Crisi del Golfo, la neutralità somala non piace a nessuno

Scoppiata quest’estate provocando un vero e proprio terremoto internazionale, la crisi del Golfo sembra essersi spenta nel nulla. In realtà è l’attenzione mediatica a essersi assopita, quantomeno quella occidentale, perché in questi mesi l’isolamento del Qatar da parte dei Paesi partner dell’Arabia Saudita è continuato. Fatta eccezione per la Somalia, unico membro della Lega araba che non ha preso posizione.

Il Presidente somalo Farmajo insieme al re saudita Salman, durante la sua ultima visita in Arabia Saudita (Mohamed Abdullahi Farmaajo/Facebook)

Fin dallo scoppio della crisi diplomatica, infatti, Mogadiscio ha conservato una propria neutralità nella vicenda, continuando a intrattenere rapporti sia con Riad che con Doha. Una posizione che non costa poco al governo del Presidente Farmajo, visto che la sua prima visita ufficiale all’estero poco dopo la propria elezione è stata proprio alla corte di re Salman e che finora ha sempre sostenuto l’alleato nelle sue decisioni. A partire dalla rottura con l’Iran, all’inizio del 2016, “premiata dall’Arabia con un finanziamento di 50 milioni di dollari.

Una somma analoga è stata nuovamente versata dalla corona saudita alle povere casse somale all’inizio di ottobre, ma non è stata sufficiente per far cambiare idea all’esecutivo africano. A questi – secondo quanto riporta The New Arab – sarebbero stati proposti altri 80 milioni, ma niente, mentre la regione semi-autonoma del Puntland e quella indipendentista del Somaliland si sono schierati da tempo al fianco di Riad. Ed è proprio questo consenso nel resto del Paese a mettere in difficoltà Farmajo, ulteriormente attaccato da influenti politici somali (tra cui l’ex Primo Ministro Sharmarke) per la sua decisione.

Perché mai uno stato sul perenne orlo del collasso non segue il suo principale alleato della regione? La risposta sta nell’altra mano che in questi anni ha aiutato più di tutti Mogadiscio con donazioni e aiuti umanitari: la Turchia, la quale sostiene proprio il Qatar nella crisi del Golfo, insieme all’Iran. Oltre all’invio di generi alimentari e farmaci per la popolazione, Ankara ha investito moltissimo nelle infrastrutture e nell’esercito somalo, come testimonia la propria base militare recentemente aperta a Mogadiscio, dove verranno addestrati i soldati locali per contrastare la presenza di al Shabaab.

La stesso emirato reietto ha parecchi crediti con la Somalia, soprattutto con Farmajo, avendogli finanziato l’ultima campagna elettorale. Tutti elementi che portano a vedere una special relation tra i due, nonostante i loro scambi commerciali non siano così rilevanti come lo sono, invece, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti: questi due ricevono, infatti, l’80% delle esportazioni dall’estremo lembo del Corno d’Africa, principalmente bestiame. Anche Abu Dhabi è legata alla Somalia per l’aspetto militare, però: le truppe locali sono infatti addestrate, equipaggiate e salariate proprio da quest’ultima.

Truppe ugandesi dell’AMISOM in marcia verso la città di Qoryooley (UN Photo/Tobin Jones/Flickr)

L’intrigato rebus diplomatico si infittisce ancora di più alla luce della parole di Maryan Ismail, portavoce della comunità somala in Italia: “Questa bomba è il simbolo della guerra tra la Turchia e l’Arabia Saudita” ha dichiarato infatti a The Post Internazionale, commentando il terribile attentato del 14 ottobre a Mogadiscio. Secondo l’ex esponente del Partito Democratico, l’attacco che ha provocato circa 300 morti e oltre 350 feriti non sarebbe da ricondurre ad al Shabaab, bensì agli attori internazionali che tentano di sottrarre il Paese alla propria neutralità.

Effettivamente, il gruppo jihadista non ha rivendicato la strage, né essa è in linea con il suo stile, poiché negli ultimi tempi si era concentrato più su obiettivi militari che civili. Si tratta di un messaggio diretto al governo somalo per fargli cambiare schieramento? Certamente non ha giovato alla popolarità di Farmajo, già messa a dura prova dall’opposizione interna favorevole all’Arabia Saudita; l’Unione Europea non è rimasta a guardare, come dimostra il cambio di comando dell’Operazione Atalanta al largo delle coste locali, con l’arrivo del Generale Maggiore Charlie Stickland.

È certo curioso che, nel bel mezzo delle trattative per la Brexit, Bruxelles affidi una propria missione anti-pirateria proprio a un alto ufficiale della Royal Marines, a sostituire il connazionale Generale Maggiore Rob Magowan, in carica dal 3 giugno 2016: i vertici dell’EUNAVFOR Somalia rimangono saldi così in mani inglesi, nonostante tutto. All’Europa pesa comunque rimanere laggiù, infatti il suo contributo alla missione dell’Unione Africana AMISOM è notevolmente calato negli ultimi due anni, passando dal 90% all’80% di copertura dell’intero budget.

Il quartiere di Mogadiscio colpito dall’attentato terroristico (Feisal Omar/Reuters/Valigia Blu/Facebook)

La scelta di campo della Somalia sarà dettata da chi, realmente, deciderà di farsi carico della questione sicurezza. Perché non è pensabile che le forze dell’Unione Africana rimangano nel Paese ancora a lungo, né che l’UE sia disposta a pagare altri milioni di euro per tutelare le fragilissime istituzioni locali. Chi sembra già in procinto di raccogliere il pesante testimone è Ankara, ma gli ultimi avvenimenti nella famiglia reale saudita potrebbero determinare una svolta nell’intera crisi.

Per approfondire:

African Arguments“Neutral” Somalia finds itself engulfed in Saudi Arabia-Qatar dispute

ReutersSomalia gets new Saudi aid but stays neutral in Gulf crisis

Foreign PolicyCan Somalia Ever Win Against al-Shabab?

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti.

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