Cyber batterio: preziosa digital-genetics strategy o cieli rossi e scorpioni?

Quando mi sono imbattuta nell’intervista di Telmo Pievani sulla genetica digitale, mi son trovata a riflettere su chi fossi in realtà. Risulta abbastanza frequente, oggigiorno, trovare la connotazione Cyber accompagnare un numero sempre crescente di campi dello scibile, elementi, lemmi in generale.

Perché mi sono chiesta chi fossi? In buona sostanza perché, da digital addicted quale sono, non immaginavo di ritrovarmi ad approcciare ad un tema digital con lo stesso sgomento di un umanista verso le scoperte degli Illuminati, o come una donna del ‘600 poteva guardare alla teoria di Galileo. Proverò a fare un po’ di luce su questo per me nuovissimo sgomento, nonché su questo termine, nuovissimo invece per il mondo intero: Cyber batterio.

Scomponiamo il lemma in connotazione e denotazione. Cyber: “Caratteristico della cibernetica, della realtà virtuale, di Internet”. Batterio: “Microrganismo unicellulare di natura vegetale, con riproduzione – asessuata – per scissione”. Cyber batterio: fusione di due mondi. Poco male, si potrebbe pensare, considerando che veniamo fusi con l’universo Digital pressoché quotidianamente e spesso in maniera del tutto inconsapevole.

La materia è assolutamente complessa e ancora ignota, ma gli scienziati coinvolti nello studio e nella sperimentazione di impiego dei primi “batteri dell’altro mondo” iniziano a identificare una concreta ipotesi di minaccia nell’impiego degli stessi in natura e nella vita umana.

L’esigenza e la nascita del cyber batterio è sostanzialmente quella di rispondere a quei mali dell’uomo altrimenti inarrivabili, ancora ignoti e che portano continuamente i ricercatori a doversi spingere ai confini dell’umano. L’impiego di un batterio completamente gestito dall’uomo, perché ciberneticamente programmato come buono, sembra la soluzione per molteplici disastri difficilmente avvicinabili dalla genetica e dalla microbiologia classiche. Non è infrequente in campo scientifico che si pensi alla programmazione a tavolino di microrganismi impiegati come semplici vettori di reagenti buoni, o come combattenti al fronte di infezioni/contaminazioni altrimenti incontenibili per l’uomo. Una scoperta epocale, nonché soluzione di un’infinita quantità di dilemmi moderni, correlati all’ambiente e – soprattutto – alla qualità della vita umana.

La scoperta è avvenuta: sarebbe buona norma abbracciarla con il santissimo beneficio del dubbio che meriterebbe un qualunque passo verso il progresso scientifico. Semplicemente in quanto progresso e ignoto. Ma eccolo qui, invece. Il risvolto delle medaglia. Quel medesimo risvolto che alla fine di un film di fantascienza particolarmente “al confine” ci fa esclamare internamente “per fortuna è un film“.

La perplessità è presto esternata, anche dal Prof Pievani. Si ipotizza che, benché l’ipotetico impiego del Cyber batterio in natura sia pensato ed implementato in virtù del pieno controllo dell’uomo, questo possa sviluppare con il tempo non solo una retrocessione in termini di resistenza batteriologica al reagente “cattivo” di turno (che dovrebbe combattere e contestualmente sconfiggere), ma, soprattutto, una resistenza ai comandi dell’uomo, fuggendo i dettami dell’ingegneria digitale.

Proprio così. La colonia di batteri programmati buoni, potrebbe ammutinarsi e divenire resistente al comando. In sostanza, potrebbe prendere il controllo dell’area in analisi (e chissà di cos’altro…). Una medaglia d’oro, con risvolto di ferro.

Nessuno ovviamente si pronuncia sulla veridicità dell’assunto “ammutinamento cyber batteriologico”, così come ancora non sono note, né ben definite in campo scientifico-analitico le caratteristiche, le modalità d’impiego concreto e la programmazione degli stessi. Fase pionieristica dell’ennesima sfida al confine a cui l’uomo è chiamato a rivolgere lo sguardo, sempre più spesso.

Siamo nell’era dei Big Data, del Deep Learning, del Machine Learning e dell’AI. Pressoché quotidianamente interagiamo con degli algoritmi di varia natura, che si stanno via via umanizzando. Il mio suddetto approccio medieval-umanista (correlato a quella puntina di sgomento che ho sentito dentro nell’ascoltare l’intervista del Prof), credo possa derivare dalla brutalità con la quale l’immagine giunge alla mente.

I Cyber batteri potrebbero prendere il controllo.

Ovvio che, in termini pratici, non esiste nessun pericolo concreto e nemmeno ipotetico. Inoltre, non è escluso che proprio ora mentre ne scrivo il progresso non abbia già fugato ogni minaccia correlata. Eppure… Le parole hanno sempre un gran potere persuasivo sull’animo atto a percepirle. Il potere, in questo caso, della paura.

Chiunque mastichi i nuovi dettami della Digital Transformation, per lavoro o per diletto, è continuamente bombardato dal concetto di “motore di ricerca che si sta umanizzando, bisogna capire come ragiona, bisogna sfidare la macchina”. Spesso siamo proprio noi addicted a rivolgerci alla Machine con “Lei”… “Lui”.

