Willie Peyote e la Sindrome di Toret

Ho avuto il piacere di intervistare Willie Peyote un anno e mezzo fa, a febbraio 2016: Educazione Sabauda era uscito da poco e lui si esibiva a Bologna. Ho continuato a seguirlo – e ad amarlo, perché è uno dei miei artisti preferitissimi – e ho avuto l’occasione di chiacchierare nuovamente con lui a metà ottobre 2017, poco dopo l’uscita del disco Sindrome di Toret.

Willie, cosa è cambiato dopo Educazione Sabauda? Nella tua vita, nella tua musica, in generale insomma.
Non so cosa sia cambiato, stavamo cambiando già durante Educazione Sabauda come struttura e come approccio alle cose, perché questa cosa qui è poi diventata un lavoro. Abbiamo iniziato un percorso a livello di live e di discografia, ora abbiamo un altro tipo di approccio.

Anche perché il disco Educazione Sabauda è stato quello della consacrazione.
Sì, assolutamente, ha cambiato un sacco di cose per noi. La mia vita, nel quotidiano, era invece già cambiata prima, quando mi sono licenziato. Con Educazione Sabauda invece ho iniziato a suonare molto di più e quindi a stare molto di più in giro. La Porsche non l’ho ancora comprata, quindi non è ancora cambiata in quel modo; quello è uno step che ti cambia la vita, magari.

È stato difficile scrivere Sindrome di Toret? Sentivi molte aspettative su di te?
Quello sempre, ma io la responsabilità la sentivo anche prima di Educazione Sabauda. Sindrome di Toret è una cosa diversa, nuova, non sapevo come sarebbe stata recepita. Però vorrei anche abituare le persone a non aspettarsi niente di preciso, a non aspettarsi che io faccia due dischi uguali: la coerenza artistica cerco di esprimerla in un altro modo, non rifacendo quello che ho già fatto. Più che nella musica in sé, cerco di restare coerente nel modo di farla: ogni disco è qualcosa di diverso, come la stand-up comedy nel caso di Sindrome di Toret

Perché il titolo Sindrome di Toret? È solo un rimando alla fontanella torinese o al fatto che tifi per il Torino?
Il Toro come squadra non c’entra niente. C’entra la città di Torino nella sua estetica e quindi ho introdotto nel titolo un simbolo della città anche per ringraziarla. Volevo ringraziare soprattutto la gente, la città ha risposto oltre le mie aspettative. Poi è anche un riferimento alla Sindrome di Tourette perché è un concept album sulla libertà d’espressione.

Si sente che è un concept album!
Quindi si sente che lo è! Bene, perché fare un album del genere è un rischio. È un modo diverso di scrivere, e anche musicalmente cambia. Educazione Sabauda può risultare più sconnesso, perché si passa dal beat trap a cose molto diverse. È un disco più umorale, mentre stavolta volevamo qualcosa di più razionale: volevamo avere un suono coerente nell’arco del disco, e ho adattato anche la scrittura per dare una vita circolare a questo disco. Prima il concept era la mia vita, mentre quest’ultimo disco ha un altro focus.

Quindi non è più solo una lente d’ingrandimento sulla tua vita, sei andato a porre la lente su tematiche che sono fuori da te. Dico bene?
Sì, Educazione Sabauda nasceva di pancia per esorcizzare un periodo. Quando poi alcune persone vengono a dirti “Dopo aver ascoltato Che bella giornata mi sono licenziato anche io”, inizi a sentire una forte responsabilità. La mia vita non è poi così importante e non voglio insegnare con il mio cattivo esempio, anche se è l’unico soggetto che conosco davvero. Quest’album è un tentativo di racconto diverso dal precedente, volevo fare un album che fosse meno personale e più generale. Mi viene anche detto che sono meno nichilista, e mi fa piacere: mi sono anche rotto il cazzo di stare male. A volte stare male è narcisismo, ma al di fuori di noi ci sono problemi più importanti della nostra pigrizia. Siamo tutti troppo concentrati su noi stessi. 

In parte hai già risposto alla domanda sulla poetica che troviamo nel nuovo album: nel precedente c’era più nichilismo.
La poetica è stata influenzata da un certo tipo di approfondimento e da un certo tipo di poesia, reale, scritta. Ho preso spunto dalla stand-up comedy nelle sue svariate forme, dalla satira e da musica diversa. Ho preso spunto anche dalla trap, ci sono tantissime influenze. Musicalmente c’era la voglia da parte di tutti di fare un disco più funk, che avesse groove. Sulla poetica, rispetto al disco precedente, rimangono il cinismo e l’analisi ironica e auto-ironica, con un nichilismo diverso rispetto al passato: un nichilismo pro-attivo.

Com’è il tuo rapporto con la Nostalgia, cioè quella glorificazione del passato molto attuale? Del tipo: “dopo Fernando Couto non c’è più stato un vero difensore”.
La nostalgia è figa, la viviamo tutti perché è l’aggrapparsi a qualcosa che è stato un punto fermo della tua vita mentre stai crescendo, e solitamente la nostalgia viene fuori quando hai paura del futuro. Poi io cerco sempre di capovolgere il punto di vista: Maradona è stato il più forte di sempre ma con la velocità del calcio attuale non so se sarebbe più forte di Messi e Cristiano Ronaldo. Devi anche aggiornarti, e non puoi dire che Baresi fosse più forte di Koulibaly perché non li hai visti giocare insieme. È stato anche il Toro ad insegnarmi che la nostalgia portata all’eccesso è noiosa: diventa un modo per giustificare il fatto che domani non farai niente. A forza di dire che si stava meglio prima non si fa niente per stare meglio domani. Il rischio poi è che dall’essere nostalgici si passi all’essere anacronistici.

Ultima domanda: ultimamente ho avuto modo di chiacchierare con Serena degli Era Serenase. Ma ‘sta Terza Sopra Gang composta da loro, te, Dutch Nazari e Sick & Simpliciter? È bello vedervi fare squadra e seguirvi su Instagram, si vede che state bene insieme.

La Gang nasce da una puttanata: Serena e Dutch cantano sempre una terza sopra per far vedere che sanno cantare, e mentre eravamo in giro per Genova a fare schifo è nata questa cosa. Condividiamo innanzitutto una stima umana molto forte e sono contento passi questo messaggio positivo. Siamo molto fortunati a condividere tutto questo. Prendi gli Era Serenase: sono miei amici e sono artisti di cui ho grande stima, hanno un’attitudine molto simile alla mia. Per me sono come fratelli, eppure li ho conosciuti solo due anni fa.

Sull’Autore

Laurea triennale in Scienze della Comunicazione; appassionato di cinema, musica e sport. Sto ancora cercando di capire cosa farne della mia vita.

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