No man’s land. Il “non qui, non ora” su cui riflettere sempre

Historia repetitur.

Era il 1516 quando Tommaso Moro scriveva il primo testo sull’utopia sociale.

Anno Domini 2017: il concetto ritorna. Più forte che mai. La convivenza tra gli esseri umani è oggi troppo spesso affiancata al concetto di “problema”. Parliamo sempre del “problema” della convivenza, non del “tema” della convivenza. Vuol forse dire che la razza umana non ha fatto alcun passo in avanti in merito alle buone norme sociali? O forse che la storia è destinata a ripetersi in virtù della fisiologica “perdita di memoria” dei popoli?

Non è semplificando in poche parole che la soluzione diviene leggibile. La natura complessa dell’assunto è evidente. Quanto analizzato da Moro in epoca rinascimentale nel suo Utopia – seguito poi da La città del Sole di Campanella e così via tutti gli altri che abbiano trattato il tema – denota come la lettura della realtà e della convivenza tra popoli proposta come un mero hic et nunc possa risultare sommariamente inefficace. Addirittura attraverso i secoli.

Utopia

L’esercizio di approssimazione e il training verso il mondo perfetto ritornano tra i filosofi di oggi come validi strumenti per una futura convivenza sostenibile. Il blocco di partenza è ancora, metaforicamente, la conoscenza. Come sempre. Solo conoscendo l’homo homini lupus avrà una concreta chance di migliorarsi e ridurre la paura del non noto, mitigando l’odio a cui tende per natura.

I vari slogan, lo scherno, l’indifferenza che spesso si riscontra in relazione alla sfera immigrazione, agli sbarchi dei clandestini o agli episodi di criminalità razziale, ma anche all’odio tra uomini della stessa razza e stato sociale, ci riporta indietro a quei testi antichi con una certa prepotenza. Solo ipotizzando un continuo esercizio di conoscenza del non noto la razza umana sembra potersi avvicinare a un buon risultato di convivenza sociale, nonché di accettazione del diverso.

Forse abbiamo smesso di esercitarci, di andare quotidianamente in palestra?

In una recente intervista, il Prof. Luca Mori dell’Università di Pisa condivide un pensiero che non dovrebbe essere recepito solo da chi vi si imbatta casualmente, o lo abbracci per motivi di lavoro o studio. Occupandosi di socio-politica in particolare focalizzata sull’educazione dei bambini, il Prof Mori incoraggia innanzitutto l’intero sistema educativo all’implementazione di una continua riflessione sul concetto di Utopia nei più piccoli: quel mondo ideale che oggi non abbiamo, e a cui si dovrebbe quotidianamente tendere.

La soluzione che propone è abbastanza semplice: sottoporre i bambini a continui esercizi di aggiustamenti di tiro, esercizi al tendere, più che al definire. Se il bambino venisse educato attraverso la proposizione di una realtà “problematizzata”  – e non iper-semplificata come i mezzi digitali e la quantità di nuovi tool da cui senza particolare attribuzione di colpa è quotidianamente circondato – volta alla riduzione dell’ambiguità che la non conoscenza genera endemicamente, diverrebbe sicuramente un adulto con pensiero critico e in grado di elaborare strategie di convivenza applicabili concretamente.

Il Prof Mori sostiene che proponendo al bambino uno spazio di aggregazione reale, nel quale gli viene imposto di ragionare su pochi semplici temi (come il dove abitare: decisione pratica su base semplice), si possa realmente ridurre il gap tra la tendenza umana all’odio e l’isola di Utopia: quel mondo perfetto e privo di ingiustizia sociale in cui tutti vorremmo vivere.

Essendo l’uomo un animale violento a livello intraspecifico e tendendo per natura alla distruzione reciproca, la riduzione della distanza tra ciò a cui per natura è destinato a tendere e il mondo perfetto è un esercizio che molti filosofi sociali moderni abbracciano come unica strada di valore percorribile, non solo Mori.

Utopia e Convivenza

Ponendo i fanciulli nella condizione del dover decidere, le posizioni estreme che ciascuno verosimilmente sostiene in fase di prima lettura del caso proposto si modificano naturalmente, avvicinandosi attraverso il ragionamento indotto e il dialogo. Si passa molto facilmente dal “io penso X, ed è giusto” al “forse però è giusto anche Y”. Una semplicità che il Prof Moro definisce disarmante. Null’altro che continui training di sensibilizzazione e realizzabilità.

L’Utopia che ritorna. Questo desueto esercizio di stile che qualcuno ha dimenticato e messo da parte.

L’esercizio dello stare insieme, dell’ autoregolazione continua, della conoscenza, dello sviluppo della capacità umana di ragionare su ciò che non esiste e che invece dovrebbe, si inseriscono tuttavia in un contesto forse addirittura più complesso di quello rinascimentale.

Interessante a tal proposito è la riflessione di Nuccio Ordine su come spesso l’identificazione che si fa dell’ingiustizia si rivolga ai massimi sistemi – quelli immutati nel tempo – come la religione, la razza.

