La Sicilia della Destra (e dei 5Stelle)

Le elezioni in Sicilia ci insegnano tre cose (anzi, quattro): la destra unita vince; il PD sempre più latita; il M5S tiene (nonostante tutti gli scandali e la mala gestione) e, per finire, che una certa classe politica è incapace di comprendere i propri errori e persevera nell’errore.

Sul primo aspetto non vi è davvero nulla di nuovo. Fratelli d’Italia e Lega hanno visto bene per il candidato Musumeci e sono riusciti a convincere Berlusconi a dare il suo appoggio (Forza Italia era stato il partito più dubbioso sulla candidatura di Musumeci). Berlusconi stesso sembra essere tornato in campo come non mai e in ogni circoscrizione andata al centro-destra la lista di Forza Italia è stata la più votata. Fratelli d’Italia e Lega invece sono state fondamentali per far arrivare Musumeci a quota 40%, confermandolo a guida della Sicilia.

Sul secondo aspetto si rischia di aprire una polemica, me ne rendo conto, ma appare sempre più evidente come il PD sia in difficoltà, specie quando si ha la pessima tendenza a pensare al Partito esclusivamente come a quello di Renzi. Il “Renzismo” è destinato a morire rapidamente: Matteo Renzi ha incassato tutta una serie di insuccessi clamorosi a partire dal quel fatidico 4 dicembre e sembra non farne una giusta. La direzione PD, poi, sembra essere afflitta da un insanabile vittimismo e da una voglia malsana di puntare tutto sul classico scaricabarile. E così, per la direzione PD, la colpa della sconfitta non è del PD, ma di MdP o, stando alle parole di alcuni esponenti, di Grasso.

La “questione Grasso” è forse emblematica di un’incapacità di fondo: capire i propri errori (e qui mi ricollego al quarto punto citato nella premessa). Sul ruolo istituzionale di Grasso si può dare un giudizio positivo o negativo e su questo non voglio discutere, ma di certo va dato atto al Presidente del Senato della Repubblica di esser stato quantomeno coerente; qualunque considerazione di “tradimento”, qualsiasi ipotesi di “voltagabbana” indirizzata a Grasso è per lo meno alquanto pretestuosa. Grasso ha “tenuto duro” fino all’approvazione della legge elettorale, questione già sin troppo politicizzata e che non avrebbe giovato di un presidente del Senato in opposizione al suo stesso partito.

Un’immagine che vale più di ogni parola per descrivere la débâcle delle Sinistre. In blu le circoscrizioni andate alla Destra, in giallo quelle dei 5Stelle, in rosso quelle alle Sinistre.

Renzi ha già precisato che non si farà da parte (e ci mancherebbe altro, dopo il quasi-plebiscito che lo ha riconfermato alla direzione del PD) e Gentiloni ha confermato che non ha intenzione di sfidarlo sulla premiership, ma quello che deve colpire è l’assoluta noncuranza con la quale il segretario PD continua a credere alla quota 40% per il proprio partito. Parliamo di una quota del 2014 (in occasione tra l’altro di elezioni europee) mai così irrealistica nel 2017/2018.

Anche un’eventuale coalizione a sinistra (e con chi? Le azioni di Renzi sembrano scontentare un po’ tutti i suoi potenziali alleati), avrebbe serie difficoltà a raggiungere il 40%, quota che, sparito il premio di maggioranza dalla legge elettorale, non garantirebbe nemmeno la governabilità. La quota 40% è dunque diventata direttamente anacronistica, per governare serve il 50%+1, fine. L’attuale legge elettorale premia i partiti radicati nel territorio e in grado di muovere le masse. Il PD è ben lontano da esser in grado di fare questo.

Si profila dunque una rivisitazione di quanto accaduto, nell‘800, con le forze delle Destra e della Sinistra Storica che, incapaci di leggere la realtà, fecero una legge elettorale che le spazzò via, a tutto vantaggio dei partiti di massa allora nascenti. L’attuale legge elettorale, l’ho già detto precedentemente in un altro articolo, regalerà il Nord alle forze di Destra e il Sud ai 5Stelle; questo la direzione PD sembra non volerlo ancora capire.

Il terzo aspetto non è tanto la tenuta dei 5Stelle – di cui parleremo a breve – ma piuttosto la loro rinascita in Sicilia. Nelle regionali del 2012, i 5Stelle arrivarono terzi (addirittura quarti in alcune circoscrizioni, preceduti da Micciché), oggi sono primo partito in buona parte delle circoscrizioni siciliane. Più che di tenuta, si dovrebbe allora parlare di vera e propria rimonta, una rimonta insperata e a tratti strana, perché nonostante gli scandali legati alla Raggi e i problemi dell’Appendino, nonostante la farsa delle primarie online (con la piattaforma Rousseau chiaramente vulnerabile ad attacchi di hacker) il Movimento5Stelle tiene.

La battaglia politica che si è tenuta in Sicilia, tuttavia, rischia di mettere in ombra il reale problema di fondo: la Regione Sicilia non funziona; questo è un problema cronico a cui la classe politica non è riuscita mai effettivamente a trovare rimedio (il più delle volte è stata la stessa classe politica a essere stata parte del problema).

Con il voto i cittadini siciliani (meno della metà degli aventi diritto, in realtà) hanno deciso di cambiare direzione, sfiduciando su tutta la linea la precedente direzione politica a guida Crocetta. Non vi sia però l’illusione che tutto improvvisamente potrà migliorare, anzi. I problemi siciliani sono problemi strutturali: una Regione perennemente in perdita e che risulta essere un vero e proprio buco nero per i fondi statali. A mio avviso la prima vera riforma strutturale per la regione Sicilia sarebbe quella di ridiscutere, in modo serio, il suo statuto speciale forse, ad oggi, sin troppo anacronistico.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

Articoli Collegati