La storia di Marwa Hagi: dalla Libia alle Nazioni Unite, orgoglio bolognese

Abbiamo incontrato Marwa Hagi, studentessa dell’Università di Bologna, unica italiana vincitrice del concorso Many languages, One World promosso dalle Nazioni Unite. Figlia di migranti libici, bolognese per nascita ma cittadina del mondo, ci ha raccontato la storia tra identità culturale, Ius Soli e integrazione.

Di che cosa trattava il concorso e quale proposta hai presentato?
Tramite il sito dell’Università sono venuta a conoscenza di questo concorso indetto dall’ONU riguardante due temi che sento molto vicini a me: multilinguismo e cittadinanza globale. Per partecipare bisognava scrivere un saggio in una delle sei lingue riconosciute dalle Nazioni Unite e una volta superata questa fase di selezione, ci hanno suddiviso in gruppi di ricerca. A ogni gruppo è stato assegnato uno dei venti Sustainable Development Goals dell’agenda dell’ONU. Il nostro obiettivo era il sedicesimo, che è quello di promuovere società inclusive e pacifiche e  dare accesso alla giustizia a tutti. Dopo essere andati a Boston per preparare il discorso, lo abbiamo presentato al Palazzo di Vetro a New York. Casualità ha voluto che il mio gruppo fosse formato da sole donne ed è stata un’esperienza ancora più bella. Addirittura il nostro facilitator ci chiamava le Wonder Women.

Per vincere bisognava avere qualcosa da raccontare. Qual è la tua storia?
Sono nata a Castenaso, vicino a Bologna, 24 anni fa. Ho origini straniere, perché i miei genitori sono migranti libici scappati dal regime di Gheddafi. Nel saggio ho raccontato le motivazioni delle mie scelte accademiche e la mia esperienza come mediatrice culturale, professione che tuttora svolgo. Alle superiori ho frequentato l’odontotecnico per volontà dei miei genitori, i quali volevano assicurarsi un futuro lavorativo per me, sapendo quanto sarebbe stato difficile. Credo che scegliere un istituto tecnico o professionale sia una via un po’ forzata per tutti i figli di immigrati come me, perché questo magari li mette in difficoltà nel momento in cui vorrebbero continuare gli studi. Per questo motivo terminate le scuole ho scelto io, conseguendo la laurea triennale in Lingue. Imparare un’altra lingua ti permettere di vivere la tua vita con un’altra prospettiva, con maggiori conoscenze globali. Questo però non basta, il campo linguistico è appassionante, ma per quanto riguarda l’ambito lavorativo è molto difficile. Per questo adesso ho preso un’altra direzione e mi sto specializzando alla Magistrale in International Affairs.

Parliamo di cittadinanza, anche in riferimento alla questione dello Ius Soli: tu come ti senti?
Dall’età di 18 anni ho due cittadinanze: quella libica e quella italiana. Avendo origini straniere, ma essendo cresciuta in Italia la mia identità non mi è mai stata chiara. In casa mia si parla l’arabo e si seguono tradizioni e valori di quel tipo, ma fuori sono cresciuta in una società con ideali occidentali. Essere una second immigrant è molto difficile, molti vivono una crisi di identità. Ci si chiede in quale modo si debba pensare. E nonostante tuttora abbia difficoltà a bilanciare questa bivalenza, ad oggi ho accettato il fatto che sì, sono italiana, ma sono anche libica e questo rimarrà per sempre. Per questo mi piace definirmi cittadina del mondo. Vorrei che tutti gli stranieri potessero avere questa fortuna: credo che l’attuale legge sulla cittadinanza sia profondamente ingiusta. Fino alla maggiore età ero considerata extracomunitaria e avevo il permesso di soggiorno, non potevo avere la cittadinanza nonostante fossi nata e cresciuta in Italia. Anche in Questura mi chiedevano cosa volessi, perché parlavo con l’accento bolognese. I ragazzi come me, nati e cresciuti qui, se non presentano richiesta nell’anno del diciottesimo compleanno perdono ogni tipo di privilegio, vedendosi obbligati a fare richiesta come qualsiasi altro immigrato. Rispettare le scadenze però non assicura automaticamente tale diritto, molte richieste vengono respinte. È successo anche a mio fratello, il quale si è visto rifiutare la richiesta, perché durante i 18 anni in Italia ha avuto problemi burocratici per la residenza. Un fastidioso cavillo che ha bloccato l’iter. È un paradosso, non è possibile che ci sia questa discriminazione. Ti senti straniero anche quando non lo sei e questo contribuisce solamente a creare separazione sociale tra il “Noi” e il “Loro”. Qualcosa deve necessariamente cambiare.

