Ciò che l’ONU dimentica (troppo spesso)

L’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha recentemente definito “disumana” la collaborazione tra Unione Europea e Libia per la gestione dei flussi migratori dall’Africa. Santa verità, non lo si può negare, ma occorrerebbe che l’ONU studiasse un po’ di più la storia recentissima e i suoi funzionari dovrebbero imparare un po’ più di realismo (e pragmatismo) politico. Il rischio è che si tratti, infatti, del solito caso del bue che dà del cornuto all’asino.

Andiamo tuttavia con ordine, altrimenti è facile fraintendere. Che la situazione in Libia sia, a dir poco, caotica e fuori ogni controllo è risaputo, e non mi riferisco qui al solo caos legato alla questione migranti, ma faccio riferimento alla situazione politica. È un dato di fatto che esistano almeno due entità politicamente distinte che si contendono il potere, una di queste è riconosciuta a livello internazionale, l’altra no. Questa doppia declinazione del Paese è l’elemento che più di tutti getta la Libia (nel suo complesso) nel caos, specie se si considera che una parte non riconosce l’altra come legittima.

E qui l’ONU dovrebbe fare il primo ripasso di Storia. Perché la Libia è nel caos politico e quindi non ha una gestione effettiva – figuriamoci efficiente –  del proprio territorio? Si dovrebbe iniziare con il dire che la colpa è proprio dell’ONU che con la famosa risoluzione 1973 (di cui non si parla più) autorizzò Americani e Francesi a bombardare Gheddafi nella guerra del 2011. La guerra libica ci mostra chiaramente come l’ONU abbia una capacità impareggiabile nel far fare il “lavoro sporco” ad altri, e badate bene, questa non è una critica. Che l’ONU non sia nelle condizioni di condurre una vera guerra – pardon: missione di pace – da sola è evidente ed è dunque normale che si affidi ad altri. Deve esserci qualcuno che sgancia bombe e questo può esser fatto dalla NATO – che non è un’organizzazione universalistica come l’ONU e dovrebbe occuparsi di tutt’altro – o singoli Paesi “volenterosi”: Americani e Francesi nel caso libico.

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Rappresentante per i Diritti dell’Uomo alle Nazioni Unite

È stata dunque l’ONU a permettere i bombardamenti occidentali, chiudendo poi uno o entrambi gli occhi davanti alle dinamiche che già durante la guerra si intravedevano. E qui l’ONU dovrebbe fare il secondo ripasso di Storia. Risultava infatti evidente, sin durante il conflitto, che non tutti i ribelli erano affamati di democrazia e libertà; vi erano anche gruppi che puntavano ad approfittare del vuoto di potere che inevitabilmente si sarebbe creato, per muoversi in nome di ideali non propriamente “democratici”. Questo all’ONU non interessò più di tanto, forse ancora ammaliato da quelle “primavere arabe” che la Storia ci insegna essersi tramutate, rapidamente e con pochissime eccezioni, in veri e propri “inverni”.

E qui vi sta il terzo aspetto che l’ONU, nel dare il mandato delle operazioni belliche, non tenne in considerazione: la natura tribale della Libia. L’ONU forse si aspettava che una volta cacciato Gheddafi si andasse a creare una sorta di democrazia che avrebbe, in qualche modo, unito il Paese. Chiunque ha studiato, anche un minimo, la realtà Libica, sa benissimo che una simile pretesa era fuori da ogni possibile logica. La Libia di Gheddafi era unita solamente perché Gheddafi l’aveva resa tale con la forza, la paura, i soldi e con l’identificazione di un nemico, l’Occidente, con il quale tuttavia conveniva molto fare affari con il petrolio. Sparito Gheddafi era più che logico aspettarsi che le spinte centrifughe/separatiste/secessioniste sarebbero riemerse. Dunque non meravigliamoci delle due entità politiche libiche che ora non si riconoscono l’un l’altra; è del tutto normale e doveva essere prevedibile anche allora, ma così evidentemente non è stato.

Vi è poi stato il quarto errore dell’ONU, il più grande e pressante, ma che poco viene discusso. L’intervento in Libia fu giustificato con la necessità di procedere alla protezione del popolo libico, in nome di una dottrina nota come “Responsability to Protect” (R2P). La R2P ha avuto il momento di massimo splendore proprio con la Libia, che tuttavia è stata anche l’inizio della sua rapida decadenza e abbandono (oltre ad aver fatto infuriare Cina e Russia che per anni hanno bloccato qualsiasi possibile intervento in Siria per la paura di un “regime change”). Ma la R2P presenta, in realtà, una falla enorme che qualunque analista militare e teorico dello State Building dovrebbe far notare (e alcuni lo hanno fatto).

E qui c’è la quinta lezione non imparata bene. L’ONU, o chi per lei, ha una forza impareggiabile nel fare la guerra ed eliminare personaggi scomodi. Non c’è nessun esercito al mondo che possa competere con quelli occidentali per tecnologia ed esperienza (il lato positivo di esserci sgozzati per secoli tra di noi? Siamo diventati bravi nel farlo). Quello che l’ONU molte volte sbaglia (non tutte, ma tante) è gestire il dopo-conflitto, ovvero quando finisce la “guerra guerreggiata” e si apre un mondo nuovo caratterizzato da nuove sfide e nuovi nemici. Stiamo qui parlando di quello che viene chiamato State Building (come declinato da Fukuyama) o di System Administration (come declinato da Thomas Barnett, che vi invito a leggere). In Libia, nel post-Gheddafi serviva proprio questo. Serviva qualcuno che, protetto dai militari, aiutasse la Libia a ricostruirsi non solo come infrastrutture, ma anche politicamente. Serviva qualcuno che andasse a sopprimere eventuali sacche leali a Gheddafi (ora da considerarsi come dei ribelli) e che si contrapponesse ai terroristi. Serviva qualcuno, in altre parole, che si occupasse di “tutto il resto”. Questo in Libia non fu fatto perché l’ONU si dimostrò pigra e includente, incapace di convincere gli altri Stati, ma anche poco desiderosa di schierarsi in prima persona. Il grande peccato dell’ONU fu quello di non aver nessuno da mettere “stivali sul campo”, forse sicuri che bastasse una no-fly Zone per risolvere i problemi o forse, lo ripeto, convinta che tutte le cose si sarebbero sistemate da sole, dopotutto in Libia c’era una “primavera araba”.

La colpa del caos libico è dunque da imputarsi prevalentemente alle Nazioni Unite e questo l’Alto Rappresentate lo sa bene (lo spero per lui). Di fronte alla mancata azione delle Nazioni Unite, i vari Paesi hanno poi agito da soli, vedendo nella Libia fonte di guadagno e spesso calpestandosi un po’ i piedi a vicenda, anche se formalmente alleati: è il caso recente dei dissidi diplomatici tra Italia e Francia.

Dunque ci si può lamentare delle condizioni “disumane” in Libia quanto si vuole, ma l’Unione Europea (e l’Italia) sono state lasciate letteralmente sole nell’affrontare una crisi dovuta alla mala-gestione di una crisi precedente. Il mantra, erroneamente attribuito sempre ai leghisti, del “aiutiamoli a casa loro” assume dunque una nuova valenza: è fondamentale aiutarli a casa loro, per davvero, perché la questione migranti si risolve solo se si risolve il problema libico. E poiché “chi rompe paga e i cocci sono suoi”, le Nazioni Unite dovrebbero darsi maggiormente da fare, in primissima linea, rispetto che lanciare pretenziose accuse contro chi ha poche colpe (Francia) o praticamente nessuna.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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