Inanimus: animali imbalsamati e società contemporanea

Mi basta uno sguardo oltre la vetrata dell’ex macello di Padova per essere certa di essere nel posto giusto: subito oltre l’ingresso, girata di spalle, c’è una testuggine che si appoggia a un bastone, agghindata come un’anziana danarosa. Al centro del corridoio domina la scena un cavallo patchwork rampante, il cui manto è composto da quadri di pelle di altri cavalli; ai suoi lati una tigre in salto attraverso uno specchio e una leonessa che ci osserva con il suo sguardo dolce, da sotto un turbante. Ma andiamo con ordine: mi portano qui il mio interesse per il curioso e la voce amichevole di Alberto Michelon, tassidermista padovano. Inanimus, questo il titolo della mostra, è la prima esposizione di tassidermia artistica in Italia, di cui Alberto è, possiamo dire, l’unico esponente nel nostro Paese.

Per quanto il termine possa risultare sconosciuto ad alcuni di voi, tutti avete familiarità con la tassidermia: gli animali impagliati dei musei sono l’esempio più comune. La tassidermia, come svela l’origine greca del termine, è la tecnica che permette di preparare la pelle di un animale in modo da renderne possibile la conservazione. L’animale morto viene spellato e, prendendo a modello il suo corpo, si crea un’imbottitura ad hoc in polistirolo o poliuretano espanso. Mentre la carcassa viene smaltita, la pelle – dopo essere stata appositamente trattata – viene plasmata sul modello per darle l’aspetto e l’atteggiamento dell’animale vivo.

Si tratta di un lavoro lungo e laborioso, di un mestiere antico che ambisce a unire scienza e arte. Il campo d’azione dei tassidermisti è tradizionalmente legato per lo più alle esposizioni museali e universitarie, che si rifanno a canoni standard, anche se negli ultimi anni la nascita della Rogue Taxidermy testimonia la volontà di alcuni artigiani di lasciare maggior spazio a un’interpretazione personale di questa arte.

Alberto ha un accento veneto piuttosto marcato e non dimostra affatto i suoi 40 anni. Non posso vedere il guizzo di simpatia nei suoi occhi, quando mi telefona, ma la sua voce esprime chiaramente il trasporto di chi è riuscito a fare di una passione il proprio lavoro. Ha trovato addirittura il tempo per chiamarmi, in risposta alla mail che gli avevo mandato chiedendo di potergli fare qualche domanda. È affabile, spontaneo, felice di potermi raccontare di questa sua creatura: “Inanimus è nata quasi per gioco e si è evoluta in un modo che non avrei mai immaginato”, mi dice. “Pensa che un paio di settimane fa è venuto a visitare la mostra uno psichiatra in pensione, che è anche il direttore di una compagnia teatrale della zona. Domenica pomeriggio andrà in scena, proprio qui tra le mie opere, una pantomima che ha scritto dopo aver visitato l’esposizione. Non ho davvero idea di cosa abbia preparato, sarà una sorpresa anche per me: perché non vieni a vedere?”

Detto fatto, due giorni dopo varco la soglia dell’ex macello, location direi piuttosto azzeccata per un’esposizione di questo genere. L’atmosfera è rilassata e Alberto si intrattiene con i visitatori, risponde alle domande, spiega il significato delle sue opere. La sensazione che sia lontano anni luce dall’arroganza di buona parte del mondo dell’arte contemporanea “canonica” si acuisce quando riesco a intercettarlo per presentarmi. Alberto sorride, chiede pareri e opinioni con l’aria di chi è sinceramente interessato ad ascoltare le risposte, a tratti sembra addirittura intimidito dalla curiosità che Inanimus ha sollevato, quasi incredulo al pensiero che ci siano davvero persone interessate alle sue creature. Si siede con me sul cordolo del marciapiede a fumare una sigaretta e iniziamo con le domande.

Anzitutto direi di partire con una tua breve biografia: cosa fai esattamente, da quanto, dove ti sei formato e dove hai lavorato?
Ho scoperto la tassidermia nel 2004, all’Università: ero prossimo alla laurea in Scienze Naturali, stavo cercando un argomento per la tesi e facevo il volontario al museo di Storia Naturale. Su un bancale in magazzino avevo scoperto delle ossa di elefante che risalivano all’uccisione di un animale imbizzarrito avvenuta a Venezia nel 1819. Mi interessava questo caso: volevo sia ricostruire questa storia dal punto di vista archivistico, sia restaurare lo scheletro di questo animale. Siccome mi mancavano le capacità, per “imparare l’arte” andai a bottega in Toscana, dal tassidermista col quale il museo collaborava. Ero partito con l’intenzione di rimanere un mese, ma mi appassionai al punto che quando mi propose di rimanere accettai.