Pronomi che un tempo venivano riservati all’Uomo. Nuovi e continui viaggi al confine dei due mondi e, no, non siamo a Hollywood. Stiamo cambiando endemicamente anche noi. Non ci resta che andare a fondo e provare a non farci travolgere. Provare a conoscere, abbracciare la Ricerca. Provare a mantenere il controllo, quantomeno di noi stessi.

Sono Coli. E. Coli. Cyber batterio 007

In tutt’altro campo, c’è un illustre e noto batterio naturale che, a processo inverso, apre le danze in campo Cyber, questa volta con un contributo verosimilmente di successo. Si chiama Escherichia Coli (E.Coli). Sì, proprio lui. Il parassita che dimora nel nostro intestino senza arrecare particolari danni, fino a prova contraria. Posto che, come detto, viviamo in un’era in cui la scoperta scientifica può avere risvolti non sempre prevedibili, soprattutto con l’avvento della Digitalizzazione e della sua nuova “Carta dei Diritti dell’Uomo”, apriamo ora una nuova riflessione: cosa accadrebbe se un video venisse codificato all’interno del DNA batteriologico? E cosa potrebbe accadere, banalmente in termini geopolitici, in quel mondo di codifiche?

007

Tutti abbiamo amato, o siamo venuti in contatto almeno una volta nella vita, con l’eccellente Agente 007. Ci ricordiamo bene le sue fatiche, nonché le infinite capacità che dimoravano in quell’unico individuo estremamente di valore per la sua squadra: un trasportatore di chiavi di vitale importanza, segrete e indecifrabili, nonché dotato di raro acume e di una prestanza fisica sovrumana. Un superuomo. Un agente segreto.

Bene, pare proprio che E. Coli , ove sapientemente equipaggiato, possegga le stesse doti.

Con la decodifica e la sintetizzazione del DNA, la scienza ha aperto le frontiere alla sperimentazione di altri vettori di trasporto dati; forse meno affascinanti, ma verosimilmente efficienti. Ciò che l’agente Bond portava eroicamente a termine con inevitabile successo, sembra essere completamente sostituibile da nuovi vettori. Non umani, ma efficientissimi. Spie tecnologicamente avanzate.

e.Coli

Data Management contro le forze del male

Quanto era esclusivo appannaggio di soggetti iperdotati come Bond, che trasportavano informazioni da un Paese all’altro del mondo e venivano poi successivamente impiegati nella decodifica dei dati, viene ora sapientemente trasferito in laboratorio all’interno del DNA di E. Coli. Come è oramai noto, il DNA è stato ampiamente definito e sintetizzato in relazione alla natura a cui appartiene. Se ne conosce a fondo la capacità di contenere un infinito numero di cifrature appartenenti alla “propria” specie, e correlate alla funzione del DNA in senso stretto. È invece di più recente comparsa la sintetizzazione del DNA con relativo impiego nel trasporto di informazioni non strettamente correlate alla funzione del DNA stesso.

Informazioni codificate dal ricercatore, dall’Uomo.

Esso è oggi in grado di contenere non solo i dati relativi alla sua identità, ma anche una quantità di informazioni aggiuntive a quelle con cui “nasce” in natura ed è quindi un eccellente contenitore per una gran quantità di dati. Può essere pertanto impiegato come vettore. Può essere 007.

Come? Il Prof Seth Shipman del Dipartimento di Genetica della Harvard Medical School di Boston, spiega molto bene come un video possa essere codificato all’interno del DNA di un batterio. L’E. Coli, per l’appunto. Autore di uno studio pubblicato su Nature, il Prof Shipman dichiara che il suo esperimento aveva il fine ultimo di capire se il sistema Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats (CRISPR-Cas) fosse utilizzabile per codificare informazioni complesse (includendone la componente temporale) memorizzandole sul DNA di una cellula vivente (E.Coli).

L’esperimento ha avuto buon esito. Con esso, si erge un nuovo scenario per tutti coloro che abbiano la necessità di trasportare un certo quantitativo di dati senza che nessuno possa intercettarli. Basterà codificare nel DNA del batterio i dati che si desidera spostare, contagiare poi un essere vivente (cagnolino, gattino e affini…) e fargli passare il confine desiderato.

Data Management

Oltre il confine, basterà estrarre il DNA del batterio-vettore e decodificare i dati, tenendo conto del necessario affinamento che la tecnica di estrazione dovrà subire, in relazione alla precisione dei dati che i batteri trasmetteranno di generazione in generazione.

Andando leggermente oltre, i batteri possono pertanto ipoteticamente convertirsi in una vera e propria banca dati infinita, così come infinita è la loro capacità di riproduzione. Non male come ipotetico archivio mondiale.

Back to the future, sebbene si scorga 007 che ci saluta da lontano…

Sull’Autore

Interprete, traduttrice, autrice. Sognatrice patologica e dipendente da ogni forma di creatività. Credo nella 'diversity' come forma naturale di crescita personale. Scrivo per bisogno primario, esattamente come respiro, bevo, mangio. Credo nel gioco vitale delle parole, e spero ancora che possano salvare il mondo.

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