#AgendaSetting: hate speech e i limiti sfumati dei social network

Ben ritrovati su #AgendaSetting, una rubrica contro gli abusi dei grandi produttori hollywoodiani, e anche contro quelli perpetrati dall’algoritmo di Facebook.

È proprio questo il fil rouge che lega gli argomenti che affronteremo oggi: gli abusi. Il primo da cui partire è quello che ha visto protagonista, e vittima, Katia Ghirardi. Per chi non conoscesse la storia, ne abbiamo scritto qualche tempo fa, trattasi della responsabile di una filiale bancaria del gruppo Intesa che ha realizzato un video divenuto virale per i motivi sbagliati. Il compito era realizzare una clip che mostrasse la fidelizzazione verso il gruppo da parte dei suoi dipendenti: la Ghirardi ci ha messo tutto il suo entusiasmo, anche troppo, sfociando nello stucchevole (alcuni dicono “ridicolo”) e divenendo suo malgrado oggetto della spietata ironia da social.

La coda lunga del caso ha portato a tutta una serie di riflessioni riguardo la privacy (il video non era stato realizzato per essere postato sui social) e soprattutto riguardo il tritacarne cibernetico che tutto deforma e tutto irride. Banalmente, si è tornato a parlare di quel limite invisibile che divide coloro che parlano di sfottò da coloro che parlano di bullismo.

Negli stessi giorni in Germania è passata la legge Netwerkdurchsetzungsgesetz, anche detta Legge Facebook. In pratica i social network con più di due milioni di iscritti saranno costretti a cancellare i contenuti diffamatori, pena multe salatissime fino a 50 milioni di euro. Tre mesi per adeguarsi, per un 2018 all’insegna del polite. Il tentativo c’è, ma punta tutto sulla capacità coercitiva del social. I limiti, che si paleseranno poi, per il momento sembrano essere quei 50 dipendenti del ministero della Giustizia che sorveglieranno l’applicazione delle norme (contro un mare magnum di contenuti) e il fatto che i social network non si dovranno incaricare di cancellare anche tutte le copie della pagina o del post offensivi che circolino in rete. Insomma, cancello l’originale ma non il mezzo milione di condivisioni.

Napalm Girl – Nick Ut, Associated Press, 1972

Per non cadere troppo nell’iperuranio delle future possibilità, segnalo un articolo che è a suo modo uno spaccato di come agisca l’algoritmo di Facebook oggi di fronte a determinate violazioni. Si tratta di una storia, pubblicata da Marco Giacosa su La Stampa, in cui l’autore racconta della tribolata sospensione mensile del suo account a causa di un post ove scrive la parola “negro”. È bastato questo, una parola fuori dal suo contesto (che, avrete capito, non era razzista) per attivare uno stop protratto fino a quando le parti non si sono chiarite. L’algoritmo, che fa comunque capo a esseri umani, continua ad avere le sue disfunzioni (abbiamo citato altri esempi in passato) e al tempo stesso ad essere l’ultimo baluardo prima dell’anarchia (lessicale).

Un lungo flusso di pensiero per affermare che è questo il punto in cui siamo: sommersi dall’hate speech, praticanti bullismo e spesso senza saperlo, aventi leggi che regolano il lavoro dei guardiani ma ancora poca consapevolezza (orizzontale) su cosa si può fare e cosa no sui social.

Sull’Autore

Napoletano, emigrato a Roma. Scrittore per passione, giornalista per devozione. Nella valigia di cartone gli opendata, i tweet di Gasparri e altre cose più o meno serie. Articolista per Mangiatori di Cervello, vincitore dell'Amazon Scholarship 2016, autore del blog CrocifissoInvano.

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