The Handmaid’s Tale: manuale di sopravvivenza per una società distopica

The Handmaid’s Tale, la serie distribuita lo scorso aprile dalla piattaforma di streaming statunitense Hulu e disponibile in Italia su TIMvision dal 26 settembre, ha fatto incetta di statuette agli ultimi Emmy Awards – ben otto, tra cui quella più ambita per “Miglior serie drammatica”.


Il motivo è presto detto: sfoggia un ritmo narrativo incalzante e a tratti disturbante, costringe a spalancare gli occhi dinnanzi a scene che non vorremmo vedere ma che guardiamo, inorriditi ma inevitabilmente catturati. Spiegata così, The Handmaid’s Tale potrebbe sembrare una sorta di incubo, ma è anche pregna d’amore, speranza e voglia di sopravvivere.

Tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood del 1985, la serie è ambientata in un mondo distopico dove gli Stati Uniti sono stati spazzati via da Gilead, una teocrazia misogina che predica il ritorno ai sani principi di una volta. Questo perché il futuro della specie umana è in pericolo: ovunque regna la sterilità e solo un neonato su cinque nasce sano.

Per implementare la riproduzione, l’oppressiva élite al comando di Gilead – composta dai Comandanti – crea una realtà dove i bambini possano nascere e crescere nel migliore dei modi. La risorsa di Gilead sono le ancelle (le handmaids), ossia le poche donne fertili rimaste, relegate e private della loro identità.


La protagonista della serie, interpretata da una straordinaria Elisabeth Moss (vincitrice di un Emmy), si chiamava June, ma ora ha un nome da ancella: Offred (Difred nella versione italiana), a indicare l’appartenenza al suo Comandante, Fred Waterford (Joseph Fiennes). Offred ha il compito di accoppiarsi con Waterford (alla presenza della sua sterile moglie) ogni mese, durante il suo periodo fertile, con lo scopo di dargli un erede. A lei, come a tutte le donne, mogli comprese, non è più permesso avere un lavoro, né un conto in banca, né leggere.

Volevamo rendere il mondo migliore” dice Waterford “ma migliore non significa migliore per tutti

L’essere umano possiede nel suo DNA la capacità di adattamento, e anche Offred sembra essersi inevitabilmente – e dolorosamente – abituata a quella vita. Ma fa resistenza: si piega innumerevoli volte senza però mai spezzarsi, e soprattutto non dimentica il suo passato. I ricordi e la sua voglia di riscatto sono ciò che la tengono in vita, rendendola una combattente silente; la serie si snoda infatti su due piani temporali: il suo presente da ancella e il suo passato da donna libera. Offred intesse dei legami e si aggrappa saldamente a quelli del passato, per rammentarsi che non è sola. Sprofondata in un abisso dove è solo un utero fertile, creare una rete di solidarietà la aiuta a non soccombere.

Per quanto i temi trattati e le situazioni messe in scena siano forti, The Handmaid’s Tale diffonde un messaggio di speranza e solidarietà fra esseri umani, ma è anche un inno all’amore. Il Comandante Waterford pensa che ciò che porta avanti il mondo sia, “darwinianamente”, la riproduzione (infatti a Gilead gli omosessuali sono “traditori di genere” puniti con la morte), ma Offred ribatte che è l’amore l’elemento che fa girare tutti gli ingranaggi.

Una serie rivelazione da non perdere e sulla quale riflettere criticamente nell’attesa della seconda stagione, già confermata.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

Articoli Collegati