Rapper depressi e dove trovarli: da Caparezza a Orelsan

Nei miei ultimi giorni parigini, sfogliando la rivista Les Inrockuptibles, ho trovato un autore sostenere, senza il nostro tipico pudore italiano, che il rap sia ormai a pieno titolo diventato la Nuova Canzone Francese: è difatti – dava quasi per scontato –  tra le forme espressive, quella che si sta mostrando meglio in grado di esprimere le ansie e il sentire non solo delle nuove generazioni, ma di buona parte della società transalpina.

Anche in Italia del resto il rap ha da tempo iniziato a concorrere (quando non a fondersi) con la canzone d’autore in fatto di temi, di qualità delle registrazioni e di contenuti narrati. Sempre di più si trova così a incarnare il compito di tradurre in parole e in sensazioni lo spirito del suo tempo. E il suo tempo, oggi, è un tempo particolarmente caotico e tormentato, è il tempo – in Francia come in Italia – di una realtà europea e di un’identità – pubblica e privata – che si trova messa sempre più in discussione. 

Ed ecco quindi che il rap mainstream di oggi è diventato sempre più malinconico, depresso, introspettivo. In questa sorta di allucinazione collettiva che sono gli anni X del nuovo secolo, in questo revival costante dello spirito degli ’80 (a loro volta rimodellati sui ’50): testi introspettivi, psicanalisi, autocritica, messa in discussione di sé stessi e dei propri valori. In una parola, crisi. Musica come specchio dei tempi.

                               Il noto rapper Michele Salvemini alle prese con una delle crisi sopra citate.

Campione di questa tendenza è appunto l’ultimo album di Caparezza. Il pugliese Michele Salvemini infatti, con la sua ultima produzione Prisoner 709, ha virato prepotentemente in questa direzione e, liberatosi “dal ruolo ingabbiato di artista engagé”, è ritornato a guardarsi dentro. Ritornato, perché già in parte lo aveva fatto nel precedente Museica, ma era allora in maniera più hipster, scanzonata, con una contemplazione che verteva ancora verso l’esterno, verso l’Arte. Ora però Capa inverte il focus: sceglie di mettere il suo stesso Io sotto analisi, toglie la maschera e si presenta come quella persona-libera che quasi non riconosce più: come Michele (7 lettere) e non più come il personaggio-prigioniero Caparezza (9).

Prisoner 709 (come già abbiamo raccontato) è un album che, a eccezione di qualche raro momento di serenità, si mantiene cupo e tetro. Tuttavia, per assurdo, pur nella sua pretesa di autoreferenzialità e nella sua “oscurità”, riesce a toccare le corde del suo pubblico e ad accompagnarlo nella sua realtà quotidiana, molto di più di quanto non facesse il Capa dandy e un po’ spocchioso di Museica o il rivoluzionario eroico de Il Sogno Eretico. Il Michele Salvemini di adesso è un Capa più umano – se vogliamo – e quindi più vero.

Nel mondo odierno la mancanza di filtro (o se non altro l’illusione della stessa) è un elemento fondamentale per la percezione di una storia, come lo era al contrario per gli scrittori realisti nell’Ottocento la presunta oggettività. Non c’è oggi oggettività senza dichiarazione di un Io osservante. E oggi quest’Io è particolarmente depresso. Il mondo gli sfugge, quelle che credeva delle certezze, politiche e personali, scompaiono e come se non bastasse pure il suo stesso corpo gli si rivolta contro (vedi alla voce acufene):

“Ogni volta mi riascolto e sono risentito / un video di chirurgia ricorda a me stesso / che può essere sgradevole guardarsi dentro / fino a diventare oggetto del proprio disprezzo” (da Prosopagnosia: Il Reato)

E il rapporto con le numerose “abiure di sé” si fa quindi sempre più complicato.

