In Egitto gli omosessuali vanno in carcere

Tempi sempre più duri per gli omosessuali in Egitto: in un paese notoriamente omofobo, una legge recentemente approvata sancisce l’arresto e la detenzione da 5 a 15 anni per i “colpevoli” di atti considerati contro natura e osceni, come l’omosessualità o l’essere transgender. E non è detto, date le condizioni delle carceri egiziane, che una volta entrati si abbia la garanzia di uscire vivi, o illesi, considerando le terribili privazioni che subiscono i prigionieri e gli omosessuali in particolare.

E basta una sola, innocente, bandiera arcobaleno per rischiare la vita: la ferocia repressiva del governo di Al Sisi ha intensificato la sua presa sul movimento gay da quando, durante un concerto il 22 settembre scorso, una bandiera arcobaleno, simbolo internazionale delle persone LGBT, era stata vista sventolare tra la folla. Ciò ha portato all’arresto  di una decina di persone durante il concerto e di altre sette nei giorni successivi. Un attivista egiziano di Amnesty International riferisce che

Alcuni omosessuali sono stati sottoposti a esami anali. Questa fattispecie profondamente discriminatoria costituirebbe un enorme sconfitta per i diritti umani e un altro chiodo nella bara per i diritti sessuali in Egitto

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Un trattamento disumano e una violazione dei diritti umani dalle quali l’Europa si è emancipata relativamente tardi; ricordiamo che l’omosessualità è stata depenalizzata in Inghilterra solo nel 1967 e che la legge ha mietuto vittime innocenti e illustri come il matematico Alan Turing. All’accanimento del governo, in Egitto, si aggiunge spesso anche l’indifferenza della popolazione e la connivenza dei media, allineati con il governo di Al Sisi che, se da un lato fa mostra di criticare l’estremismo islamico, dall’altro ne adotta la stessa sanguinaria intransigenza in materia di diritti umani.

Basta leggere le storie dei gay egiziani per capire quanto la solitudine nella quale sono costretti i gay getti benzina sul fuoco del sentimento omofobo. I media, d’altro canto, fanno il gioco del governo, parlando apertamente di omosessualità come di una malattia, un morbo da estirpare e contribuendo in massima parte alla diffusione di un sentimento omofobo nel paese. In alcuni casi è stato proprio l’intervento dei media a portare nelle carceri gli attivisti. Nel dicembre 2015, la giornalista Mona Iraqi ha mandato in onda un servizio in cui si riportava il blitz compiuto contro 33 uomini, arrestati con l’accusa di “depravazione” e ritenuti responsabili dalla stessa giornalista della diffusione dell’AIDS nel Paese.

Per le persone transgender le cose non vanno meglio: anche solo il sospetto che una persona presenti segni che inducano a dubitare della sua sessualità o del suo sesso alla nascita, è punibile con l’arresto e l’accusa di prostituzione; accusa, questa, usata in passato anche contro gli omosessuali e rimpiazzata con un’apposita legge. Il generale Al Sisi, in merito, si è espresso sovente con parole che accostavano l’omosessualità al terrorismo, suggerendo che gli sforzi del governo sono orientati a estirpare entrambe queste piaghe sociali. L’Egitto è allo stesso tempo un Paese che dà apertamente la caccia a gay, transgender e dissidenti e uno dei Paesi firmatari degli accordi internazionali sui diritti civili e politici: firmata la legge, trovato l’inganno?

Il generale Al Sisi si trova nella posizione di difendere la linea omofoba del suo paese per non perdere il consenso di quella fascia di popolazione arretrata, scarsamente acculturata e integralista, che identifica gli omosessuali con dei peccatori, anche al prezzo di guadagnarsi la disistima dell’intera comunità internazionale? Secondo Amnesty International, su questo punto l’Italia può far sentire in modo efficace la sua voce, perché

vista l’attuale ripresa dei rapporti dopo il caso Regeni, ora che i rapporti bilaterali si sono normalizzati, anche l’Italia può far capire ad Al Sisi che queste politiche omofobiche danneggiano in primis l’Egitto sotto tutti i punti di vista, non solo per il turismo

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La repressione egiziana anti-gay, infatti, non riguarda i soli cittadini egiziani. Gli stranieri di comprovata omosessualità, infatti, possono essere espulsi dal Paese e non sono affatto rari i casi in cui vengono arrestati e sottoposti allo stesso trattamento dei gay egiziani. Secondo una stima aggiornata a novembre, infatti, dal 22 settembre almeno 75 persone di diverse nazionalità sono state arrestate; cinque di queste sono state sottoposte a esami anali e almeno 20 sono state condannate con il carcere da sei mesi a sei anni.

Se davvero l’Italia può avere il potere di cambiare le cose, servirebbe una presa di posizione netta e intransigente da parte delle istituzioni in materia di rispetto dei diritti umani in un Paese che, nonostante la dolorosa ferita aperta del caso Regeni, continua a essere un alleato commerciale chiave.

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo a Venezia. Per vivere gestisco i soldi della gente, scrivo, ballo e mi occupo di pubbliche relazioni pur mantenendo alta la mia misantropia. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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