Nazione e diversità: il problema della globalizzazione

Con la comunicazione di massa, Internet e i mezzi pubblici, le distanze sembrano non esistere più: la velocità di un aereo fa sembrare Mosca dietro l’angolo e il poter rimanere in contatto con i nostri cari lontani in ogni momento della giornata può farci sembrare quasi che siano qui.

Ma pensiamo per un attimo ai nostri bisnonni, che per arrivare all’Internazionale del 1919 furono costretti a farsela a piedi in condizioni meteorologiche allucinanti e senza nemmeno mai arrivare a causa dei blocchi posti alle frontiere dalle nazioni confinanti con la Russia.

Ecco, all’epoca parlare di “nazione” era estremamente naturale. Ed è un grosso controsenso, a pensarci bene: i confini erano assai più labili di quelli di adesso. Le guerre espansionistiche e coloniali erano all’ordine del giorno e le frontiere dovevano essere sempre sull’attenti. Eppure il senso di nazione, inteso come un “noi” concreto, era estremamente forte.

Probabilmente perché non era forte solo il senso del “noi”, ma anche quello del “loro“. La nazione infatti non era solo una questione di sangue o di appartenenza. Era anche un imporsi su coloro che non erano nati nello stesso luogo. Era una sorta di primato assoluto da conquistare con la forza, soprattutto in Europa.

Ma ha senso oggi, nel mondo della globalizzazione, parlare ancora di “nazione”?

Innanzitutto bisogna fare chiarezza sugli aspetti del termine stesso. Se, da una parte, dargli importanza significa riportare alla luce vecchie paure legate al colonialismo di fine ottocento o gli assurdi concetti nazisti sullo spazio vitale che sicuramente tutti conosciamo, dall’altra bisognerebbe riconoscerne l’importanza e, in un certo qual modo, la “poetica”.

Nazione, infatti, non è nazionalismo. 

Prendiamo a titolo d’esempio due documenti considerabili storici: l’inno francese e quello italiano, risalenti rispettivamente alla rivoluzione francese e al periodo risorgimentale. Ci basterà notare, nel primissimo verso di entrambi, quanto il concetto di patria e di nazione fosse insito in queste popolazioni ancor prima della nascita effettiva dello Stato.

La Marsigliese diventò l’inno ufficiale della Francia nel 1876, dopo varie peripezie, e fu un’adozione proveniente dalla rivoluzione francese. Il primo verso recita “Allons, enfants de la Patrie“, “Avanti, figli della Patria”. È su questo “figli della Patria” che vorrei soffermarmi. La rivoluzione francese fu l’avvenimento storico più incredibile fino a quel momento: portò cambiamenti radicali nella consapevolezza dei francesi di ciò che democrazia, uguaglianza, fratellanza e repubblica volessero dire.

Ma la Francia esisteva. La Rivoluzione cambiò il modo di “vedersi francesi”, non di “sentirsi francesi”. Cambiò la percezione della società, dello Stato, passando da un regime ad una repubblica. Ma i francesi non hanno mai smesso di credere nella Francia come nazione, appunto, come legame di nascita comune, come “madrepatria”. Ecco perché “Figli della Patria”. La Francia già esisteva; loro, i rivoluzionari, volevano solo migliorarne gli aspetti sociali, comunitari e statali senza rinnegarne le origini.

Per l’Italia è tutto un altro discorso. Il nostro Canto degli Italiani, meglio noto come Inno di Mameli, nasce prima dell’Unità d’Italia. Prima, cioè che esistesse effettivamente uno Stato italiano. Già all’inizio del 1800 cominciava ad aleggiare l’idea di uno stivale unito, ancor prima dei moti del 1848 e della prima guerra d’indipendenza.

Il primo verso recita “Fratelli d’Italia“. Ovvio: Mameli sapeva che non era come per i francesi. Non c’era uno stato italiano prima del 1861. Non c’era -come nel caso della rivoluzione francese- una società da cambiare: bisognava proprio crearla. Nonostante culturalmente, linguisticamente e religiosamente gli italiani esistessero già da tempo, mancava l’Italia come idea nazionale, prima, e statale, poi.

La consapevolezza di essere una nazione nasce nel momento in cui tutti queste persone si incontrano, lasciando da parte le divergenze tra i vari stati e staterelli in cui il Paese era diviso e, riconoscendosi fratelli, con cognizione di causa, creano la “mamma”, l’Italia unita.

Nazione non è nazionalismo: non vuol dire sentirsi superiori, vuol dire riconoscere le proprie radici

Insomma, il concetto è lo stesso: quello di nazione come appartenenza a qualcosa – un luogo, una cultura, una lingua, una religione. Ma è vissuto in questi due inni in maniera totalmente opposta.

Certo, parliamo del 1800, della nascita dell’Italia e di una rivoluzione sociale e filosofica per cui, dopo, la Francia non sarà più la stessa. Un altro tempo, un’altra epoca, altri fatti, altri eventi, un altro modo di vivere la storia.

Però forse oggi il concetto di nazione è ancora più importante che a quei tempi. Non solo per dimostrare che può essere diverso dal concetto di nazismo o imperialismo, ma soprattutto perché, in tempi in cui si utilizzano parole inglesi in sostituzione di parole italiane esistenti (perché dire plot se si può dire trama?), è semplicemente bello e spesso gratificante riconoscere le proprie radici.

Questo non vuol dire dover tornare alle lotte di supremazia, per carità. Anzi, vuol dire il contrario. Riconoscere senza paura e senza pregiudizi l’importanza della nazione, intesa come senso di appartenenza a qualcosa, è il fondamento di un Europa che funzioni davvero. Il rispetto reciproco, delle reciproche radici, non può non passare attraverso il riconoscimento e l’accettazione di ciò che siamo “noi” e ciò che sono “loro”.

E non è come molti pensano un modo alternativo per dire che “noi” siamo meglio di “loro”. È semplicemente un modo per accettare che siamo tutti diversi. Che la nostra nazione ha fatto cose che la loro non ha fatto, così come loro hanno fatto e faranno cose che noi non ci sogneremmo mai nemmeno di pensare.

Non è tanto la diversità a rendere bello il mondo, altrimenti sarebbe già perfetto. È semplicemente la sua accettazione che può davvero fare la differenza.

Sull’Autore

Classe '96, universitaria per caso e musicista per scelta, scrivo per non sentirmi eccessivamente fuori posto in questo mondo.

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