Ho passato due anni con lui, poi mi sono trasferito a Granada, dove sono rimasto altri due anni collaborando con un museo. Ho lavorato poi in altre città della Spagna, in America e in Portogallo, poi quasi cinque anni fa sono tornato qui a Padova, dove ho aperto il mio studio. Avevo qualche aggancio con l’Università, qualche cliente privato, ma nello stesso tempo ho iniziato anche a dedicarmi a queste “sciocchezze”… Inizialmente era soltanto per gioco, per sdrammatizzare anche il mio ambiente che è piuttosto duro, ha degli aspetti anche sgradevoli: il contatto con le carcasse, la morte, il dolore delle persone che ti affidano il proprio cane o gatto per farlo imbalsamare.

Mi sono reso conto che mi piaceva l’idea di caricare queste pelli di nuovi messaggi e significati, di renderli non solo contemporanei ma anche partecipi della nostra esistenza. Quando realizzi una mostra così crei un’entità che “viaggia da sola”. Il significato che avevo dato io inizialmente al mio lavoro si è evoluto assieme a questa mostra: non è più una creatura che sono in grado di controllare. Ogni spettatore affibbia all’opera un suo significato, magari molto diverso da quello che avevo inizialmente pensato io. Ognuno la interpreta in modo diverso, viene colpito da dettagli diversi, la fa sua.

Quindi questa mostra nasce qualche anno fa… Alcuni dei tuoi primi lavori sono esposti qui?
Sì, alcuni sono in mostra. I primi lavori sono quelli legati alla sessualità: sono i serpeni, i serpenti a forma di pene, e altre opere simili che ho in laboratorio e che non fanno parte di questa mostra. Tra un paio di anni vorrei uscire con una nuova mostra che abbia come filo conduttore l’erotismo e la sessualità.

Nel tuo quotidiano quindi per chi lavori? Più o meno in che percentuale?
Io lavoro o con Università e musei oppure con privati, persone a cui muore un animale e mi chiamano per farlo imbalsamare. Diciamo in maggioranza privati: magari il museo ti affida meno lavori più grossi ed elaborati, ma lavoro più spesso con privati. Noto che ultimamente si sta diffondendo la richiesta di far imbalsamare il proprio cane, gatto o pappagallo, sono in molti a farlo.

E in che modo si differenzia il tuo lavoro quando si tratta di un ente e quando invece si tratta di un privato?
Cambia la difficoltà, in pratica. Quando prepari un animale selvatico, poniamo un capriolo o un cervo, lo prepari seguendo un canone, come nella tassidermia “classica”. C’è un modello anatomico standard a cui viene adattata la pelle e in quel caso giochi molto meno sull’espressione dell’animale. La differenza con gli animali domestici è che tu devi cercare di dare a quell’animale un’anima, devi dargli la sua espressione: quella che ricordi al suo padrone il proprio gatto o cane con cui ha vissuto magari per 15 anni. Lì lavori molto a contatto con i clienti: continuamente mandi foto e chiedi feedback, dopo aver studiato tutto il materiale possibile. Ci si deve stare più attenti, è molto più difficoltoso però mi piace di più, ti mette un pochino più alla prova.

Qual è stato il tuo lavoro preferito, se ce n’è uno, e in generale qual è l’aspetto che più ti affascina di quello che fai?
I lavori che più mi appassionano sono quelli legati alla parte artistica, sono quelli in cui sono riuscito a mettere più me stesso. Non ho né il confronto con l’ente né quello con il privato, si tratta di mettermi alla prova totalmente. Sono quelli che mi danno più soddisfazione… anche se gli altri me ne danno altrettanta: quando i miei clienti vengono a riprendere il proprio animale li lascio sempre soli qualche minuto e quando sono felici del risultato, quando si commuovono, anche quella è una grande emozione. Chiaro che poi lo riconsegno a loro e non resta, non è “per tutti”, mentre realizzare una mostra come questa, che poi regali a tutti quanti, ti dà ancora più soddisfazione.

