupi: li paghiamo più che volentieri.

Sull’Autore

Classe '96, universitaria per caso e musicista per scelta, scrivo per non sentirmi eccessivamente fuori posto in questo mondo.

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