Quanto è difficile riconoscere l’odio come crimine

Nel 2003, i Black Eyed Peas escono con un singolo destinato a raggiungere la vetta alle classifiche in 13 diversi paesi per settimane: Where is the love. Il ritornello, “People killin’, people dyin’/ Children hurt and you hear them cryin’/ Can you practice what you preach?/ Or would you turn the other cheek?” usciva nei giorni dell’invasione statunitense dell’Iraq e si rifaceva ad un pacifismo che trovava sempre meno spazio nel discorso pubblico del paese. Nel 2016, questo gruppo hip-hop attivo dagli anni ’90 si ritrova a rivedere il proprio successo di 13 anni prima, chiamando decine e decine di star come testimonial per puntare il dito, tra le altre cose, contro un fenomeno che, da allora, non ha fatto altro che crescere: i crimini d’odio.

Basati sull’orientamento sessuale o sull’etnia, sulla provenienza o sulla religione, sul genere o sulla disabilità. I crimini d’odio, perpetrati nei confronti di gruppi considerati diversi da quello di appartenenza proprio in ragione dell’appartenenza a questi gruppi, sono riconosciuti come un’aggravante significativa quando si riconosce l’aspetto discriminatorio alla base dell’atto.

Nel Regno Unito, il picco di questa categoria di crimini è stato raggiunto nei mesi tra il referendum sulla Brexit e l’attacco terroristico alla Manchester Arena, secondo i dati pubblicati dall’Home Office inglese: il 78% dei crimini è basato sull’odio razziale ed è legato a doppio filo con un discorso politico altamente critico nei confronti dell’immigrazione e dell’Unione Europea – se non con delle campagne poco velatamente xenofobe.

Tra i paesi europei firmatari della Convenzione Europea dei Diritti Umani – basata sul principio dell’uguaglianza e della protezione dei diritti umani di tutti i cittadini degli Stati membri – i dati non sono confortanti: dal 2015, i crimini dettati dall’odio in Germania sono aumentati del 77%, mentre in Spagna sono stati riportati migliaia di reati basati sulla discriminazione religiosa (in particolare nei confronti della comunità islamica). Questo novembre, in Polonia si sono riunite più di 60.ooo persone per una manifestazione fortemente identitaria e nazionalista, che ha visto sfilare per le vie di Varsavia slogan come “L’Europa ai bianchi”, “Sangue puro” e “Preghiamo per un Olocausto islamico”. In Italia la Legge Mancino, che punisce i crimini d’odio, è da anni sotto attacco di partiti d’estrema destra come Forza Nuova – per non parlare del fatto che già nel 2014 la Lega proponeva un referendum per la sua possibile abolizione.

La manifestazione di estrema destra dell’11 novembre, festa nazionale polacca, a Varsavia. Fonte: AGI

Negli Stati Uniti, l’FBI conferma un aumento stabile nel numero dei crimini d’odio che non si è fermato dal 2015. Secondo la non-profit Southern Poverty Law Center, che da anni monitora la presenza di hate groups in America, la campagna di Trump e il suo arrivo alla Casa Bianca non hanno fatto altro che fomentare razzismo e xenofobia. Che Trump sia o meno da incolpare per questo picco, il fenomeno resta veramente allarmante: dal 1999, il numero di associazioni e gruppi che si rifanno al white nationalism, alla cosiddetta Alt-Right e al neo-nazismo, o che guardano con nostalgia ai tempi della Confederazione, quando lo schiavismo regnava sovrano negli Stati meridionali, è raddoppiato. Oggi sono 917. I gruppi fortemente discriminatori nei confronti della minoranza islamica, in particolare, hanno visto un aumento del 197%.

Eppure, alla luce di un universo variegatissimo di crimini – dai graffiti antisemiti che appaiono nei quartieri ebraici agli attacchi terroristici, dal troll razzista online ai transessuali assassinati – le autorità di mezzo mondo appaiono inermi e sprovvedute. Le difficoltà nel riconoscere il movente d’odio in un crimine si affianca all’ascesa di una cultura di disinteresse, se non di giustificazione, nei confronti di chi questi crimini li perpetua. Il risultato è un terreno morbido e fertile per un estremismo strisciante in cerca di seguaci e, soprattutto, di normalizzazione.