Questa mostra tratta di moltissimi temi di attualità… Ha un filo conduttore “nascosto”? Quale sarà invece il fil rouge della tua prossima esposizione?
Qui non c’è un filo preciso, le cose sono nate in modo un po’ casuale e mi sono trovato ad affrontare temi di attualità, anche se alcune opere si sono evolute diversamente rispetto a come le avevo inizialmente immaginate. Inanimus si occupa di trattare i più disparati temi di attualità, che riguardano le persone, l’ecosistema, la società in generale… Tendenzialmente rimarrà così, ho in mente di “rimpolparla” aggiungendo qualche altro pezzo che ho già in lavorazione, dopodiché pensavo di lasciarla stare e di farla viaggiare. Vorrei nel prossimo futuro lavorare a mostre con un filo conduttore più preciso: come ti accennavo, il prossimo che vorrei trattare – anche se già inflazionato – è quello della sessualità, dell’erotismo, anche delle perversioni. Sicuramente è un tema già ampiamente trattato in qualunque forma artistica ma, a quanto ne so, con gli animali non è ancora stato fatto. So di maneggiare un’arte che non è praticata quasi da nessuno.

Data anche la tua esperienza di lavoro all’estero, quali sono state le collaborazioni più interessanti con altri artisti, se ce ne sono state?
A Granada, recuperando degli animali già imbalsamati che volevano buttare via, ho fatto delle piccole chimere per il direttore del museo. Le trovava molto divertenti e ancora adesso le conserva nel suo studio, ma all’estero a dire il vero non ho avuto collaborazioni artistiche. Ho iniziato a lavorare con altre persone qui in Italia, infatti i miei titoli, i testi e i versi poetici (contenuti nel libretto/guida della mostra, NdR) sono scritti a quattro mani con un poeta, Lorenzo Pezzato, col quale collaboro dal punto di vista concettuale. In laboratorio invece ho due collaboratori con cui mi confronto, soprattutto quando l’opera è finita e c’è da pensare anche all’allestimento “scenico”.

Inanimus è stata qui a Padova anche a gennaio, è stata riproposta e addirittura prorogata. Questo significa che l’interesse del pubblico ha superato le aspettative? Ci sono aneddoti o commenti che ti hanno particolarmente colpito?
Credo che Inanimus abbia superato decisamente le aspettative… le mie, per lo meno! Non credevo di aver creato qualcosa che smuovesse tanto gli animi delle persone. Me ne sono reso conto vivendo l’esposizione. Durante la settimana continuo il mio mestiere, nel mio laboratorio e nel weekend sono qui. I commenti che mi hanno lasciato i visitatori, anche sul libro, sono positivi e soprattutto in tanti si sono dilungati a scrivere le loro sensazioni. Sono frasi molto belle, vere, molto sentite, frutto di qualcosa che hanno provato durante l’esposizione. Il fatto di esporre animali non è facile, questa mostra è una cosa tanto nuova e forse difficile da digerire, da capire. Per questo abbiamo pensato di mettere all’ingresso dei fogli-guida che possano aiutare a capire il significato.

Testamento biologico e rapporto tra diverse culture, fenomeni migratori e OGM, arrivismo sociale e allevamento intensivo sono solo alcuni dei temi affrontati in questa mostra. Animali diversi coesistono nello stesso spazio, incorniciati da file di ganci che hanno visto passare centinaia di carcasse simili a loro. Il libretto-guida con descrizioni e titoli in alcuni casi è quasi superfluo: il messaggio ti colpisce dritto allo stomaco al primo sguardo. Gli occhi di questi animali, spalancati o socchiusi, dallo sguardo tagliente o benevolo, sono specchi in cui aleggiano riflesse le nostre stesse paure e domande. Nessuna risposta, però: forse il fine di questi muti doppelgänger è lanciare il metaforico sasso nello stagno, per agitare l’acqua e permetterci di riconsiderare la nostra visione del mondo e della società in cui abitiamo.

Inanimus – Un bestiario contemporaneo
Ex-macello, Via Cornaro 1 (Padova)

Fino al 5 Novembre 2017

Sull’Autore

Bolognese, amante della birra, fonico e web editor - non necessariamente in questo ordine. Scrivo da sempre, quasi sempre per uso personale. Mentalmente iperattiva, fisicamente bradipo: se mi vedi correre è meglio che corra anche tu perché probabilmente c'è qualcosa che mi insegue. Nel tempo libero suono, leggo, scrivo, traduco, organizzo eventi, assaggio birre, viaggio, organizzo viaggi persino in viaggio, torno e ricomincio da capo; nel tempo libero dal tempo libero mi annoio, ma non ho mai tempo per farlo.

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