La gerontocrazia? Una minaccia per la crescita

Da qualche anno, la pagina Facebook Tecnocrazia e libertà si è resa paladina (più o meno ironicamente) della denuncia del sistema marcio della gerontocrazia contro ogni politica keynesiana in Italia al grido (o, per meglio dire, all’hashtag) di #vecchidimerda. L’idea è che le persone anziane, ricevendo più di quanto versato con le tasse, pesino sul bilancio italiano costringendo il Governo ad aumentare la spesa pubblica facendo deficit e debito, e pesando così sul bilancio inter-generazionale. Insomma, il potere della gerontocrazia colpisce ancora.

Ora, la gerontocrazia è davvero un dramma per la crescita economica? Sì, secondo Vincenzo Atella e Lorenzo Carbonari, rispettivamente docente e ricercatore in Economia presso l’Università di Tor Vergata, i quali hanno pubblicato nel 2017 come working paper (e a maggio di quest’anno sul Journal of Applied Economics) un articolo su questo argomento: Is gerontocracy harmful for growth? A comparative study on seven european countries.

In questo lavoro si è studiata la relazione tra la gerontocrazia e le performance aggregate dell’economia in un modello in cui la crescita è legata all’accumulazione di capitale umano e alla spesa pubblica produttiva.  In questo lavoro, gli autori dimostrano come le élite dotate di minor pazienza hanno la tendenza a disinvestire nell’educazione pubblica e in servizi pubblici produttivi, mettendo a rischio la stessa crescita economica.

Il framework del modello si basa su alcuni assunti fondamentali, tra cui: i consumatori/lavoratori producono un solo bene, vivono per sempre e, in ogni periodo, le persone suddividono il proprio tempo tra produzione e istruzione. La funzione di produzione richiede l’uso di capitale umano e lo studio sulla rendita sociale della stessa accumulazione di capitale umano in un tempo continuo (l’accumulazione può essere vista, ad esempio, partendo dalla produttività del lavoro). Inoltre, tra le varie componenti del modello esistono due fattori, ovvero la rendita elettorale (quando il governo rimane in carica) e la rendita in caso di sconfitta, in quanto le politiche economiche tendono a  perpetrarsi nel tempo e, se non si calcola adeguatamente il tempo di azione, le amministrazioni successive possono ottenere un maggior introito elettorale grazie alla politica del governo precedente.

L’ambiente politico è fondamentale in questo modello. Infatti, ponendo che vi siano due partiti i quali considerino come esogena la possibilità di essere votati/sostituiti, l’élite politica in carica, in caso di sconfitta, otterrà solo la rendita “da pensionamento”. Viceversa, manterrà la decisione sulla distribuzione delle entrate fiscali tra spesa pubblica produttiva e investimenti in capitale umano e istruzione (oltre alla propria rendita improduttiva).

Considerando un modello a crescita endogena (dove le variabili che influenzano l’accumulazione sono spiegate all’interno dello stesso – diversamente dal più neoclassico modello di Solow), lungo il sentiero di accumulazione, il tasso di crescita delle variabili pro capite tende ad aumentare dell’importo delle entrate fiscali utilizzate per finanziare l’istruzione e i servizi produttivi.  Inoltre, sempre prendendo in considerazione il sentiero di crescita, la spesa pubblica ottimale nei servizi produttivi e nell’istruzione diminuisce con l’impazienza dei politici. Quindi, più l’élite politica è impaziente, minore è il tasso di crescita di equilibrio,

Le élite politiche si ritrovano dunque a  dover affrontare un problema di ottimizzazione ad orizzonte infinito (ahahahahaha, ve li immaginate i vari Salvini, Renzi, Grillo, berlusconi ecc. lavorare su modelli di ottimizzazione di lungo periodo? Dubito sappiano persino cosa sia una funzione di ottimizzazione. Di lungo periodo, poi!). Gli autori aggiungono, nella loro analisi, una tecnologia aggregata che garantisca crescita perpetua guidata da servizi governativi produttivi e investimenti in formazione scolastica. La fornitura di entrambi i servizi pubblici e l’istruzione pubblica è finanziato da una tassa sul reddito, i cui ricavi sono utilizzati anche per finanziare la rendita improduttiva delle élite (di cui abbiamo parlato prima). Questa ipotesi è fondamentale per evidenziare il compromesso cui devono far fronte i responsabili politici e il ruolo della gerontocrazia.

Infatti, nel momento in cui le élite politiche sono composte da persone anziane, la pazienza e la volontà di attuare politiche di miglioramento degli investimenti produttivi in capitale umano (es. istruzione) e di aumento della crescita potenziale scendono. Gli investimenti pubblici risponderebbero perciò ai cambiamenti nella struttura dell’età della classe dirigente, la quale influenzerebbe le dimensioni della rendita improduttiva di cui gode l’élite. 

Per verificare ciò, gli autori si avvalgono di alcuni indici: il primo riguarda i dati socio economici e demografici dei politici nei paesi analizzati.

Il secondo indica invece la produzione, la produttività, gli investimenti (pubblici o privati) in ICT.

I risultati confermano le previsioni teoriche del modello, per cui la gerontocrazia infuenza negativamente le ICT pubbliche, che a loro volta influenzano la produttivita totale dei fattori produttivi.

In conclusione, quando i giovani cessano di essere il motore di un’economia, la crescita economica a lungo termine è in pericolo. Negli ultimi trent’anni, molte economie europee sono cadute in una trappola della vecchiaia a meccanismo auto-rinforzante, in base al quale gli individui (generalmente quelli più anziani) hanno usato il controllo del sistema politico per escludere le nuove generazioni, che sono ragionevolmente la parte più dinamica e innovativa della popolazione, dall’accesso al potere. Il modello non analizza formalmente questo meccanismo, né le conseguenze “positive” della gerontocrazia (ad esempio, la riduzione delle disuguaglianze): si concentra invece sui collegamenti tra l’età della classe dirigente e i tassi di crescita di lungo periodo.

Passando dalla congettura che è una élite propria della gerontocrazia mostra un tasso di impazienza più alto, l’ipotesi testabile principale derivata dal modello teorico è che più la classe dirigente è anziana, più è basso l’investimento pubblico in istruzione e servizi produttivi. Gli autori sostengono che la gerontocrazia influenzi la produttività totale dei fattori principalmente tramite un “effetto diretto” (negativo) maggiore in quei settori intensivi di investimenti in ICT. Infine,  le stime sostengono che le conseguenze della gerontocrazia siano state più severe in Germania, Finlandia e Italia, rispetto ad altri paesi europei.

Non so perché, ma mi è venuto l’impulso improvviso di attaccare il sistema retributivo…

Sull’Autore

Classe 1993, vengo da Finale Ligure (SV) e sono caporedattore della sezione "Economia politica e attualità". Mi sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Genova con una tesi in economia internazionale sulla Single Euro Payments Area (SEPA). Il mio interesse per l'economia nasce dal corso di Economia politica del primo anno (odiato dal 90% degli studenti, compreso chi lo ha già passato). I miei principali interessi riguardano la diffusione della teoria economica (in particolare dell'economia monetaria e dei modelli di crescita) e lo studio di modelli macroeconomici (che, a volte, traduco e/o riassumo su questa piattaforma). Collaboro con MdC per la rubrica "Europa for dummies" e sulle questioni relative a "democrazia-populismo-popolo del web".

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