Quello che Pietro Grasso non vede

Per Pietro Grasso non ho mai avuto particolari simpatie o antipatie e considerando che ora si è messo a fare politica questa è un’ottima cosa. Tuttavia, non vorrei che il signor Grasso si fosse già dimenticato dell’esperienza da Presidente del Senato e abbia deciso di invischiarsi e sporcarsi con la parte più brutta della politica, quella che parla realmente alla pancia.

Che Liberi ed Uguali (LeU), soggetto politico che fa capo a Pietro Grasso, sia una novità nello scenario politico italiano è scontato; ancora un po’ di dubbi rimangono sull’effettiva portata del partito e ciò che riuscirà (o non riuscirà) ad ottenere nel corso di questi mesi di campagna elettorale. Essendo poi una creazione nata dalla scissione con il PD, è naturale aspettarsi sicuramente posizioni più di “sinistra”, specie considerando come la principale critica avanzata al PD di Matteo Renzi sia stata quella di aver voluto giocare nel campo della destra, evidentemente prendendole di “santa ragione”, a giudicare da alcuni sondaggi.

Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica uscente, a guida di una nuova formazione politica (Liberi ed Uguali)

Ecco dunque che l’idea di Grasso di abolire le tasse universitarie ha subito destato dal sonno (o coma profondo, dipende da come si vede la questione) alcune frange di sinistra che nell’iniziativa hanno visto una buona battaglia per l’uguaglianza.

Peccato che Grasso dimostri di conoscere davvero poco l’ambiente universitario italiano. Un’analisi anche poco approfondita sul tema gli avrebbe permesso di scoprire che il reale problema non sono le tasse universitarie, ma piuttosto sono i costi nascosti dell’università e il rapporto (spesso inesistente) tra le università e il mondo del lavoro (pubblico o privato che sia).

Le tasse universitarie sono già pari a zero per le fasce più povere della società (ISEE sotto i 13000 euro) e molte università applicano già rimozioni totali o parziali anche per altre fasce di reddito. Diverse università garantiscono premi di laurea, altre ricompensano i propri studenti se sono a pari con gli esami e hanno una determinata media, mentre altre ancora lavorano a stretto contratto con l’ente per il diritto allo studio universitario (EDISU). Le tasse delle università pubbliche sono, dunque, l’ultimo aspetto problematico. Il vero problema è rappresentato da una serie di costi aggiuntivi che gli studenti sono chiamati a sostenere e che gravano in modo molto più pressante sulle spalle non solo degli allievi, ma piuttosto su quelle delle loro famiglie. Uno studente universitario a tempo pieno (così come credo debbano essere gli studenti universitari) è un individuo che tendenzialmente non lavora (se non con qualche lavoretto part-time ogni tanto) e che dunque non produce reddito. Sia ben chiaro, le eccezioni esistono eccome, ma sono per l’appunto le classiche eccezioni che confermano la regola.

Il problema principale è legato poi al fatto che le università non sono presenti in ogni comune italiano (ovviamente), e dunque molto spesso gli studenti sono costretti o a fare i pendolari o a fare i fuori-sede; nel secondo dei casi gli studenti affrontano i costi dell’affitto, di certo superiori a quello delle tasse universitarie e che incidono maggiormente; se poi gli studenti studiano nelle grandi città metropolitane, e a meno che non vogliano allontanarsi di 3-4 ore dall’università alla quale sono iscritti, questi devono sopportare costi d’affitto sicuramente più alti rispetto a chi si iscrive a università situate in città più piccole. Il problema è che poi questi studenti dovranno pur mangiare. Molte università forniscono un servizio di mensa, ma non tutte queste lo fanno a prezzi realmente competitivi. A questi costi si aggiungano poi quello per le biblioteche, i mezzi di trasporto, l’insulsa pratica di far pagare agli studenti l’iscrizione per la tesi di laurea e il ritiro della pergamena e altre cose. Tutti questi sono costi nascosti, che non attirano troppo l’attenzione dei media ma che ogni studente medio deve affrontare quasi quotidianamente.

