Terroristi e clan, i diversi volti di al Shabaab

Non si placa la violenza dei gruppi terroristici in Somalia, anzi: secondo quanto riportato infatti dall’ultimo report di ottobre dell’Armed conflict location and event data project (Acled), Conflict Trend, sarebbero ben 3.827 i decessi accertati dovuti a episodi di violenza quest’anno. Solo a settembre sono stati 225 gli scontri, con oltre 400 vittime, causate nel 54% dei casi proprio da al Shabaab, la principale rete jihadista del Paese.

Miliziani di al Shabaab (Credits: Blacknaija Online/ Facebook)

A farne maggiormente le spese, come ha scritto Marco Cochi su Repubblica, sono “i civili rimasti uccisi a causa di eventi conflittuali, un trend che prosegue ininterrottamente dal 2013”. A colpirli non sono però solo i fondamentalisti, ma anche le forze internazionali dell’AMISOM: come si legge nel report, a seguito di un’offensiva di al Shabaab tra l’11 e il 12 settembre, che ha portato alla sua breve conquista della città di Belet Hawo (sud-ovest del Paese), l’aeronautica kenyana ha bombardato l’area. Alla fine sono stati in 37 tra persone comuni e miliziani a rimetterci la vita.

Se, però, secondo gli analisti dell’Acled quest’incremento potrebbe far pensare a un cambio di strategia da parte del movimento jihadista, “che si associa all’espansione territoriale del gruppo nella regione del Lower Shabelle, nel Sud del Paese” specifica ancora Cochi, è di altro avviso l’analista del Centro Studi Internazionali (Ce.Si.) Marco di Liddo: “La qualità degli attacchi rimane tradizionale rispetto alla strategia pluriennale del gruppo” ci spiega. Smentendo quindi che si stia reindirizzando le armi dai militari ai civili, operazione opposta a quella che invece è in atto da diverso tempo.

Guardare al Movimento dei Giovani Combattenti come a un’unica entità in tutto il territorio del Corno d’Africa è però sbagliato. Capire le sue frammentazioni interne può quindi aiutarci a comprenderlo meglio, a partire dalle sue due anime: “Una è somala fino al midollo, anche territorialmente” prosegue Di Liddo, “e l’altra è una costola più regionale e internazionalista, che ha ottime basi di appoggio in Kenya e sfrutta sia la popolazione locale, sia i giovani arruolati nei campi profughi, sia i somali che vivono lì, spesso in condizioni estreme. È famosa la moschea di Maggengo, a Nairobi, che tuttora svolge il ruolo di polo per il reclutamento e indottrinamento jihadista dei locali”.

Miliziani di al Shabaab accolti dalla popolazione locale, nel Sud della Somalia (Credits: Ilwareed Online/ Facebook)

Oltre la frontiera somalo-kenyana la questione è però diversa: qui gli attacchi ai civili sono diminuiti proprio per trovare un sostegno popolare, decidendo quindi di colpire prevalentemente i militari, i centri commerciali, i luoghi turistici (frequentati soprattutto da stranieri) e le scuole, simbolo dell’educazione occidentale. Quindi anti-coranica: “In questo c’è molto di Boko haram” aggiunge ancora l’analista, “e infatti i due gruppi si parlano, hanno dei contatti a livello di Shura. Come Boko haram è diventata tale dopo che alcuni dei suoi leader sono stati a ‘studiare’ in Somalia, anche emissari di al Shabaab sono andati da loro per vedere come veniva gestita dall’altra parte la campagna di guerriglia e terrorismo”.

Verrebbe quasi da sorridere su questa specie di Erasmus del terrore, se di mezzo non ci fosse la brutalità delle armi. Elemento che non piace totalmente nemmeno ai terroristi somali stessi, almeno quelli che compongono la manovalanza, perché come si legge nel report Somalia: punto di situazione del 2015 per il Senato e a cura del Ce.Si., “L’ingresso di combattenti stranieri è una misura indispensabile per la sopravvivenza del gruppo, gravato dall’altissimo numero di defezioni di miliziani somali a causa della brutalità di al-Shabaab nei confronti della popolazione civile”.

Ma chi si trova a capo del gruppo e che posizione ha nell’internazionale jihadista? Anche qui non esiste un unico schieramento, ma ben tre: una fazione vorrebbe creare un movimento strettamente locale e senza legami con i grandi network, poiché farne parte attira l’attenzione di chi combatte il terrorismo; la seconda è quella tradizionale, legata alla sottomissione ad al Qaeda, ma minoritaria perché sostenuta da una leadership quasi totalmente decimata, com’è stato per l’ex emiro Godane; le nuove generazioni sono invece più sensibili al messaggio del brand ISIS.

Essere a favore di una o dell’altra alleanza è anche funzionale alla leadership interna ad al Shabaab, racconta Di Liddo: “molte volte, quadri intermedi che ambiscono a essere l’emiro del gruppo, ma hanno concorrenti più forti, tentato di bruciare le tappe denunciando l’affiliazione ad al Qaeda e decidendo di andare con lo Stato Islamico”. Nonostante ciò, l’affiliazione attuale del gruppo è ancora con il network fondato da bin Laden, anche se meno forte che in passato. Cellule secessioniste ci sono però in Puntland e Somaliland, probabilmente perché di mezzo ci sono anche scontri fra clan: ecco quindi che il sub-clan Warsangali è il principale sponsor di al Baghdadi nel Paese, in contrasto con il clan Issaq, dominante nel resto del gruppo.

Il futuro della regione rimane un’incognita proprio per l’incessante minaccia che arriva da questo fronte, alimentato come si è visto anche dalle sue diatribe interne. La soluzione che potrebbe dare la presenza militare dell’Unione Africana è troppo precaria per essere affidabile (come ha dimostrato il ritiro improvviso del contingente etiopico) e l’esercito di Mogadiscio “non è pronto a prendere in consegna la sicurezza del Paese”, come ha dichiarato l’ambasciatore della Somalia presso le Nazioni Unite, Abukar Osman, al Consiglio di sicurezza. Se i 22mila soldati dell’AMISOM dovessero iniziare il ritiro con un Paese ancora instabile come oggi, l’unica alternativa si chiamerebbe Turchia.

Per approfondire:

Ce.Si. La crescita di Daesh in Somalia

Newsweek How al-Shabaab overtook Boko haram to become Africa’s deadliest militants

Gli Occhi della Guerra L’Isis alla conquista di Al Shabaab

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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