Wonder Wheel: Woody Allen fa ancora centro mostrandoci la ciclicità dei nostri errori

Wonder Wheel, nelle sale italiane dal 14 dicembre, è il 47° lungometraggio diretto e sceneggiato da Woody Allen. Dal lontano 1966 Allen ha sfornato praticamente una pellicola all’anno, riuscendo ogni volta – seppur con qualche oscillazione – a portare in scena storie coinvolgenti, pregne di implicazioni morali e filosofiche, interpretate da personaggi fragili e forti, alla deriva o in ascesa… insomma, personaggi con la P maiuscola.

Anche stavolta posso affermare che Allen non ha perso il suo “tocco”. Wonder Wheel coinvolge, trascina, è un perfetto rompicapo psicologico che si regge in piedi benissimo – merito, anche, dell’eccezionale prova recitativa della protagonista, Kate Winslet.

Siamo a Coney Island, negli anni ‘50. La Winslet veste i panni di Ginny, cameriera 40enne bloccata in un matrimonio senza amore con il giostraio Humpty (Jim Belushi, strepitoso nel suo ruolo). Ciò che fa andare avanti la donna sono le sue aspirazioni (ormai, però, infrante): da giovane era stata un’attrice promettente e non riesce – non sa – abbandonare quel sogno. Ginny ha un figlio problematico avuto dal primo marito, che passa il tempo ad appiccare fuochi o al cinema – a sognare una vita diversa, proprio come vede fare a sua madre.

La grigia routine di Ginny, sopportata a malapena a suon di emicranie e lamentele, viene bruscamente interrotta dall’arrivo di Carolina, la figlia 25enne di Humpty, tornata dal padre con la coda tra le gambe dopo essere fuggita dal suo ex marito gangster che la cerca perché la ragazza ha “cantato” all’FBI.


Humpty, irascibile ubriacone ormai (quasi) redento, riesce a perdonare quella sua “figliola prodiga” e a dimenticare che lo aveva abbandonato per un mafioso e delinquente. Gli affetti sono il suo punto debole, di conseguenza riaccoglie Carolina e le apre la porta di casa sua, una baracca situata proprio dietro alla ruota delle meraviglie – la wonder wheel – di Coney Island.

Humpty costringe una riluttante Ginny a far assumere Carolina nel locale dove lavora e al contempo si preoccupa che la ragazza finisca gli studi alle scuole serali, così da poter essere più di una semplice cameriera – ciò che Ginny invece è, anche se le piace credere di star solo interpretando la parte di una cameriera.

A complicare il tutto c’è Mickey (Justin Timberlake), giovane bagnino e aspirante drammaturgo che ha una relazione con Ginny. Mickey è anche la voce narrante del film e interagisce con gli spettatori, guardando dritto in camera proprio come faceva l’Allen attore nei suoi primi lungometraggi.


Per Ginny stare con Mickey è come fare un giro sulla ruota delle meraviglie: lui è molto più giovane, è incredibilmente attraente e la desidera, ma soprattutto è uno scrittore, un ragazzo acculturato con cui lei può ricominciare a sognare discutendo di teatro, di drammaturghi e del suo passato da attrice. Mickey incarna tutto ciò che Ginny desidera e, com’è facile immaginare, lei perde completamente la testa per lui.

Tutto sembra essere perfetto, fino a quando qualcuno si mette in mezzo a loro – ed è così che Ginny stessa, nonché il suo giro su quella eccitante giostra, si rivelano per quello che sono in realtà. Parafrasando ciò che la Winslet dice a Carolina non appena la ragazza arriva in cerca del padre, il luna park di Coney Island offre alla gente facili divertimenti che, tuttavia, sono solo illusioni da quattro soldi.

Una menzione speciale va alla fotografia di Vittorio Storaro, capace di rendere quel senso di nostalgia e insoddisfazione percepibile in tutto il film. Originale l’uso delle luci calde e fredde, quelle della ruota panoramica e delle giostre di Coney Island, che illuminano i volti dei protagonisti accentuando la drammaticità e dando un tocco di irrealtà.


Allen riesce a dare vita a un personaggio femminile in caduta libera: Ginny non ha realizzato i suoi sogni a causa di un suo imperdonabile difetto, una debolezza che la fa soccombere ancora e ancora, seguendo un movimento circolare. Ecco la ruota, la ciclicità della vita e dei nostri errori, la ripetitività delle nostre personalità di cui Mickey, nel film, vorrebbe scrivere – e di cui scrive, da più di cinquant’anni, l’82enne Woody Allen.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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