Stranger Things 2: bah!

La prima stagione di Stranger Things è una figata. Un mix unico di attori giovanissimi, genere sci-fi con una punta quasi horror, tantissime citazioni nostalgiche, elemento paranormale e soprattutto una realizzazione pratica quasi impeccabile hanno confezionato un’opera di intrattenimento ottimamente riuscita. Stranger Things 1 non ha la pretesa di fare discorsi importanti, di essere di una qualsiasi rilevanza culturale, ha solo la chiarissima intenzione di intrattenere un pubblico il più vasto possibile nel miglior modo possibile. Per questo ho apprezzato tantissimo le prime puntate: è stato un esperimento dal carattere spiccatamente commerciale senza molte pretese molto ben riuscita. Tanta forma e poca sostanza. Il problema della serie è che questo stesso mix è stato usato anche nella seconda stagione, ma con equilibri molto diversi.

Stranger Things 2 può evidentemente essere diviso in due parti, la prima metà fino alla quarta puntata, e la seconda fino all’ottava. La prima metà è completamente, assolutamente incentrata sulle vicende personali dei ragazzi del party, e su Eleven che vive come una reclusa, protetta da Hopper, tanto che l’Upside Down compare solo nelle brevi visioni di Will.

Nelle prime quattro puntate vediamo questi ragazzi confrontarsi con le classiche tematiche “teeny“: bullismo, primi amori, amicizia, inclusione ed esclusione,… Lasciatemelo dire: e sticazzi. Questi temi non aggiungono niente ai discorsi già fatti nella prima stagione, non sottolineano una crescita dei personaggi che invece dovrebbe esserci stata e soprattutto non sono interessanti. Nella prima stagione dovevamo ancora scoprire molte cose sull’Upside Down e in ogni puntata ci veniva data una chicca in modo da creare una scia che culminava magistralmente nel cliffhanger delle ultime due puntate, in modo non dissimile da come Dustin riesce a catturare Dart.

Era proprio questa la forza maggiore della prima stagione: riuscire a mantenere un perfetto equilibrio tra le tematiche e come venivano presentate al lettore, riuscendo a sfamarlo ogni volta ma senza mai soddisfarlo fino in fondo. La seconda d’altro canto fallisce nel centrare la questione principale, cioè il Sottosopra, e decide di concentrarsi sui personaggi e sulle concatenazioni di azioni e passioni di un gruppo di ragazzini: il che non sarebbe sbagliato a priori, lo diventa quando le vicende raccontate non sono così interessanti.

La seconda metà della stagione rimette al centro del proprio sistema il Sottosopra, tornando al vecchio stile dove il mondo è in pericolo e i drammi di un gruppetto di ragazzini rimangono come cornice e non come fulcro della narrazione.

Per questo motivo, la settima puntata (“The Lost Sister“) rappresenta una digressione, a mio dire, sgradevole. Oltre a essere un filler citazionistico (come se le citazioni non fossero già abbastanza), spacca in maniera molto decisa la narrazione: nella sesta torniamo finalmente a scoprire cosa stia succedendo al Sottosopa e a Will in un riuscitissimo cliffhanger e poi… E poi si torna a mostrare il superfluo background di Eleven, e il trauma con la madre, e la sorella perduta (la quale dice di essersi sentita come “incompleta” tutta la vita senza la sorella, ma la abbandona dopo circa 24h. Una sorta di friendzone parentale abbastanza patetica) e una miriade di altre cose che allo spettatore interessano (presumibilmente) molto meno delle vicende narrate nell’episodio precedente.

La dimostrazione di come anche la seconda stagione sia, dal punto di vista tecnico, di livello altissimo

Sia chiaro: ST2 rimane godibile e apprezzabile, ma lontana quell’equilibrio così perfetto e così ricercato a cui siamo stati abituati, tra tempi morti, love story abbastanza superflue e sorelle spuntate dal nulla. La prima stagione non risulta all’altezza della seconda a causa di una diversa gestione dei tempi e dei ritmi, lasciando troppo spazio a determinate tematiche che sono sì tipiche della serie ma che non vengono trattate con sufficiente abilità e profondità da risultare davvero interessanti, a differenza dell’Upside Down, mai banale e sempre in grado di incuriosire il pubblico.

Sull’Autore

da sempre avido lettore, mi interesso di tutto ciò che riguarda internet, videogiochi e fumetti. qualcuno potrebbe dire "cultura nerd", ma trovo che sia decisamente limitante come definizione. studio Semiotica, che in parole povere può essere definita come la disciplina che studia le attribuzioni di significato.

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