La storia del glifosato: quando politica e multinazionali offuscano la scienza

Il processo UE al glifosato, l’erbicida della discordia, si conclude con l’assoluzione, ma la credibilità scientifica sta attraversando il suo momento più buio

Il 27 Novembre 2017, il comitato d’appello a cui hanno partecipato tutti gli stati membri dell’Unione Europea ha votato a favore del rinnovo dell’autorizzazione all’utilizzo del glifosato per ulteriori cinque anni. Gli Stati contrari sono stati Italia, Francia, Belgio, Grecia, Austria, Croazia, Malta, Cipro e Lussemburgo, il solo Portogallo si è astenuto, mentre gli altri 18, compresa la Germania indecisa fino all’ultimo, hanno votato a favore.

Prima, durante e dopo la votazione non sono mancate numerose e rumorose polemiche. Greenpeace in particolare ha parlato di “regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente” mentre Socialisti Europei ed associazioni come Slow Food lamentano il “mancato rispetto del principio di precauzione“.

La maggior parte delle proteste sono state relegate al rango di “campagna antiscientifica delle lobby ambientaliste” e l’intero dibattito ha assunto toni degni di una tifoseria nel giorno del derby.

Cos’è il glifosato

Stiamo parlando dell’erbicida più diffuso al mondo, che tra i numerosi vantaggi annovera una straordinaria efficacia, semplicità di utilizzo e convenienza economica. La molecola fu isolata negli anni Cinquanta in Svizzera, ma la sua azione erbicida fu scoperta e brevettata nel 1970 nei laboratori Monsanto, colosso mondiale dell’agro-chimica. Il chimico che guidò la ricerca, John E. Franz, nel corso degli anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Viene venduto con il nome di Roundup e la sua diffusione commerciale si intensifica a partire dagli anni Novanta, quando la stessa Monsanto introduce sul mercato (non in Italia) colture geneticamente modificate resistenti al glifosato stesso.

Il suo brevetto scade nel 2001 e da allora viene utilizzato in formulazioni destinate non solo all’agricoltura intensiva, ma anche al giardinaggio domestico e alla manutenzione del verde pubblico.

La caratteristica che rende unica l’efficacia di questo prodotto è la capacità d’essere assorbito da qualsiasi parte verde della pianta per poi essere indirizzato alle radici, provocandone in circa dieci giorni la completa seccatura. Ottimo dunque prima di ogni semina per estirpare le erbacce.

Il glifosato è probabilmente cancerogeno

L’idillio tra agricoltura e glifosato comincia a scricchiolare nel 2015, quado nel marzo lo IARC, International Agency for Research on Cancer, ramo dell’Oms, lo ha classificato come “probabilmente cancerogeno” inserendolo nella categoria 2A e dichiarando che gli agricoltori esposti sono soggetti ad una probabile attività mutagenica.

È importante sottolineare che l’appartenenza di una sostanza ai gruppi della classificazione IARC indica quanto forti siano le prove della sua cancerogenicità, e non sia invece una misura del rischio effettivo.

Nella stessa categoria sono state inserite anche le carni rosse (seguite da un clamore mediatico senza precedenti), le esalazioni del fritto (Acrilammide), le bevande calde oltre i 65°C, le emissioni dei caminetti a legna, l’esposizione professionale a prodotti per parrucchieri e i lettini abbronzanti.

Nel novembre dello stesso anno un nuovo studio è stato pubblicato dall’EFSAEuropean Food Safety Authority, che, in contrasto con lo IARC, afferma che è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo, proponendo nuovi livelli di sicurezza nei controlli della presenza di glifosato negli alimenti.

Com’è possibile una differenza così importante tra gli esiti dei due studi?

Le procedure seguite delle due agenzie, IARC ed EFSA, sono molto rigorose ma diverse. Il rapporto IARC ha analizzato il glifosato in combinazione con altre sostanze, alcune delle quali già riconosciute come mutageniche, le cui formulazioni commerciali non sono più molto diffuse sul mercato. Lo studio condotto da EFSA invece, oltre a considerare il solo glifosato, tiene conto di una gamma di dati più vasta. Per la legge europea (1107/2009) all’industria produttrice spetta fornire le prove che la sostanza che si intende mettere in commercio non sia dannosa; queste prove verranno poi analizzate insieme alla letteratura scientifica esistente. Nel nostro caso la Monsanto ha fornito dati al centro di ricerca, giudicato indipendente in base a delle linee guida internazionali.

Esaminando la corposa massa di evidenze scientifiche, comprese quelle in possesso dei ricercatori IARC, la valutazione EFSA a cui hanno partecipato esperti di tutti gli Stati membri (Italia compresa) ha dichiarato che né i dati epidemiologici, né i risultati su animali hanno dimostrato nessi tra esposizione al glifosato ed insorgenza di cancro nell’uomo.

Monsanto Papers e polemiche

Lo schieramento #StopGlifosfato, se come scudo imbraccia il rapporto IARC, come spada impugna lo scandalo dei Monsanto Papers, un’inchiesta giornalistica di varie testate internazionali (Guardian, Le Monde, La Stampa) che scredita -e non poco- il rapporto EFSA che assolve il glifosato. Nel report ufficiale dell’autorità europea per la sicurezza alimentare, infatti, sono presenti, su un totale di circa 4500, un centinaio di pagine copiate esattamente dalla documentazione della Monsanto, episodio gravissimo su cui è stata fatta pochissima luce.

Inoltre la coalizione anti-glifosato/anti-Monsanto (con a capo Green Peace e di cui fanno parte anche Legambiente, FAI, Slow Food, ARCI e CGIL) fa leva sul secondo pesante capitolo dei papers, stando al quale la multinazionale avrebbe tenuto a libro paga scienziati, ricercatori e prestigiose firme giornalistiche, con lo scopo di influenzare l’opinione pubblica.

Oltre alle sincere preoccupazioni per la salute, nel fronte oppositore non mancano le consuete argomentazioni che le grandi multinazionali scatenano indipendentemente dal contesto scientifico. Ad esempio, l’inaspettato ripensamento della Germania è stato spiegato dall’imminente matrimonio tra Monsanto e Bayer.

L’intera vicenda ha gettato un’ombra pesantissima sul rapporto ufficiale EFSA e sulla sua indipendenza, rendendo difficile non parlare di “scienza comprata”.

Al netto di questo scandalo, chi ha conservato un briciolo di fiducia verso l’autorità scientifica può confidare nei successivi rapporti di agenzie internazionali: FAO/OMS e ECHA (European Chemicals Agency) che si sono espresse per la non pericolosità cancerogena della sostanza. Pareri conformi provengono dalle agenzie sanitarie nazionali di diversi Paesi: Giappone, Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La situazione in italia

Oltre ad aver votato negativamente al recente comitato d’appello, l’Italia -attraverso un decreto del 2016 del Ministero della Salute- ha stabilito che il glifosato non potrà essere utilizzato nelle aree “frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili”, quindi in parchi giochi, giardini pubblici, strutture scolastiche e sanitarie. Questo provvedimento è stato giudicato dall’AIRC (Agenzia Italiana Ricerca sul Cancro) un “un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l’uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi”.

Sull’Autore

Studente di Scienze Biologiche, appassionato di sostenibilità, natura e innovazione.

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