Hariri returns: l’Odissea Araba del Premier del Libano

Devo confessare di averla presa abbastanza sul personale quando, il 4 novembre 2017, il vocione metallico di Enrico Mentana, rimbalzando per la cucina tra un gatto e l’altro, si è messo ad annunciare che, ATTENZIONE ATTENZIONE, “si corrono gravi rischi di un nuovo conflitto, di una vera guerra” con “per  epicentro internazionale il Libano”. L’ho presa sul personale, dico, perché già una volta, nel settembre 2011, dopo che avevo da poco iniziato a studiare arabo sull’onda delle primavere arabe, dell’Egitto, della Siria,  avevo visto quella stessa lingua e quegli stessi popoli di nuovo schiacciati nella morsa delle repressioni quando non della guerra.

Un emaciato Saad Hariri, tra i grattacieli di Riyad, in preda a una lancinante nostalgia per il Libano

L’ho presa sul personale perché ora, proprio ora, nel mio doppio semestre parigino, ho iniziato ad approcciare lo studio dell’arabo libanese, o meglio dell’arabo “parlato a Beirut” (come si cura di precisare la sorridente professoressa libanese: i dialetti arabi sono un casino). E proprio ora vedo di nuovo messa in crisi una realtà a cui scelgo di avvicinarmi, e alla cui scoperta già immagin(av)o di partire in un non meglio precisato futuro.

Ho d’altronde ancora ben presente il dicembre 2011:  ero pronto (o quasi) a partire per il Cairo, insieme a una sparuta combriccola di ex compagni del liceo e ad un nostro amico di famiglia egiziana; in vacanza, per carità, ma in una casa egiziana. Quando ecco il contrordine dalla famiglia del suddetto: è rischioso, ci sono le elezioni e la situazione è troppo tesa. Dobbiamo decidere cosa fare, e lo facciamo. Si resta a casa. Me la ricordo la sensazione. Ed ecco che ancora una volta mi si dice: occhio, in Libano sta per succedere qualcosa. Difficile non prenderla sul personale.

Dunque, all’alba del novembre 2017, anche in Libano la situazione si complicava. Come? A quanto pare il primo ministro Saad Hariri, leader del movimento Mustaqbal (Il Futuro), di fede sunnita e con doppia cittadinanza saudita, aveva dunque appena rassegnato le proprie dimissioni, e lo aveva fatto proprio dall’Arabia Saudita, la potenza sunnita wahhabita al centro – se non artefice – di buona parte dei rivolgimenti dello scacchiere mediorientale.

L’aveva fatto in un messaggio televisivo pronunciato a detta di molti in un arabo “non da lui” e soprattutto molto più classico (quello che studiavo nel 2011) che dialettale (quello che studio ora). Molti opinionist sosterranno per questo non fosse un discorso scritto di sua sponte, bensì sotto dettatura dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, e che questi lo tenesse praticamente in ostaggio. Affermava Hariri, dunque, di non poter più sopportare il ruolo di Hezbollah, il partito/organizzazione paramilitare di ispirazione islamico sciita filo-iraniano impegnato al fianco di Assad in Siria, e che la sua scelta fosse per giunta legata a timori per la propria vita.

Il primo ministro libanese Saad Hariri e il delfino/squalo Mohammed Bin Salman durante un tipico episodio di sindrome di Stoccolma alla mediorientale

Tutto questo avviene mentre in Arabia Saudita Bin Salman scatena una purga nei confronti dei suoi oppositori e dei potenziali rivali al trono (alcuni dei quali, si scoprirà, dovranno pagare riscatti cauzioni miliardarie per riottenere la libertà). A quanto parrebbe, dicono le analisi, è tutto parte di una partita a scacchi che Bin Salman, ormai prossimo a succedere al padre, sta giocando in patria e all’estero. E all’estero, ormai è più che conclamato, il nemico è l’Iran. Dunque, si afferma da più parti, le dimissioni di Hariri non sarebbero altro che un “rapimento”, un tentativo da parte dei Sauditi di aumentare la propria influenza nella politica libanese.