Scene dalla manifestazione “Unite the right” a Charlottesville, Stati Uniti.
Fonte: Emily Molli/NurPhoto via Getty Images

Da una parte, come riporta la Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, la mancanza di fiducia nei confronti della polizia e del sistema giudiziario e l’assenza di strumenti legali adeguati per proteggere le vittime fa sì che gran parte dei crimini d’odio non venga denunciata alle autorità competenti. Un buco nei dati ufficiali significativi e rappresentativi dell’ampiezza del fenomeno fa sì che le autorità non sappiano punire con una risposta sufficientemente severa i responsabili. D’altro canto, le forze dell’ordine sono spesso insufficientemente addestrate a riconoscere ed affrontare questo genere di crimine – e, talvolta, sono le forze dell’ordine stesse a farsi portatrici di questi crimini, fallendo nel riconoscere l’aggravante che un movente discriminatorio implica. Così, benché molti paesi perseguano gli hate crime con leggi ad hoc – come la già citata Legge Mancino in Italia – e siano firmatari di convenzioni che proteggono i cittadini contro ogni genere di discriminazione, una risposta efficace per limitare la violenza basata sull’odio sembra latitare.

A cercare di colmare queste lacune, negli Stati Uniti è arrivata l’indipendente ProPublica, redazione vincitrice del Premio Pulitzer, che ha da poco lanciato il progetto online Documenting Hate. “Nessuna agenzia governativa documenta piccoli incidenti di molestie ed intimidazione, come il bullismo online o quello nella vita reale”, constatano. La soluzione è quella di raccogliere su un’unica piattaforma testimonianze, date e storie nate da un’investigazione rigorosa che possano finalmente dipingere un quadro completo. L’ambizioso scopo è quello di mostrare anche quei micro-crimini che passano talvolta in sordina – e trovare una risposta collettiva a questo drammatico deterioramento, evitando che la discriminazione venga gradualmente normalizzata.

In Europa, campagne come #MediaAgainstHate vedono ONG, associazioni e redazioni collaborare per limitare l’odio e la discriminazione nei paesi dell’Unione, promettendo di migliorare la copertura mediatica di soggetti delicati come l’immigrazione o le lotte LGBT, spingendo per una legislazione più severa nei confronti degli hate crime e dello hate speech e proteggendo quei giornalisti che diventano essi stessi vittime di odio e molestie a causa del proprio impegno.

Un esempio lampante di hate crime: vandalismo a fondo anti-islamico.

Iniziative come queste non possono, però, arginare da sole quell’onda di odio che sembra star pervadendo le società occidentali. Da una parte, si levano le voci di quei liberisti assoluti che vedono nelle leggi contro i crimini d’odio una finestra aperta per un eccessivo controllo del governo sulle opinioni personali. Sul fatto che l’odio possa essere considerato una valida opinione si aprirebbe una parentesi troppo estesa, quindi faremo finta di nulla.

Dall’altra, c’è chi semplicemente non crede che il movente dell’odio e della discriminazione necessiti di un’aggravante nella pena: d’altronde, l’odio è una di quelle forze che fa girare il mondo, no? Lo scriveva anche Manzoni, che “è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi”. Così come in molti alzano un sopracciglio quando sentono parlare di femminicidio, così alcuni potrebbero non ritenere le opinioni o le posizioni politiche del criminale rilevanti nel giudicare un crimine.

Infine, c’è chi sostiene che l’esistenza di una categoria come quella degli hate crime, per quanto nobile, non argini questo genere di reato. Chi odia e ha sempre odiato qualcuno per il colore della sua pelle, per il suo orientamento sessuale o per la sua religione non verrà, con ogni probabilità, fermato da una legge. Ma leggi come la Mancino non hanno soltanto lo scopo dichiarato di deterrente: la loro esistenza è volta a ricordare sempre quali sono i valori che la comunità dovrebbe avere a cuore e ritenere fondamentali – valori che contano tra i propri ranghi l’uguaglianza e l’anti-discriminazione. Anche, se non soprattutto, di fronte ad un estremismo che prova a darsi un tono di normalità e ad una spaventosa indifferenza.

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

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