Il sangue del vinto

La parabola ascensionale del corleonese Salvatore “Totò” Riina dall’estrema campagna siciliana fino ai vertici del potere mafioso è arcinota e non meriterà più di un accenno.

Il “battesimo” Totò se lo guadagna a poco più di 18 anni, quando uccide un coetaneo in seguito ad una rissa, meritandosi 12 anni di carcere nel lontano 1948. Scontata parte della pena, nel ’56 esce di prigione e ha un incontro con Luciano Leggio che lo illumina. Decide di cavalcare un’onda apparentemente inarrestabile: nel primo dopoguerra la mafia a Palermo è soprattutto opportunità. Quando si parla di “seduzione della mafia”, non si fa che sottolineare proprio questo: la criminalità è spesso l’unica possibilità, per un giovane ambizioso, di sfuggire alla tanto aborrita invisibilità, il vero incubo siciliano.

Tutto ciò è nitidamente racchiuso nel peggiore degli insulti: “Tu sì nuddu ammiscatu cu nenti”, nessuno mischiato con niente.

La carta d’identità del giovane Salvatore Riina

La spirale di violenze e acquisizioni e l’arresto nel 1969 dello stesso Leggio lo portano, tra gli anni sessanta e settanta, ad entrare a far parte di un malsano triumvirato insieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Droga, appalti e speculazione edilizia gli garantiscono fiumi di denaro. Ma tutto questo non gli basta, gli accordi con gli altri boss lo soffocano: Totò non vuole compromessi o spartizioni. È la seconda guerra di mafia della città in poco più di un decennio. In due anni, infatti, dal 1981 al 1983, i pecorari di Corleone massacrano l’aristocratica famiglia Bontate e disperdono tutti i suoi sostenitori; Riina da solo colleziona oltre 100 omicidi  e si guadagna il velenoso epiteto di “belva”.

L’aspetto che senza dubbio colpisce di più dell’efferatezza del boss è l’elevato numero di magistrati e uomini d’impegno civile uccisi. Scrive a tal proposito Curzio Maltese ne I padroni delle città (Feltrinelli, 2007):

“Parlare di guerra di mafia è improprio. Da un lato ci sono mille e cinquecento morti, dal’altra nemmeno un ferito. […] I punti più suggestivi della città, da Piazza Politeama a Palazzo Inglese, da via Libertà a via Cavour, da Mondello a Monreale, i bar, i ristoranti, le sedi di giornali e il palazzi di giustizia, tutti diventano luoghi di sangue e memoria, teatri di omicidi eccellenti: il giornalista Mario Francese, il capo della mobile Boris Giuliano, il segretario della DC cittadina Michele Reina e il giudice Cesare Terranova, il governatore della regione Piersanti Mattarella, i capitani dei carabinieri Emanuele Basile e Mario d’Aleo, il segretario regionale comunista Pio la Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il capo dell’Ufficio istruzione Rocco Chinnici. Nel 1984 Totò Riina è l’incontrastato dittatore della nuova mafia.”

La lista apparentemente interminabile di nemici o di persone che, a detta del “capo dei capi”, non avevano rispettato i patti si amplia continuamente negli anni. I massacri palermitani di quei primi anni novanta sono causa ed effetto di quella splendida “primavera di Palermo” che vide come principali artefici i giudici Falcone e Borsellino e il sindaco Leoluca Orlando. L’omicidio dei due simboli della riscossa della società civile nel ’92 non poteva restare impunito. Non per l’ennesima volta. Così, il 15 gennaio dell’anno successivo, i carabinieri del ROS lo arrestano, dopo 24 anni di latitanza: a quel punto, parlare di pena è un eufemismo. Durante vent’anni di numerosi processi, infatti, Salvatore Riina collezionerà ben 26 ergastoli.

Ed è proprio ieri notte, che Riina è morto, mentre scontava la sua pena a Parma in pieno regime di 41 bis, ad 87 anni appena compiuti. Il boss della malavita corleonese aveva ripetutamente chiesto un alleggerimento delle condizioni della pena nei mesi precedenti, proprio a causa della sua cattiva salute: alleggerimento che ha fatto molto discutere ma che, alla fine, non gli è stato concesso.

Totò Riina sorride sardonico al fotografo durante un trasferimento

Qui finisce la storia, ma inizia la morale.

Dalle alte cariche dello Stato, infatti, fino alle più semplici e non meno interessanti considerazioni di persone comuni sui social e ancora per strada, dal barbiere, dal tabaccaio, nelle aule di scuola: tutti traggono delle conclusioni. Non importa se Riina fosse un pazzo sanguinario o un cinico e spietato calcolatore, un tessitore o un macellaio, un self-made man o l’ennesimo assassino con la coppola, sembra che quasi tutti abbiano in mano la chiave di lettura del Bene e del Male assoluti.

D’altronde si sa, la mafia è come l’idra: non la ammazzi tagliandone una testa. Eppure l’unico respiro di sollievo, l’unico anelito comune per milioni di Italiani è stato un liberatorio “meno male”, un “finalmente” disumano e disumanizzante. È bastato un secondo, il breve tempo necessario a dire o a pensare “meritava di morire” per paragonarsi a divinità o a filosofi, a seconda del credo.

La vendetta, il cinismo, il sangue agli occhi hanno mobilitato l’opinione pubblica, generando pareri contrastanti, certo, ma quasi tutti carichi di un odio viscerale verso il “cattivo”, verso i cattivi. Nello sfogo collettivo ecco ricomparire i linciaggi di massa da parte della società non più così “civile”.

Ecco, Rita Atria, giovanissima testimone di giustizia, è secca, lapidaria sulla questione“prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.

Dunque siamo noi anche quando con i nostri like su Facebook ci sentiamo dalla parte dei giusti, in una battaglia che non stiamo combattendo. Siamo noi davanti alla tv, spettatori inermi davanti a fiction cariche di retorica. E inequivocabilmente siamo noi quando puntiamo il dito contro un mafioso eclatante e a gran voce esclamiamo: “Sì, davvero quell’uomo merita di morire”; anche in quel caso noi siamo mafiosi.

Sull’Autore

Sono il classico studente fuori-sede meridionale laureando in Storia presso la (S)Alma Mater di Bologna. Vent'anni di acume, cinismo, volgarità, schiettezza, presunzione, patriottismo e "trogloditismo". Ma ho anche dei difetti.

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