“Se pensi che possa cambiare il mondo ti sbagli alla grande / è già tanto se mi cambio le mutande. / Voglio solo darti un’emicrania lancinante / fino a che non salti nel vuoto come uno stuntman”. (diceva nel 2008 in Abiura di me)

Ma ora non è diverso:

“Ma quale tribuno del popolo / Mi viene sonno, dormo più a lungo di Totoro / Fuori salta tutto in aria con le molotov / Mentre sul divano accorcio il divario con Oblomov”. (dice ancora in Prosopagnosia)

Capa però non è solo in tutto questo. Per quanto riguarda depressione dura e pura malinconia, è un po’ impossibile di questi tempi non citare Coez. Le produzioni di Niccolò Contessa, frontman de I Cani  nell’ultimo album Faccio Un Casino e i testi malinconici dei suoi singoli Le Luci della Città, La Musica non c’è e Faccio Un Casino, tristi e allo stesso tempo rassicuranti, sono del resto sicuramente inseribili in questa tendenza all’introspezione, pur se in una declinazione meno perturbante.

E questa “Nuova Canzone Italiana” si muove per così dire a braccetto con quella “Nouvelle Chanson Française” che sta diventando sempre più il rap d’Oltralpe. Anche Orelsan, Aurélien Cotentin, classe ’82, di origine normanna, con la sua terza fatica appena pubblicata, non si esime dall’intercettare – o anche più semplicemente dallo sfogare – quella che è una tendenza sempre più diffusa all’introspezione, al dubbio, vuoi pure al disprezzo per quello che ci circonda – virtuale o reale che sia. Ed è così che si (ri)presenta Orelsan (Aureliano III, a prendere alla lettera il suo nome), come qualcuno stufo di provare a far contenti tutti:

“J’essaye d’être droit, de faire des choix / De faire plaisir à tout l’monde à la fois / La famille, les amis, les amis de la famille / La famille des amis, les amis des amis“ [Cerco di essere corretto, di fare delle scelte di piacere a tutti, alla famiglia, agli amici, agli amici di famiglia, alla famiglia degli amici, agli amici degli amici]
(da San, pezzo di apertura dell’album La fête est finie)

Per concludere con una dichiarazione di equilibrio sì, ma precario:

“T’étonne pas si tu m’vois marcher dans la rue en pyjama / Mais j’craquerai pas. J’craquerais pas. J’craquerais pas” [Non stupirti se mi vedrai camminare per strada in pigiama. Ma non crollerò. Non crollerò. Non crollerò]
(da San, particella del suo nome che in giapponese “significa 3, ma significa anche monsieur”)

Anche le basi realizzate dal beatmaker Skread sono ricercate, malinconiche, quasi ambient. La malinconia avviluppa l’intero album lasciando il posto solo a delle sporadiche “tamarrate-bellissime” come l’immancabile featuring con Maître Gims, o la sardonica Basique, il primo e sferzante singolo rilasciato su YouTube e subito primo in tendenza.

Lungo tutto l’album questa sensazione di simil-depressione non ci abbandonerà mai. Anche un’ulteriore collaborazione con un altro personaggio abbastanza conosciuto in Italia, Stromae (alla produzione), conferma questa sensazione:  Tout Va Bien, uno sconsolato appello a un bambino (ucraino, nel video uscito da poco e girato nel Paese che affaccia sul mar Nero),  che prova a convincerlo che tutto vada bene, mentre il mondo va in realtà a rotoli: perché se il senzatetto all’angolo è scomparso, sarà sicuramente andato su un’isola deserta dopo esser diventato milionario, perché sì, la vicina urla, ma solo perché è un po’ sorda e le macchie viola che sembrano lividi sono solo macchie di vernice: La vita è bella, insomma.

Ma soprattutto – ed è del resto il titolo dell’album – La fête est finie (La festa è finita). Ed è qui che la canzone francese, la canzone d’autore italiana e il rap diventano un tutt’uno, unite dalla constatazione dell’ineluttabilità del cambiamento:

« On était censé changer les choses
Depuis quand les choses nous ont changés ?
On était censé rien faire comme les autres
Est-ce que tout l’monde mentait ? »

(Dovevamo cambiare le cose. Quando è stato che le cose ci hanno cambiati ? Non dovevamo fare nulla come gli altri. Mentivano tutti?)

Insomma: “Sono riusciti a cambiarci. Ci son riusciti, lo sai?”

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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