Essere ingoiati per rinascere – tra fiaba e testo biblico

Quante volte per consolare qualcuno si dice “Bisogna toccare il fondo per poter risalire”? Come se occorresse un viaggio nel regno del dolore più vero per purificarsi, tornare all’essenziale di se stessi e, ricaricati di energia, darsi la spinta decisiva per risalire in superficie, per uscire dalla piscina di dolore in cui tutti rischiamo talvolta di annegare. La consapevolezza di questo percorso necessario attraverso il dolore nasce chissà quanto tempo fa, ma se ne trovano tracce in ogni dove. Troviamo storie di catabasi già nella mitologia greca (ad esempio nei racconti su Eracle e Orfeo), la discesa nell’Ade viene narrata come punto cruciale nell’Odissea e nell’Eneide e investe tutto il percorso ultraterreno di purificazione narrato nella “Divina Commedia” di Dante Alighieri.

Per certe discese siamo noi stessi ad incamminarci volontariamente, altre volte qualcuno ci porta giù senza chiederci nessun permesso e ci ritroviamo in posti mai visti e senza coordinate. Di quest’ultima possibilità fa parte una precisa modalità di caduta verso il basso e il buio, l’inghiottimento.

Famoso mito ancestrale che affronta il tema dell’inghiottire è la leggenda di Crono, divinità pre-olimpica. Egli, temendo di perdere il suo potere e la sua signoria sul mondo, ingoiava i propri figli appena nati, togliendo loro la possibilità di crescere e di superarlo, di prendere il suo posto sul trono della Terra. Essere ingoiati in effetti toglie alla vittima ogni potere d’azione e lo fa regredire a uno stato d’esistenza passivo. Il mito narra che un giorno Rea, sua sposa, riuscì a mettere in salvo Zeus, il figlio più giovane per proteggerlo dal destino deciso dal padre geloso. Infatti Rea inganna il marito Crono e gli fa ingerire una pietra invece che il bambino appena nato. Zeus, una volta cresciuto, obbligherà poi con l’astuzia il padre a rigettare i fratelli rinchiusi nel ventre paterno, liberandoli dalla prigione in cui erano rinchiusi.

Saturno (Crono) che divora i suoi figli, Francisco Goya, dettaglio

L’esperienza dell’inghiottimento è tanto simbolicamente forte e significativa per l’essere umano che occupa un posto speciale anche nella tradizione della fiabe popolari.

“Cappuccetto rosso” è la fiaba europea per antonomasia e la sua prima edizione scritta risale al 1697 per mano del francese Charles Perrault nella raccolta “Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités”. La variante più nota al grande pubblico è però senz’altro quella pubblicata nella raccolta di fiabe popolari (1812-22) dei fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm. In quest’ultima versione un cambiamento fondamentale è la presenza del lieto fine, della salvezza mentre quella scritta da Perrault aveva un puro, quanto sterile, intento morale e intimidatorio (terminando con l’inganno del lupo e il divoramento della giovane accusata di ingenuità). Nella versione dei fratelli Grimm chi fa il male perde e il cadere in pericolo non è che uno dei passaggi per poi tornare alla vita, lo stare al buio non è condizione irrecuperabile e definitiva ma dopo l’inganno, dopo la paura delle tenebre e della morte arriva il tempo di mettersi in salvo.

Illustrazione di Gustave Dorè

Bruno Bettelheim, psicanalista austriaco (1903-1990) universalmente riconosciuto tra i massimi esperti di psicologia infantile, è autore di un saggio fondamentale: “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” (traduzione in italiano del 1977, Feltrinelli). In quest’opera Bettelheim analizza il repertorio delle fiabe tradizionali e le valuta come fondamentali per il bambino poiché, attraverso le storie e le trasformazioni dei personaggi, egli può esorcizzare le sue paure e crisi inconsce.

Nel capitolo dedicato a Cappuccetto rosso, Bettelheim ricorda come Cappuccetto e la nonna emergano dal lupo cattivo salvate da un cacciatore (simbolo del padre buono e salvatore). Si tratta di una rinascita a un livello di vita e coscienza superiore, una più alta forma di esistenza ottenibile solo dopo aver oltrepassato necessariamente altre fasi di sviluppo. Il raccontare l’inghiottimento e la successiva rinascita a uno stadio superiore serve a calmare il bambino e ad allontanare la sua angoscia di non riuscire a evolvere e cambiare. Il lieto fine è una migliore condizione da parte del protagonista rispetto a prima delle difficoltà e quindi rispetto all’inizio della storia. Il bambino che ascolta la fiaba sa, senza che glielo si debba esplicitare, che questo inghiottimento non porta davvero alla morte, ma guarda già a una futura rinascita positiva.

