Effetto placebo: come percepiamo la realtà

Forse avete già sentito parlare dell’effetto placebo, il particolare effetto che si genera quando la semplice “convinzione” di stare bene genera nel nostro corpo un apparente miglioramento dello stato di salute. Si tratta in effetti di un effetto ben noto in medicina: i farmaci devono essere testati con la consapevolezza che il paziente potrebbe subire una riduzione spontanea dei sintomi anche solo perché è convinto di stare meglio.

Mi permetto un esempio personale: quando, giocando a calcetto, un mio compagno si faceva male in modo lieve, il consiglio dell’allenatore era spesso il classico “corrici sopra”. Questo consiglio funziona perché correre aiuta il cervello a non pensare al dolore e lo stimola a rilasciare endorfine che aiutano a combattere la sensazione negativa.

Potrei riassumere tutto l’articolo con questa foto ma forse è meglio essere più precisi

Ma forse non conoscete il “gemello cattivo” dell’effetto placebo: l’effetto nocebo. L’effetto nocebo è di fatto l’opposto del placebo: la convinzione di stare male crea un apparente malessere nei soggetti. Un farmaco potrebbe indurre nel paziente, ad esempio, effetti collaterali che non esistono solo perché il soggetto è convinto di stare male.

Si tratta in entambi i casi di effetti psicosomatici: il cervello umano reagirebbe alle aspettative di una cura rilasciando ormoni e endorfine, falsando i risultati e creando “falsi negativi”. L’effetto è talmente rilevante che spesso i nuovi farmaci sono testati in “doppio cieco“. Il doppio cieco è un metodo di somministrazione sperimentale dove due gruppi di test ricevono rispettivamente il farmaco vero e un farmaco finto (pasticche di zucchero, ad esempio). Nemmeno i medici che eseguono i test sanno quale gruppo ha il vero farmaco e quale ha il farmaco fasullo, questo per evitare di ottenere risultati sbagliati.

L’effetto nocebo, però, solleva un problema abbastanza importante se consideriamo gli obblighi di informazione (o il cosiddetto consenso informato); il medico deve considerare che gli effetti collaterali di alcuni farmaci potrebbero essere generati anche solo dal pessimismo del paziente. Il testing dei farmaci (che potrebbe essere influenzato anche da qualcosa di banale come l’atteggiamento del medico) deve infatti tenere a mente che gli effetti avversi potrebbero essere generati spontaneamente dal soggetto in analisi.

“Una di queste potrebbere essere zucchero! Ma quale?”

Da tutto questo complesso discorso impariamo una lezione molto importante: la mente umana è uno strumento sensibile e mutevole. Può essere ingannata e può ingannare se stessa con assoluta inconsapevolezza. Ovviamente l’uomo sfrutta questa debolezza a suo vantaggio da secoli.

I farmaci omeopatici si basano solo su questo principio pratico, ad esempio, come anche i nuovi santoni che parlano di cure per il cancro e rimedi assurdi. Le persone si sentono davvero meglio inizialmente, perché sono convinte che la cura funzioni, ma solo i sintomi vanno via. La malattia rimane e danneggia il corpo fino, alcune tragiche volte, alla morte.

Vi invito ancora una volta a una piccola riflessione. Mente e corpo sono strettamente legate, sia in modo positivo sia in modo negativo, dunque è importante conoscere molto bene i limiti del nostro corpo e sapere quanto facilmente può cadere vittima di se stesso. La nostra percezione della realtà gioca un ruolo chiave nelle nostre vite e non ne vanno assolutamente sottovalutati gli effetti.

Sitografia:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2832199/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1297390/?page=1

http://www.hdbp.org/psychiatria_danubina/pdf/dnb_vol26_no2/dnb_vol26_no2_100.pdf

Sull’Autore

Classe 1996, studio scienze agrarie all'università di Firenze. Tra i miei interessi maggiori ci sono: le scienze naturali, il teatro, la filosofia e le felpe nere con il cappuccio. Probabilmente la più grande invenzione nell'ambito dei vestiti dai tempi dei pantaloni.

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