Una semplificazione erronea per definizione. Quando udiamo “i musulmani fanno X”, “il Vaticano appoggia Y”, siamo di fronte a un evidente errore di valutazione. Più che ovvia semplificazione, giacché ogni singolo musulmano è un soggetto a sé e andrebbe conosciuto come tale, prima di subire giudizio, così come ogni membro del Vaticano e, per estensione, chiunque. In un’ottica di superamento del gap che ci separa come razza dall’isola di Utopia,  sicuramente la collettivizzazione generalizzata è un parametro di partenza errato. Se volessimo davvero tendere a Utopia e cominciare il training in tal senso, dovremmo senza meno ragionare sul limite quotidiano che ci si propone, non sulla collettività e sulla categorizzazione del nostro caso da affrontare.

Utopia

E c’è di più, secondo Ordine.

A Utopia l’ingiustizia sociale si annulla attraverso la buona pratica del “più forte” che per sua natura supporta il “più debole”. Non esiste la proprietà privata né la disuguaglianza, c’è libertà di religione. A Utopia, appunto.

Nella vita reale, basterebbe un “tendere a”. Nessuno sforzo sovrumano, solo ripromettersi quotidianamente una riflessione critica sulla realtà vissuta e su quella che idealmente si dovrebbe vivere in relazione ad un dato caso specifico.

La nemesi è dietro l’angolo, però.

Chi governa a Utopia? Chi è il capo di tutti? Il Saggio. Tommaso Moro non ha alcun dubbio.

Eccola qui la vera difficoltà che rende l’esercizio davvero faticoso, se non un vero e proprio sacrificio. In effetti, la realtà del 2017 vede ai vertici qualcun altro. Il governatore è il possedente, colui che ha generato profitto, colui che è potente in relazione a ciò che possiede. Troppo spesso, lui e il Saggio non sono la stessa persona.

È in tal direzione che si sente spesso domandare ai liceali e ai giovani in generale quale percorso di laurea sceglieranno per scalare la vetta. Il fine ultimo è il denaro, non la conoscenza. Alla base c’è il profitto, non il sapere.

Alla logica del profitto ci si viene educati. La menzione alla conoscenza è per lo più scomparsa del tutto. Non c’è il “se sarai sapiente e saggio in X, allora raggiungerai il vertice perché sarai di valore”.

Sarebbe altresì altamente anacronistico, oltre che dannoso, ignorare i parametri della realtà per come davvero è.

Quale sia dunque il paradigma risolutivo non è ancora chiaro, ma Ordine e Mori paiono davvero proporre una buona base di partenza. Senza critiche eccessive al Dio Denaro, giacché è necessario a tutti  (esattamente come non sarebbe pensabile né giusta l’eliminazione della proprietà privata, così come la ipotizza Moro), i due filosofi sembrano concordi sul fatto che ciò che elevi davvero l’animo umano verso il percorso di saggezza non sia oggi malauguratamente di valore per la società. Tantomeno remunerato. Nella modernità liquida che viviamo le arti pure quali la letteratura, la filosofia, la poesia, la musica o il teatro (la care, vecchie Muse…) sono oggi sconfitte in partenza dalla finanza e dalle sue regole, dai vari metodi per farla girare verso la crescita dei profitti forse più a favore di pochi, anziché del bene comune. Ciò che rende saggio l’uomo, non è uguale a ciò che lo può rendere potente. Anche se il bene comune resta affare di tutti.

Critical Thinking

Facile intuire, in ovvia assenza di rapide e semplici soluzioni, come l’uomo debba quindi combattere sempre, allenarsi continuamente in palestra. Non sembra ipotizzabile abbandonare la fatica del tendere, la continua battaglia. L’Utopia ritorna oggi in termini di necessità oggettiva del pensiero umano. Lo sviluppo di un buon critical thinking, la giusta generazione di profitto che non cancelli la responsabilità sociale dalle menti, né le arti pure in grado di nutrire gli animi, la mediazione tra ciò che viviamo e ciò a cui dovremmo tendere, il conoscere anziché giudicare, la sfida al limite tra ciò che viviamo e ciò che dovremmo vivere sembrano buoni attrezzi da provare in palestra. Sviluppare una buona struttura muscolare verso questa direzione forse non è proprio un suggerimento errato.

“Alcuni uomini pensano che la terra sia rotonda, altri che sia piatta. È un argomento passibile di discussione. Ma se è piatta, la renderà rotonda il comando del re? E se è rotonda, il comando del re la renderà piatta? No, io non firmo.”

Thomas More

Hic et nunc, come ieri.

Sull’Autore

Interprete, traduttrice, sognatrice patologica e dipendente da ogni forma di creatività. Credo nella 'diversity' come forma naturale di crescita personale. Scrivo per bisogno primario, esattamente come respiro, bevo, mangio. Credo nel gioco vitale delle parole, e spero ancora che possano salvare il mondo.