La lingua italiana e il suo soft power ignorato

Nel corso della Storia, non sono mancati imperi vastissimi, che racchiudevano dentro i loro confini centinaia e centinaia di popolazioni. Dalla Macedonia di Alessandro Magno all’Impero Romano, passando per quelli inglese e francese caduti solo il secolo scorso, tutti hanno avuto un problema basilare quanto essenziale: la lingua. Perché all’interno di territori così sterminati, la pluralità di idiomi è la cosa più scontata che si possa trovare. Come fare per amministrarli, allora, senza aver bisogno di funzionari che conoscessero necessariamente tutte le lingue dell’impero?

Dall’Impero britannico all’Inghilterra. Tutti quelli che hanno detto goodbye a Londra / Pagina Facebook dell’ISPI

Imporre la propria lingua ai popoli sottomessi è stata la soluzione più immediata da sempre. Uno strumento essenziale per controllare i nuovi territori, contribuendo ad arginare sentimenti di rivolta, almeno quelli visibili alla luce del sole. Attraverso il proprio vocabolario e grammatica, inoltre, veniva trasmesso anche il proprio modo di pensare, la visione del mondo dagli “occhi” dei conquistatori. Che diventava così anche il punto di vista di chi, nelle ormai colonie, veniva istruito: dai semplici cittadini fino agli alti funzionari, spesso a danno della lingua e della cultura diffuse fino a prima dell’assimilazione.

Non stupisce, allora, se le attuali tre lingue più parlate al mondo sono proprio quelle di tre ex grandi storici imperi: il cinese mandarino, l’inglese e lo spagnolo. Sia in termini di madrelingua, che di loro semplici conoscitori. Numeri precisi su quante persone ne conoscano almeno una è difficile trovarne, ma basta fare due conti: solo in Cina la popolazione supera abbondantemente il miliardo, a cui vanno aggiunti i milioni di connazionali all’estero; l’inglese è la lingua universale per eccellenza, oltre a essere quella ufficiale del Regno Unito, dei paesi del Commonwealth e degli USA; infine, la lingua accomuna la Spagna e la gran parte dell’America Latina, oltre ai moltissimi ispanici presenti negli States.

In termini politici, la diffusione a macchia d’olio di una lingua fa parte del più ampio soft power delle potenze madrelingua: l’inglese è “arma” sia per Washington, che per Londra, mentre spagnolo e cinese sono esclusive di, rispettivamente, Madrid e Pechino. In questa strategia neo-coloniale hanno un ruolo di primo piano anche la Francia, che più di tutti ha dato una forma precisa a ciò con la Francophonie, e i Paesi arabi, soprattutto Arabia Saudita e Qatar – il quale detiene il più grande network mondiale in lingua, Al Jazeera. Lo Stato con uno degli idiomi più studiati al mondo, ossia l’Italia, che ruolo ha?

Dante Alighieri / Università per Stranieri di Perugia

Precisamente, l’italiano è la quarta lingua più studiata in assoluto – secondo dati 2016 diffusi agli Stati Generali della Lingua Italiana – con oltre i 2 milioni di persone che vogliono impararla o approfondirla. A pesare è sicuramente il rilievo storico e artistico di autori come Dante, Leopardi, Gramsci molto conosciuti e apprezzati all’estero; inoltre è la lingua franca della Chiesa, sostituita ormai al latino. C’è poi una storia di decenni di emigrazione da un’Italia povera, durante ‘800 e ‘900, che ha lasciato milioni di discendenti di nostri connazionali tra il continente americano, l’Australia e il resto d’Europa. Infine, un aspetto molto spesso poco considerato: l’esperienza coloniale nostrana.

Nonostante sia ancora ricordato come “imperialismo straccione”, il tentativo italico di erigersi a grande potenza ci ha portato ad avere colonie dai Balcani all’Africa, passando per l’Egeo. Basti ricordare che fino a qualche decennio fa, in Somalia l’italiano era praticamente la seconda lingua – lo stesso dittatore Siad Barre studiò in Italia e lo parlava fluentemente – mentre ancora oggi a Cipro e in Grecia è una lingua dei curriculum scolastici. Se andiamo però a cercare qualcosa di simile alla Francophonie, il risultato sarà desolante: niente che unisca i fili tra Roma e i mille angoli del pianeta italofoni.

In un articolo del 2015 su Il Messaggero, l’ex Presidente del Consiglio Prodi scrisse: “in uno dei lunghi intervalli dei vertici di Bruxelles (…) il presidente (francese, ndr) Chirac mi spiegò che la francofonia si serviva della lingua francese, e se necessario degli interpreti, non solo per rinforzare la conoscenza della lingua ma per mantenere e accrescere i rapporti culturali, politici ed economici fra Paesi che l’uso generale o parziale di una lingua comune aveva in passato avvicinato. E, dopo avermi sottolineato l’utilità di tali legami per il presente e per il futuro mi consigliò di iniziare la costruzione di una ‘italofonia’”. Da noi però niente si mosse, quantomeno a livello ministeriale.

La stazione di servizio Fiat Tagliero ad Asmara, capitale dell’Eritrea: progettata dall’ing. Giuseppe Pettazzi e completata nel ’38, è ancora oggi uno dei simboli della presenza italiana in Africa / Wikipedia

La nostra continua a essere “la lingua più bella del mondo”, senza però convertirsi in un doppio strumento: da una parte per avvicinarci a popoli apparentemente così lontani, come possono essere eritrei o argentini, ma che hanno in comune con noi dei capitoli di storia – tristi o felici che siano – che non si possono cancellare; dall’altra per rinforzare il peso internazionale del nostro Paese, sul piano diplomatico ed economico, con interlocutori che diventano privilegiati proprio per questa comunanza culturale. Una sfida non indifferente ma necessaria, anche per sfuggire alla progressiva deitalianizzazione della lingua, con l’uso esasperato di termini stranieri anche quando esiste una loro perfetta traduzione italiana.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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