La fine della Net Neutrality sulle due sponde dell’Atlantico

È di ieri la notizia (riportata dai media di tutto il mondo) secondo cui la Federal Communications Commission (FCC) avrebbe modificato le regole riferite alla net neutrality, ovvero il principio giuridico secondo cui una rete a banda larga debba essere priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano, cioè dal punto di vista della fruizione dei vari servizi e contenuti di rete da parte dell’utente finale.

Come spiega Michelangelo Soldavini nel suo articolo sul Sole 24 ore

A nessun fornitore di servizi può essere garantita una velocità maggiore per arrivare all’utente finale: Netflix, Spotify e Youtube hanno la stessa velocità di qualsiasi altro servizio. L’idea di fondo è che internet non segue i principi del denaro ma dell’originalità dell’idea e della qualità del contenuto. Senza la net neutrality, si apre la strada al dominio delle società, in particolare dei fornitori di contenuto, disposte a pagare per avere la priorità per i propri contenuti.

Avrei di che ridire sul fatto che internet premi l’originalità dell’idea piuttosto che il principio del denaro (vedi YouTube), ma il principio rimane valido circa la possibilità da parte dei fruitori di servizi di accedere ai contenuti senza frizioni, costi e senza limitazioni (se non quelle dell’offerta stessa). Quindi, la FCC, ora a maggioranza repubblicana dopo l’elezione di Donald Trump ha decretato il ribaltamento del principio di net neutrality applicato dalla stessa FCC all’epoca della presidenza Obama. La motivazione principale sarebbe stata la caduta degli investimenti nel settore delle telecomunicazioni.

Diciamo che il problema sta alla base, poiché le aziende di tale settore stanno arrivando a un punto critico (come espresso in questo contributo della Strategy&2017 Telecommunications Trends)

Osservando lo stato del settore oggi, le aziende di telecomunicazioni non sono riuscite nei loro sforzi per monetizzare il flusso di dati che scorre attraverso le loro reti. I loro servizi sono diventati più mercificati. La loro capacità di reinvestire in aggiornamenti di rete e progressi digitali è stata severamente limitata. (…) I giocatori over-the-top (OTT), che offrono app e contenuti in streaming direttamente ai consumatori tramite Internet, hanno aumentato il loro dominio, persino nei servizi di comunicazione di base come messaggistica e voce. WhatsApp, Viber e iMessage di Apple rappresentano già oltre l’80% di tutto il traffico di messaggistica e Skype conta da solo oltre un terzo di tutti i minuti di traffico vocale internazionale. Di conseguenza, molti operatori telefonici stanno affrontando significative diminuzioni dei loro ricavi di servizi di comunicazione di base.

Lo stesso principio sembra poter essere applicato anche ad altri tipi di telecomunicazioni il cui unico nemico è… internet, nella fattispecie l’impossibilità di direzionare i fruitori di servizi internet verso altri servizi appartenenti al gruppo del provider di servizi web.

“In assenza di regole che garantiscano la net neutrality” continua Soldavini, “il flusso dei dati e dei file su internet sarà deciso dalla contrattazione tra i big dei contenuti e i big delle tlc, trasferendo ovviamente i costi sull’utente finale. Con il risultato secondario, ma non per questo meno rilevante, di tarpare le ali all’innovazione sul web.” Un provvedimento contrario alla libertà di concorrenza (non arrivando comunque alla “fine della democrazia”) una forma di “conflitto d’interessi” in salsa hi tech 2017. 

Cosa potrebbe, in sostanza, succedere? In base al pacchetto dati disponibile, colui che fornisce tali dati potrà decidere (in base agli accordi con altre grandi aziende) di applicare un costo aggiuntivo (es. per avere Netflix, oltre all’abbonamento, bisognerà pagare una quota supplementare al provider internet quali Tim o Vodafone)  per avere una qualità sufficiente per vedere il film. In questo modo ne soffriranno non solo quelli i quali sono cresciuti grazia alla net neutrality, ma di fatto i consumatori diventeranno una forma di contribuente de facto, in quanto pagheranno per accedere a servizi per avere la stessa qualità di prima come se fosse un servizio on demand. Quindi non sono affatto strane le critiche e le manifestazioni a seguito della decisione dell FCC (come denunciato dal The Guardian).

È inoltre corretto ricordare come anche le grandi aziende fornitrici del settore telecomunicazione e media (come Facebook e YouTube) non abbiano problemi a garantirsi una corsia privilegiata. Ci perde il consumatore e questo non cambia, nonostante questo possa scatenare l’effetto opposto, forse, ovvero fare emergere agenzie alternative di providing di servizi o nuovi tipi di contenuti per il web, oppure ancora che questa politica danneggi gli stessi provider – in termini di domanda – o gli stessi big del settore media. Staremo a vedere.

E per l’Europa? La questione rimane sul piano nazionale (con tutte le limitazioni di accesso basilare alla banda larga nei singoli paesi dell’Unione Europea) ma, come denunciato dal New York Times, già in Svezia si è tentata una strada simile.

La scorsa primavera, gli svedesi hanno ricevuto un’offerta allettante: se si fossero abbonati al più grande fornitore di telecomunicazioni della Svezia, Telia Company AB, avrebbero potuto avere accesso illimitato sui loro telefoni cellulari a Facebook, Spotify, Instagram e altre app di successo.

Una strada non praticabile secondo le autorità svedesi, in quanto in contrasto con la net neutrality a livello europeo e, quindi, anche in Europa vi è questo rischio, nonostante non vi siano mai state gravi e reiterate azioni contro la net neutrality, poiché

a differenza degli Stati Uniti, gli europei hanno molte opzioni per l’accesso a Internet a casa e sui loro telefoni cellulari. La Francia ha quattro principali operatori di telefonia mobile e Internet e nove emarginati a basso costo. La Gran Bretagna ne ha più di 50. E non ci sono giganti dominanti nati da mega fusioni.

Infine, in Svezia la vicenda si è conclusa così: poiché l’offerta di Telia non trattava il traffico internet in modo equo, essa dovrà essere interrotta. Insomma, se qualcuno avesse voluto ascoltare la musica da un concorrente di Spotify, Telia avrebbe rallentato artificialmente quel servizio una volta che gli utenti avessero raggiunto il limite massimo di dati, anche se potevano continuare ad ascoltare Spotify. Insomma, un nuovo Megavideo con Inc cool 8 alla Crozza in omaggio, checché qualcuno dica che il consumatore non ne esca danneggiato.

Tutto ciò mi ricorda la vignetta di Boban Pesov circa la crisi e le politiche intraprese da servizi on demand come Sky e Mediaset per limitare Netflix rendendo la vita impossibile a chi volesse disdire l’abbonamento.

anche se il rischio è che la situazione diventi questa:

Boban, perdonami.

 

Sull’Autore

Classe 1993, vengo da Finale Ligure (SV) e sono caporedattore della sezione "Economia politica e attualità". Mi sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Genova con una tesi in economia internazionale sulla Single Euro Payments Area (SEPA). Il mio interesse per l'economia nasce dal corso di Economia politica del primo anno (odiato dal 90% degli studenti, compreso chi lo ha già passato). I miei principali interessi riguardano la diffusione della teoria economica (in particolare dell'economia monetaria e dei modelli di crescita) e lo studio di modelli macroeconomici (che, a volte, traduco e/o riassumo su questa piattaforma). Collaboro con MdC per la rubrica "Europa for dummies" e sulle questioni relative a "democrazia-populismo-popolo del web".

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