Catalogna: un vademecum politico pt. 1

La questione catalana forse non è ancora trattabile come un argomento di Storia propriamente detta, quella con la S maiuscola che troviamo sui metodi scolastici. È più cronaca. Ma come ogni cronaca, merita comunque una certa attenzione anche da “esterni”, soprattutto se solleva questioni trasversali o direttamente collegate – quella più familiare per noi italiani è senza dubbio l’eterna sfida interna e nazionale al tempo stesso del leghismo tra indipendentismo e autonomie regionali, che solo recentemente sembra essere stata superata in favore dell’ultima proposta.

Spagna e Catalogna a confronto, per popolazione, demografia e PIL

Il 2006 è un anno chiave: iniziano qui le rinnovate pressioni per un nuovo Statuto d’autonomia per la Catalogna. Certo, in tutti i secoli precedenti il rapporto con Madrid è sempre stato altalenante, soprattutto durante il periodo franchista, quando Barcellona ha conosciuto un’innegabile compressione culturale, sociale ed economica in un’ottica più autoritaria e castigliano-centrica. Ma nel 1978, con la nuova Costituzione approvata dal 90,5% dei catalani – superiore alla media spagnola dell’87,8% – le cose sembravano essere cambiate; Barcellona ha ottenuto una notevole autonomia d’azione e la sua Generalitat ha legiferato ampiamente, soprattutto in temi di istruzione (la lingua catalana è insegnata come prima lingua in moltissime scuole), trasporti e commercio.

La richiesta del nuovo Statuto contenente una sostanziale novità in materia di ripartizioni fiscali passa dal parlamento locale alle urne referendarie per finire poi in quello centrale, a Madrid, dove seppur con certi ostacoli mediatici piazzati dal PP di Rajoy riesce a passare, espunto di alcuni articoli.

Ma una bomba esplode: l‘Alta Corte Costituzionale spagnola, manovrata dallo stesso Rajoy che riesce a ritardare il ricambio di alcuni dei suoi giudici, in una sentenza del 28 luglio 2010 – prudentemente fatta sparire dal sito ufficiale del tribunalecancella tutte le concessioni pattuite e riporta il testo a un livello sostanzialmente equiparabile a quello precedente. Per avere un’idea dell’effetto che tale giudizio ha avuto sull’opinione pubblica catalana, basti pensare che, nel giro di 7 anni, dal 2006 al 2013, il consenso per l’indipendenza è triplicato, passando dal 14% al 49%.

La manifestazione indipendentista del settembre 2012, Barcellona

Le proteste per la sentenza si sommano a quelle per il clima di “austerity” e si fanno più forti a Barcellona, dove, dopo l’ennesima protesta in piazza a settembre in occasione della festa nazionale catalana, il Presidente della Generalitat Artur Mas convoca nuove elezioni per novembre. Il risultato sancisce poco meno di uno status quo, con una CiU (il partito di centro-destra pro-autonomia assimilabile al CDU-CSU tedesco, nonché casato di influentissimi politici catalani e spagnoli come Jordi Pujol e lo stesso Mas) che arretra dal 38,4% al 30,7%, e un rafforzamento delle sinistre, specialmente l’ERC di Junqueras (21%), schierata su posizioni di aperto indipendentismo repubblicano.

L’evoluzione del “sentire” e del sentirsi catalani o spagnoli è certamente un dato da considerare: dal 1980 al 2014 i dati dei sondaggi sull’identità nazionale in Catalogna dicono che, tolta un’importante percentuale di indecisi35-40% – la percentuale di chi si identifica Spagnolo è calata dal 35% al 10%, mentre quella con la Catalogna è cresciuta dal 25% al 55%.

Divenuta forza di governo, l’ERC insieme a numerosi gruppi e associazioni politiche di diversa grandezza ha iniziato una grande e martellante campagna in favore dell’indipendentismo. Sono del periodo 2012-2015 gli slogan “Madrid ci deruba” e “Siamo una nazione” – ovviamente in catalano – com’è di questo periodo l’appello al diritto all’autodeterminazione dei popoli – appello tra l’altro molto discusso, da una parte e dall’altra, da filosofi, giuristi e politici di tutto il mondo.

