AAA sinistra francese cercasi?

Data del decesso: 11 giugno 2017. Certo, i segni vitali erano ormai instabili da tempo e i dottori avevano annunciato che una ripresa del centro-sinistra sarebbe stata quanto meno improbabile e dolorosa. Ma che per la prima volta dal 1969 il Partito Socialista francese non giungesse nemmeno al secondo turno delle elezioni presidenziali – ottenendo con il proprio candidato, Benoit Hamon, soltanto il 6,44% con a malapena 2 milioni di voti – è sembrato, soprattutto ai distratti occhi degli osservatori esteri, inaspettatamente brutale.

Ma, d’altronde, questo 2017 ha significato, per la politica francese, una novità forse ancora più sorprendente: per la prima volta nella storia repubblicana del Paese, infatti, all’Eliseo non siede il candidato di alcuno dei classici partiti che per decenni e decenni si sono palleggiati la guida del Paese.

Sia i Socialisti che i Repubblicani si sono visti drammaticamente ridotti ai minimi storici, in favore di nuove, recenti formazioni che superficialmente potrebbero sembrare agli antipodi, ma che sono invece due facce di una stessa medaglia: En Marche, il partito rivelazione dell’ex Ministro dell’Economia d’Oltralpe Macron, che occupa ora 350 seggi nell’Assemblea Nazionale e la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, sulla scena politica dai tempi di Mitterand – ma ora più in forma che mai.

Cosa accomuna il partito di un Presidente più volte accusato di fare il gioco del neoliberalismo che avanza e un movimento tanto critico di Macron da non spingersi nemmeno a invitare i propri elettori a votare l’ex finanziere contro Marine Le Pen al secondo turno, vi chiedete?

Da destra a sinistra (nella foto, per lo meno): Hamon del Partito Socialista, Le Pen per il Front National, Mélenchon per la France Insoumise, Macron con En Marche e Fillon dei Repubblicani.

La grande crisi della tradizione politica francese che si è consumata questa primavera, semplicemente, non rappresenta l’eterna tendenza di ogni sinistra che si rispetti a spezzettarsi e ricomporsi in un’eterna danza di minoranze e nuovi ininfluenti partitini, ma piuttosto il culmine di una tendenza che dai primi anni del XXI secolo è andata sviluppandosi tra le file della sinistra francese. Tu chiamala, se vuoi, chiarificazione.

Facciamo un altro passo indietro. Diciamo, per convenzione, fino al 1989, alla caduta del Muro di Berlino e, con lui, dell’insormontabile distinzione ideologica tra Destra e Sinistra all’interno del mondo politico di gran parte dei Paesi europei. Lentamente ma inesorabilmente, i partiti storicamente socialisti – come, è evidente, il Partito Socialista francese – cominciano a spostarsi verso posizioni progressiste più interessate a problematiche sociali, di volta in volta allontanandosi dagli interessi della propria base tradizionale (i lavoratori) e abbracciando spesso le politiche di cooperazione europea.

In Francia, la prima scossa del terremoto può essere fatta risalire al 2005, con il referendum nazionale sul Trattato di Lisbona, che doveva istituire una Costituzione comune per i membri dell’Unione Europea. In seguito a una vittoria del NO con il 54, 67%, il Partito Socialista – che in maggioranza aveva sostenuto il Sì, ma aveva dovuto accettare che buona parte della propria ala sinistra fosse contraria alla Costituzione europea, tacciata di eccessivo neoliberismo e scarsa democrazia – viene accusato di essere “troppo moderato” e si vede dunque spostato verso il centro della bilancia politica dalla nascita di un nuovo fronte alla propria sinistra, nutrito ampiamente di propri ex membri: il Partito di Sinistra guidato da Mélenchon stesso.

Alle elezioni europee del 2009, questo nuovo partito si allea con Comunisti e altre piccole realtà di sinistra nel Front de Gauche, correndo con un programma fortemente critico dell’Unione Europea ed ottenendo 5 seggi al Parlamento di Strasburgo. Le acque sono ancora torbide; la situazione, a sinistra, ancora confusa.

Le celebrazioni per il decimo anniversario della morte di Mitterand al quartiere generale del Partito Socialista francese.

Il ritorno dei Socialisti al governo con Hollande nel 2012 – dopo un’elezione che vede Mélenchon, sostenuto dal Front de Gauche, ottenere l’11,11% delle preferenze al primo turno – segna il più basso indice di gradimento per un Presidente dall’istituzione della Quinta Repubblica quando, nell’Aprile 2014, soltanto 18% dei francesi dichiarano di approvare le azioni del governo.

Piegato da ripetuti attacchi terroristici nella capitale e in altre città francesi, dimostratosi incapace di rispondere adeguatamente ai problemi d’integrazione all’interno dei propri confini e di risollevare veramente la Francia dalla stagnazione economica, verso la fine del proprio mandato Hollande ammette il fallimento e annuncia nel dicembre 2016 che non intende ricandidarsi all’Eliseo.

La lotta all’interno del Partito Socialista per chi debba andare a fronteggiare i Repubblicani e una Marine Le Pen capace di portare il Front National a un’influenza senza precedenti è aperta. Verrà vinta nel gennaio 2017 dal giovane Benoit Hamon, parte della sinistra moderata dei Socialisti, vicino alle posizioni dei Verdi e critico del liberalismo dimostrato da Valls ed Hollande. L’ordine sembra essere ristabilito tra le file dei socialisti. Il peggio è passato. No?

No. Perché è sulla moderazione del candidato socialista, quanto sulla debolezza del governo in uscita che viene sferrato il colpo finale della chiarificazione e la ricomposizione in atto nel confuso mondo della sinistra francese.

Così, nel segreto dell’urna in una bella domenica di Aprile, a cibarsi del cadavere dei Socialisti sono due forze politiche nuove e nettamente opposte: La Rèpublique En Marche, versione d’Oltralpe del “partito né a destra né a sinistra”, ma fieramente neoliberista quanto socialmente progressista, e quella France Insoumise di un Mélenchon che, tra videogameologrammi, si prende la sua rivincita sul suo antico partito d’appartenenza, scalzandolo ufficialmente dal quarto posto, sia nella corsa alla presidenza che in parlamento.

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali del 2017

È l’immagine chiara di un’opinione pubblica che, dopo anni di tentennamenti, si ricompone al di fuori dei partiti convenzionali per dare fiducia a dei leader non più troppo moderati, ma sufficientemente chiari nel definire a chi si rivolgono e che visione hanno del futuro della Francia – all’interno, o fuori, dall’Unione Europea. Veramente a sinistra (seppur con accuse di populismo), o veramente al centro. Per lo meno, al di fuori di un limbo non meglio definito. Con buona pace del povero Hamon che, diciamocelo, non aveva certamente pagato per questo.

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

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