Festival 20 30: la Catastrofe e come salvarsi

A Bologna, Festival 20 30 non è semplicemente un festival di teatro, anzi a dire la verità non è mai riuscito a essere solo questo. Festival 20 30 è un coacervo di energie e di pulsioni. È un insieme di cose che succede tra le persone che scelgono di vivere delle esperienze e che finiscono, chissà secondo quali principi, per diventare comunità, per diventare famiglia, anche se per pochi giorni. Noi, per parte nostra, non possiamo che raccontarlo così: con le parole quotidiane, senza retoriche o artifici, perché le cose semplici devono rimanere tali e ogni fronzolo è superfluo.

Sotterraneo

Dal laboratorio Alive dei Sotterraneo

Veniamo ai fatti: il festival, alla sua quarta edizione, è rivolto, come lascia intendere il suo stesso nome, a una precisa fascia d’età, che va appunto dai venti ai trent’anni. Il fine è chiaro e semplice: riportare i giovani a teatro. E a dire dalla grande affluenza che come sempre questo festival riesce a radunare, anche quest’anno l’obiettivo è stato raggiunto a pieni voti!
La domanda sorge però spontanea. I teatri sono vuoti da tanto tempo, quando si riempono il pubblico è costituito da eleganti signore dagli orecchini di perla e lunghe pellicce di volpe. E allora, come avvicinare i giovani a questo universo così lontano dal loro orizzonte? Come portare a teatro il coinquilino di fisica? (per riproporre un esempio presentato alla conferenza del 26 novembre Appunti per un manifesto).

Domesticalchimia

Dal laboratorio di Domesticalchimia

Ecco che allora il Festival si gioca una delle carte vincenti: ogni compagnia che viene invitata a partecipare con il proprio spettacolo, tiene anche un laboratorio di tre giorni completamente gratuito (come tutto il festival, scandalosamente gratis!) per non professionisti. Chiunque può iscriversi, per poi andare in scena a raccontare l’esito di questo percorso.

Prima degli spettacoli delle varie compagnie, dunque, viene presentato il finale di laboratorio, dove circa una ventina di ragazzi ogni sera si mettono in discussione sotto le luci del palco dell’Oratorio di San Filippo Neri (Via Manzoni 5, Bologna), dove si è tenuto l’intero festival, ad eccezione della serata di chiusura del 25 novembre all’Arena del Sole a cui è seguito il Dopofestival al Locomotiv di Bologna.

Quest’anno è stata presentata una serie di spettacoli il cui tema era la Catastrofe: a partire da Homo ridens della compagnia toscana Sotterraneo, passando per Il contouring perfetto di Domesticalchimia, Lapsus Urbano-Rimozione forzata, spettacolo itinerante per il quartiere Bolognina con la regia di Enrico Baraldi, Vania della compagnia Oyes, i Camillas in concerto, e infine Manifesto, rappresentazione che vede protagonisti una serie di giovani under 30, sparsi in tutta Italia: un gruppo di ragazzi che ha scelto di investire le proprie migliori energie per il teatro. Le avanguardie 20 30 di Bologna, i ragazzi della Konsulta di Trasparenze di Modena e quelli di Dominio Pubblico di Roma hanno cercato di indagare insieme ai registi Nicola Borghesi e Tiziano Panici una questione fondamentale: ma che ci facciamo noi oggi a teatro? E perché? Che magia ci ha incantato a tal punto da farci scegliere di farne il nostro motivo e motore di vita?

Grande novità: quest’anno è stata ospitata anche Exit, giornata organizzata completamente dai giovani delle Avanguardie 20 30, che insieme alla Compagnia bolognese Kepler 452 si occupa della direzione artistica del Festival. Di cosa si tratta? Domenica chiunque poteva entrare nelle case presenti in programma e assistere a delle performance: dalla pseudo santificazione di Fabrizio Corona, al set perfetto per un selfie, a un Concerto in Sala da Bagno

Fuori dai teatri, fuori dai luoghi vecchi e stantii, nelle case di tutti, nelle case degli amici in cui di solito andiamo a bere le birre e a mangiare le pizze, ecco, proprio lì, avveniva l’incontro, avveniva il teatro.

Exit

Exit, Avanguardie 20 30

Tanto ci sarebbe da dire sugli spettacoli, sulle tematiche, sulla grande capacità delle compagnie e della band ospitata, tanto ci sarebbe da dire sulle reazioni del pubblico, su come è stata accolta questa iniziativa, ormai punto di riferimento per la città bolognese.

Alla fine però quel che conta è quello che è stato in grado di succedere dentro a quelle quattro mura (e a questo punto, non più solo lì dentro!): quando con i ragazzi di Sotterraneo gli spettatori piangevano dal ridere, quando con i Camillas il pubblico si è alzato dalle poltrone e ha iniziato a ballare in giro per l’Oratorio.

Una serie di riti che ci iniziano di nuovo alla vita, che ci rimettono in contatto con l’altro, che ci svegliano dal torpore, ci fanno alzare la testa dai libri universitari, dai tavoli degli uffici e ci spingono a fare la fila al freddo un’ora prima dell’apertura delle porte. E no, non per un concerto, né per una serata in discoteca.
Perché tutti noi, in fila all’Oratorio di San Filippo Neri, lo sapevamo: sarebbe successo qualcosa pieno di senso.

Che questo qualcosa ineffabile e indicibile sia stato apprezzato o respinto, poco importa: il punto è che finché ci sarà qualcuno disposto a impiegare le proprie ore a raccontare delle storie e finché ci saranno occhi attenti e premurosi pronti ad accoglierle, nessuno nessuno nessuno sarà mai davvero perduto.

Sull’Autore

Classe 1996. Sospesa tra le Marche e l'Emilia. Vive a Bologna, dove cerca risposte alle sue domande. Studia Lettere Moderne e collabora anche con il blog Parte del Discorso. Curiosa di tutto, esperta di niente.

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