La crisi economica e le politiche di compressione delle specie sociali hanno dunque generato un malcontento – uguale in tutta l’Europa e non solo – che in Catalogna è stato in parte deviato verso la causa indipendentista. I tempi per scelte più nette si  faranno prossimi con le elezioni del settembre 2015.

Viene meno l’alleanza della CiU e si forma, invece, una grande coalizione di partiti accomunati dal desiderio di indipendenza: è Junts pel Sì, nato dall’unione di forze di centro-destra e centro-sinistra, comprendenti i partiti di Mas e Junqueras, che raggiunge il 39,2% dei consensi e la maggioranza relativa in parlamento. Dopo un iniziale tentativo di rieleggere il proprio leader  Mas a presidente, Junts pel Sì ha raggiunto un accordo con l’altro partito indipendentista, la CUP (di estrema sinistra), e ha eletto quindi a presidente Carles Puigdemont. 

I risultati delle elezioni regionali del 2015

È con questa maggioranza che Puidgemont ha guidato la Generalitat verso gli eventi degli ultimi mesi.

Proviamo a schematizzarli brevemente:

  • 6 settembre : la Generalitat approva il referendum per l’1 ottobre;
  • 7 settembre: la Corte costituzionale spagnola sospende in via cautelare la convocazione del referendum;
  • 1 ottobre: nonostante la chiusura di molti seggi da parte della Guardia civil spagnola, oltre due milioni e 200 mila catalani votano nel referendum tra tensioni e violenze. Il Sì stravince con il 90% delle scelte, ma a votare è solo il 43% degli aventi diritto;
  • 3 ottobre: il re di Spagna Felipe lancia un appello a rispettare l’ordine costituzionale accusando i leader indipendentisti di spaccare la società catalana;
  • 10 ottobre: Puigdemont dichiara di aver ricevuto il mandato per formare uno Stato indipendente, ma propone di sospendere gli effetti della dichiarazione per favorire il dialogo con Madrid;
  • 21 ottobre: Rajoy annuncia che chiederà l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione per sospendere l’autonomia della Catalogna;
  • 27 ottobre: il “Parlamento” catalano approva una mozione per l’indipendenza mentre il Senato spagnolo dà il via libera all’applicazione dell’articolo 155;
  • 30 ottobre: Carles Puigdemont e altri quattro membri della Generalitat vanno in Belgio;
  • 3 novembre: mandato d’arresto europeo per Puigdemont e gli altri “ministri” catalani: accuse di “sedizione politica”.

Così, con alcuni dei suoi leader politici costretti a tenere comizi via webcam, si è conclusa l’anormale campagna elettorale in vista del voto del 21 dicembre. La possibilità che il risultato sancisca una conferma della situazione pre-referendum è possibile; occorre tener conto però dell’atteggiamento della Spagna durante il contestato voto, atteggiamento che ha fatto crollare verticalmente l’immagine della monarchia e del premier Rajoy e ha generato alcune simpatie per il caso catalano al di fuori della Spagna. La “fuga” rocambolesca degli esponenti di spicco di Junts pel Sì potrebbe però generare sfiducia e pesare per quanti cercassero una soluzione drastica e unilaterale di scissione e il sostegno dei Paesi europei e il teorico e invisibile beneplacito dell’UE ha rafforzato indubbiamente il governo madrileno.

Puidgemont, sulla sinistra, e Rajoy si affronteranno virtualmente nelle elezioni del 21 dicembre in Catalogna.

Certo, se il mondo fosse un posto felice e sincero ci sarebbero stati dialoghi, comprensioni o magari nuove elezioni (magari sia in Spagna che in Catalogna contemporaneamente); la monarchia avrebbe potuto guidare l’indeciso Paese per la costruzione di una nuova Costituzione, magari con una presenza federale più marcata che tenesse conto delle evidenti e forti differenze culturali della Penisola. Chiaramente avrebbe potuto, con un po’ di tempo e alcune nuove concessioni fiscali ed economiche ricomporre la questione catalana e quelle basche e galiziane – e, perché no? magari anche quelle andaluse – pagando la forza centrale dello Stato per ottenere rinnovata l’unità e la legalità. Certo, avrebbe potuto, anzi, sarebbe potuto accadere, mettendo da parte le ottusità reciproche e con una buona dose di sano realismo.

Ma questo non è il mondo delle favole. È la politica.

È la realtà.

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

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