La non morte della bambina e della nonna è evidente alla frase detta da Cappuccetto rosso, appena riemersa dal buio del ventre maligno:“Ah che paura! Che buio c’era dentro il corpo del lupo!”, evidenziando questa paura rende palese il suo essere rimasta in vita. Il buio rappresenta la strada perduta e il disorientamento rispetto alla realtà e al mondo. Nella pancia del lupo è “morta” la parte immatura e legata al principio di piacere e all’Es più sregolato, non tutta Cappuccetto rosso, e ne è emersa una parte meno ingenua, più consapevole. Nel buio della pancia il personaggio/bambino perde temporaneamente la capacità di comprensione sul mondo e sugli eventi. Assecondando il Principio di Piacere e non quello di Realtà, cedendo all’attrazione verso il lupo, Cappuccetto Rosso regredisce a uno stato più puerile di vita e comportamento, rappresentato come un ritorno all’esistenza pre-natale del trovarsi nel ventre di un altro.

Cappuccetto rosso, salvata dal cacciatore ed emersa dalle tenebre interiori, è pronta a un nuovo inizio, pronta ad apprezzare e incorporare in sé nuove scelte maturate con l’esperienza, rifuggendone altre che porterebbero regressione e angoscia. Ne esce in una nuova – e migliore – incarnazione di se stessa che conosce maggiormente i pericoli intrinsechi al desiderio e all’assecondamento cieco delle proprie pulsioni. Grazie a questa esperienza il bambino impara a dominarsi e a padroneggiare queste situazioni senza temere l’incontro con il malvagio, una consapevolezza interiore di valore di gran lunga superiore all’ammonimento iniziale della madre di non perdersi nel bosco (monito che viene da fonte esterna). Finendo, Bettelheim scrive “Il deviare dal retto sentiero a dispetto della madre e del super-io è stato temporaneamente necessario per la ragazzina, per conseguire uno stato superiore di organizzazione della personalità”.

 

Illustrazione di Carlo Chiostri

Esperienza con tratti simili viene narrata da Carlo Collodi ne “Le avventure di Pinocchio” (1883), il libro “Più letto e venduto nel mondo dopo la Bibbia e il Corano” come scrive D. Marcheschi nell’introduzione delle “Opere” di Collodi. Le avventure di Pinocchio sono disseminate da echi biblici tra i quali i rimandi all’inghiottimento che subì il profeta Giona da parte di un “grande pesce”. Inghiottito dal Terribile Pesce-Cane nel capitolo 34, Pinocchio nella pancia buia del mostro ritrova Geppetto e insieme da essa riescono a scappare, una notte, attraverso la grande bocca aperta del pesce. Attraverso questa catabasi (intendendo il corpo del grande pesce un regno di morte), Pinocchio sceglie volontariamente di ricercare la salvezza e dopo aver attraversato il buio e successivamente il pericolo del mare aperto, torna sulla terra ferma, torna verso casa

Il rischio estremo è ciò che occorre al protagonista, esso porta con sé un risveglio di coscienza necessario perché il cambiamento sia scelto e non subito, affinché compiere il bene sia volontà e non obbligo esterno (del padre per Pinocchio, come della madre per Cappuccetto Rosso). Pinocchio, ora, è pronto a indossare nuove vesti e a completare la trasformazione da burattino di legno a “Bambino vero“. È scritto che egli “Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo“.

Ancora più antico delle fiabe è il già citato Libro di Giona, uno dei testi della Bibbia, che descrive il percorso del profeta verso l’accettazione della sua missione e del suo essere strumento nelle mani di Dio. Si narra che Dio comandò a Giona di andare a predicare a Ninive ma egli fuggì dalla vocazione assegnatali e si imbarcò su di una nave per cercare un posto lontano dalla presenza del Signore. Il Signore, allora, scatenò un forte vento e i marinai, per calmare l’ira divina e evitare la distruzione della nave, gettarono Giona in mare aperto. E allora Dio fece venire un gran pesce per inghiottire Giona e il profeta “Rimase nel ventre del pesce tre giorni e tre notti“.

Interessante notare come questo passo venga citato nel Vangelo di Matteo 12:40, a proposito della morte e resurrezione di Gesù. Il ventre del pesce è quindi come un sepolcro. Da lì dentro Giona ha gridato la sua preghiera di liberazione, sprofondando nell’angoscia ha ritrovato il coraggio dell’obbedienza alla volontà ineluttabile di Dio. Giona giunse alla sua redenzione ed è scritto che disse “Quando la vita veniva meno in me, io mi sono ricordato del Signore“. Dio lo libera dall’inferno di cui lo aveva fatto (ma in fin dei conti, di cui Giona stesso si era fatto) prigioniero. Il pesce vomita il profeta sulla terraferma, una realtà da cui prima fuggiva e che ora desidera ardentemente.

Quando si ritorna in superficie, sulla terraferma, dopo un periodo buio tutto è diverso, anche se torniamo esattamente al punto in cui ci eravamo fermati. La realtà è, quindi, la stessa ma è anche molto differente perché noi in primis lo siamo. E’ la diversità che “Sta negli occhi di chi guarda” ma anche di chi capisce che da certi bui non si può e non serve scappare.

Sull’Autore

Sono una ragazza romagnola di vent'anni, frequentai in ancor più giovane età il Liceo delle Scienze Umane, lì è nata la mia passione per l'antropologia e la pedagogia. Mi sono trasferita a Budapest questo settembre per (in)seguire un'altra mia passione: il teatro.

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