Dunque è stata questa, per qualche settimana, la narrazione conclamatamente sostenuta da buona parte della stampa occidentale e panaraba. Tutti si interrogavano su cosa mai stesse macchinando Bin Salman, quasi dando per scontato che stesse davvero cercando di provocare lo scontro internazionale, attraverso l’interposta persona nazione di Israele. Israele che nel mentre affermava, per bocca del suo Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, di essere disponibile per la prima volta nella storia a scambiare informazioni di intelligence (in opposizione all’Iran) con i paesi vicini, in primo luogo l’Arabia Saudita, segnando un passo storico. Insomma, pareva che la tensione si stesse veramente accumulando a livelli di certo non auspicabili.

Il pendolo di Newton mediorientale secondo l’artista sudanese Khalil Albaih, con a destra la bandiera saudita, a sinistra l’Iran, e il Libano al centro come il celeberrimo “vaso di coccio tra due vasi di ferro”

Quand’ecco che il 9 novembre il presidente francese Macron, in viaggio di stato negli Emirati Arabi Uniti, decide di fare scalo a Riyad, per tentare una mediazione con Bin Salman. Non vogliamo sovraccaricare questo evento di responsabilità, ma il ruolo del Presidente francese in quest’ottica sembra essere stato -o quanto meno è riuscito ad apparire, e per un politico spesso è sufficiente- decisivo.

Una settimana dopo, infatti, mentre continuavano a non aversi notizie del fato di Hariri, è arrivato l’annuncio: quest’ultimo aveva deciso di accettare l’invito del presidente Macron e si sarebbe quindi recato in Francia, insieme alla sua famiglia. Due giorni dopo Hariri atterrava a Parigi, dove Macron provvedeva a riceverlo, tributandogli l’accoglienza riservata a un presidente del Libano ancora nel pieno delle sue funzioni, tanto più che il Presidente  della Repubblica libanese Aoun, sciita, non aveva ancora accettato le dimissioni, in quanto non consegnategli da Hariri di persona.

Ed ecco che Hariri, senza nemmeno darmi il tempo di rendermi conto della sua presenza in città, dopo soli due giorni e dopo aver fatto scalo al Cairo (anche l’Egitto, nella figura del presidente al-Sisi, ha probabilmente avuto un ruolo importante nella risoluzione della crisi) ha posto fine all’intrigo internazionale che aveva visto al centro del ciclone la sua persona – e la sua nazione – facendo ritorno a Beirut in occasione della celebrazione per l’Indipendenza libanese del 22 novembre. Dopodiché ha consegnato le sue dimissioni, che sono state rifiutate dal presidente della Repubblica. Dunque Hariri ha scelto di sospenderle e -notizia di ieri, 30 novembre 2017- dichiarare di essere pronto a ritirarle entro la prossima settimana.

Com’è che era? “Ghe pensi mi”?

Questo mette dunque in un certo senso in crisi la visione iniziale data allo scenario. Il piano di Bin Salman è fallito? Macron, Sisi, o altri attori internazionali hanno davvero giocato un ruolo nella liberazione (perché difficilmente la si può chiamare altrimenti) di Hariri?  E se sì, cosa hanno ottenuto in cambio?  Macron ha forse guadagnato in prestigio internazionale: l’aver scongiurato le tensioni in una zona in cui sono molti gli interessi in gioco dell’Europa, in particolare con l’Iran, vuol dire per la Francia e per l’Europa contrapporsi alle pulsioni belligeranti del fronte Trump-Saudi-Israele e ritagliarsi un ruolo importante nel panorama mediorientale.

Ma se Sisi ne ha invece guadagnato in prestigio regionale, per quanto riguarda i Sauditi questa mossa sembra essere stata controproducente: invece che apportare beneficio alla parte sunnita, nell’agone libanese sembra piuttosto aver spostato gli equilibri in un senso totalmente contrapposto agli interessi sauditi, forse inimicandosi definitivamente la regione. Alcuni opinionisti, ad esempio, richiedono oggi ad Hariri di rinunciare alla cittadinanza saudita, come prova di buona fede nei confronti del Paese.

Forse quella di Bin Salman è stata semplicemente una distrazione esterna utile per distogliere l’attenzione dalle purghe interne o forse, ancora, una conseguenza collaterale non poi così volontaria delle stesse: del resto lo stesso Hariri è proprietario di una delle più importanti società di costruzioni (e telecomunicazioni) saudite, la Saudi Oger, e la coincidenza della sua non-prigionia con il repulisti saudita potrebbe suggerire un ipotesi in tal senso.

Fatto sta che, almeno per il momento, il pericolo è scampato.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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