Grasso ha dunque torto nel sostenere che il problema sono le tasse universitarie, il problema è tutto il resto, tutto quello che circonda il mondo universitario, l’indotto.

Il vero problema che però Grasso non cita rischia di essere un altro, ben più grave. Qui sicuramente mi troverò in disaccordo con molti, ma sostengo che il compito dell’Università sia, in primo luogo, la preparazione dei giovani al mondo lavorativo (qualunque esso sia). Il compito dello studente è studiare per poi, terminati gli studi, andare a lavorare e avere profitto. Con la sola cultura, mi dispiace molto dare questa amara verità, non si mangia. Non nego che vi sia anche la voglia di studiare per “sapere di più”, lo studio che ha per fine la conoscenza pura e semplice, ma questo non è, in verità, la priorità assoluta degli studenti. Gli studenti che tra mille sacrifici portano a termine un percorso di studi universitario (spesso composto da triennale, magistrale e almeno un master) desiderano lavorare.

Questo è il vero problema, tuttavia, delle università italiane. Sembra quasi che una volta laureati, le giovani donne e i giovani uomini, laurea ancora in mano, vengano gettati in un mondo per il quale l’università non li ha veramente preparati. Certo, avranno anche superato i loro esami con profitto e si saranno anche impegnati, ma una volta laureati le università si dimenticano completamente di loro. Questo può sembrare anche giusto per alcuni, del resto è corretto (e sono perfettamente d’accordo) che i laureati siano indipendenti e responsabili delle proprie azioni (sono giovani donne e uomini con 25/26 anni come minimo, non sono più degli adolescenti quindicenni), ma la domanda che bisogna porsi è se questo distacco così netto e repentino sia salutare anche al mondo del lavoro stesso.

Il problema italiano, e qui parlo a livello nazionale e generale, è che non abbiamo una vera politica industriale degna di questo nome. Lo Stato sembra non avere obiettivi specifici di sviluppo. Questo è già di per sé un problema, ma chiunque studia un minimo la questione sa che il vero potenziale di sviluppo sta nella collaborazione tra mondo dell’istruzione e mondo lavorativo. In Italia questo collegamento viene lasciato troppo spesso in mano alle singole università: alcune lo fanno, altre o non lo fanno o fanno finta di farlo (e dunque lo fanno male). Ecco dove lo Stato dovrebbe davvero intervenire, facendo da mediatore (attraverso magari il Ministero dell’Istruzione e il Ministero dello Sviluppo economico), tra due mondi che hanno bisogno uno dell’altro, ma che molto spesso non si parlano e non comprendono l’uno le esigenze dell’altro. Questo si traduce, troppo spesso, in università private che capiscono le opportunità e le “rubano” a quelle pubbliche, spesso riuscendo ad avere un rapporto con il settore pubblico più forte e sicuro rispetto alle loro concorrenti pubbliche (un vero e proprio paradosso). L’esempio della LUISS a Roma è significativo, non vi è miglior università italiana (e la LUISS non mi ha pagato per scrivere questo) per quanto concerne i collegamenti con il mondo di lavoro, e diverse personalità delle più alte sfere dell’amministrazione statale centrale hanno contatti diretti con questa università (in alcuni casi tengono addirittura lezioni agli studenti).

Dire di “abolire le tasse universitarie” fa tanto propaganda socialista, ma non guarda al vero problema; problema che ovviamente è di difficile soluzione proprio perché riguarda due mondi, due mercati, così diversi come quello dell’Istruzione e del Lavoro. E qui mi viene il dubbio: non è che Grasso ha già rinunciato, in partenza, a proporre soluzioni vere ai veri problemi del Paese? Non è che forse si è già appiattito a logiche del “propongo cose insulse, ma belle da dire, perché tanto sono popolari”?

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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