Hai mai subito discriminazioni per le tue origini?
Non vorrei essere pessimista, ma credo che il mio nome e cognome facciano un certo effetto. Quando mi sono laureata e ho cercato lavoro, sono stata spesso scartata, per poi vedere assumere persone meno qualificate di me. Inizialmente non capivo le motivazioni, spesso mi sono sentita depressa, ho iniziato a dubitare delle mie capacità. Poi, anche grazie alla vittoria del concorso in America, ho capito che forse era il mio cognome a essere troppo pesante per la società.

Parliamo di immigrazione: queste persone sono sempre descritte come oggetti da collocare da qualche parte e non come esseri umani. Quali credi siano i maggiori problemi a riguardo?
Lavorando come mediatrice culturale ho visto tante situazioni diverse. Ho a che fare maggiormente con siriani venuti qui tramite corridoi umanitari, non immigrazione clandestina. Secondo me molte persone non riescono a capire che le persone che vengono qui sono persone che non hanno scelta. Quando senti le bombe scendere dal cielo non puoi far altro che scappare, soprattutto se hai una famiglia, dei bambini. Molte delle persone con cui ho a che fare mi hanno detto che se la situazione in Siria si ristabilisse, loro non ci penserebbero due volte a ritornare a casa. I problemi alla base di una cattiva integrazione sono di  due tipi: quello burocratico e quello psicologico. Il fatto, per esempio, che qui ci sia una burocrazia complessa per ogni cosa, contratti, uffici, bollette che non è presente in Libia o in Siria, li fa sentire persi. Non sanno a chi rivolgersi e in più non conoscono la lingua. Poi c’è l’aspetto psicologico: chi arriva qui ha vissuto molto spesso situazioni di violenza, oppure ha famigliari che soffrono di problemi di salute gravi. Se io per esempio avessi un figlio o una madre da curare, una nuova lingua da imparare e pratiche burocratiche da svolgere in un Paese che non conosco e che non voglio, diventa difficile. Se capitasse a te, riusciresti facilmente a studiare? Tutto questo non viene considerato dalle istituzioni, le quali credono che basti far entrare le persone in un territorio per averle salvate, ma in realtà non basta. Bisogna agire cambiando il sistema dal momento dell’arrivo a quello dell’accoglienza effettiva per promuovere un’integrazione che sia reale.

Allora forse non sarebbe più giusto “aiutarli a casa loro”, come suggerito da molti?
Sì, però anche questo processo deve essere controllato. L’Unione Europea ha più volte stanziato soldi ai governi di questi territori per aiutarli a risolvere i loro problemi, ma il problema più grande è che le istituzioni non hanno mai effettivamente controllato come questi soldi venissero impiegati. Vengono fatti finanziamenti nelle mani di regimi autoritari e corrotti, che gestiscono questi soldi a loro piacimento, comprando armi, petrolio o ampliando il sistema di tortura carcerario. Per quanto riguarda la Libia, io non posso credere che nessuno sappia chi sono i trafficanti che controllano tutto il sistema degli sbarchi. Da chi sono finanziati? La Libia ora ha due governi e tribù indipendenti che controllano le diverse città del Paese: com’è possibile pensare che “buttare” dei soldi dal cielo possa aiutare un Paese che vive una situazione di anarchia? Dove finiscono questi soldi? Questo è un grave errore commesso dall’Unione Europea, nonostante le intenzioni iniziali possano essere state buone.

Quali consigli ti senti di dare ai giovani come te? Nutri speranze per il futuro?
Io vedo molta speranza, perché la nostra generazione conosce già certe difficoltà. Difficoltà soprattutto di tipo economico, che magari i nostri genitori non hanno vissuto perché vivevano “nei tempi d’oro”. Noi invece abbiamo una visione più globale che mette in conto anche questo e forse ci avvicina di più alle situazioni degli immigrati. Il messaggio che deve passare è che le persone che accogliamo possono essere davvero una risorsa e l’Italia deve capirlo al più presto, come hanno fatto altri Paesi europei. Persone come me possono essere una risorsa per il nostro Paese, che è l’Italia. La nostra generazione possiede una flessibilità mentale che manca completamente alla nostra classe politica e che oggi come non mai è necessaria per competere a livello globale. Il primo punto perciò è cambiare la legge sulla cittadinanza e da lì investire, sfruttare le nuove risorse e attuare processi di integrazione. Un’integrazione reale dove non esista più “Noi” e il “Loro”. Se facessimo sentire queste persone, come me, parte di una nazione che realmente li vuole ospitare, queste persone saprebbero ripagarci.

Sull’Autore

Mi piace definirmi come un mix di curiosità, passione e ipocondria. Parlo di comunicazione, società e diritti.

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