Alternanza scuola-lavoro: quando la fatica terrorizza

“Il lavoro nobilita l’uomo”. Una frase vecchia, una frase scomoda, una frase osteggiata. Vero. Ma ricordo chiaramente che quando eravamo ragazzini non c’era nulla di disdicevole nel raccogliere la frutta, vendemmiare, fare delle pulizie o un po’ di manovalanza generica. Se non ricordo male mai nessuno di noi, allora ragazzini, morì.

Nessuno venne ricoverato d’urgenza in preda a uno shock anafilattico come grave reazione allergica all’essersi sporcato le mani e o aver gettato fuori tre o quattro gocce di sudore. Anzi. Poter iniziare a fare qualche lavoro era motivo di grande orgoglio. Forse ci avvicinava un poco a quel mondo degli adulti lavoratori che, allora ingenui adolescenti, vedevamo con un misto di sacralità e mistero. E forse ci permetteva anche di allontanarci da quella scuola italiana che vedevamo come scollegata dal “mondo reale”. Lavorare ci rendeva fieri e poter vedere il risultato di una fatica ci dava quell’imprinting essenziale del senso di sacrificio.

alternanza scuola lavoro

Ph credits: Piero Cruciatti / LaPresse

Siamo quattro mani e due menti a scrivere questo articolo. Io ho appena 34 anni e in questi giorni mi sono sentito quantomeno sbigottito riguardo all’indignazione mossa verso l’alternanza scuola-lavoro. Sarà che la società del benessere ha creato quell’abominevole dis-percezione per la quale “lavoro=sfuttamento” a prescindere, dimenticando come questo sia un modo per esprimere le proprie capacità, realizzarsi a livello personale e sociale e, perché no, realizzare qualcosa di utile per gli altri. Ma io, lo ammetto senza vergogna alcuna, credo ancora nel lavoro e nel sacrificio come vie per realizzarsi.

Così però non la pensano, evidentemente, quei ragazzi che al motto di “siamo studenti, non operai” sputano in faccia – forse senza nemmeno saperlo – all’unico motore economico italiano, ossia quello dell’artigianato e delle PMI. Vorrei parlare con loro, vorrei spiegare che il loro acerrimo nemico, l’alternanza scuola-lavoro, non ha e non deve avere il compito di insegnare loro un lavoro. No, deve insegnare loro cosa significhi lavorare. Cosa significhi sporcarsi le mani, anche e sopratutto con lavori “umili”, cosa significhi rapportarsi in un team, gestire le proprie risorse fisiche e mentali per uno scopo che non sia un esame scolastico.

E così, forse, avranno la fortuna di ricevere l’imprinting, di cui parlavo a inizio articolo, sul senso stesso di lavoro. Così potranno sviluppare anche quelle soft skills così essenziali oggi per chi si occupa di recruitment. Perché in un mondo dove tutti sono specializzati e con un master, sapete chi farà davvero la differenza? Chi possiede quelle soft skills e, nondimeno, la capacità fondamentale di non confondere il privilegio di non sporcarsi le mani con un diritto a prescindere.

Alessandro Loddo


L’alternanza scuola-lavoro è una grandissima opportunità per tutti i giovanissimi che attualmente vivono uno scollamento importante con la realtà produttiva del Paese. Questa opportunità è stata introdotta con la legge 107/2015, si caratterizza per un buon livello di trasparenza, e, per come si può facilmente evincere, comprende una numerosa ed eterogenea composizione di enti pubblici e aziende private, in modo tale da poter coprire un ampia panoramica di esigenze a seconda degli istituti.

Non si vuole con questo fare un elogio a tale riforma poiché, come molte operazioni ministeriali italiane, risulta forse incompleta e priva di una fase di sperimentazione, che permetterebbe di costituire buone prassi tra istituti scolastici e aziende. Perché si possa implementare ciò serve un lavoro dal basso di co-progettazione partecipata tra docenti, educatori, genitori, alunni e tutor aziendali in modo tale da poter capire quali sono le esigenze primarie della classe e degli alunni, per lavorare sulle carenze e valorizzare le potenzialità di ciascuno.

Una cosa sola è chiara, non si poteva più prescindere da questo passo verso un collegamento diretto tra scuola e lavoro, percorsi formativi con le aziende aiutano i ragazzi a comprendere le vie giuste per sfruttare al massimo il proprio potenziale in termini di competenze personali, fatte di soft skills e hard skills, incanalarle e trasformarle in percorsi lavorativi virtuosi.

La necessità è quella di invertire questo continuo discorso ideologico fatto di slogan vuoti, impegnarsi per migliorare prassi che devono ancora maturare per sviluppare un pensiero che miri all’eccellenza e non alla mediocrità, in quanto quest’ultima è un leitmotiv nel nostro Paese.

“Sapere che hai fatto la baby sitter e lavorato in un ristorante durante il tuo percorso di studi universitario è importante per chi lavora nelle risorse umane, non dimenticare di inserirlo nel tuo curriculum” è quello che mi è stato detto a uno dei miei primi colloqui di lavoro, mi chiamo Sofia, ho 24 anni, ho sempre studiato e anche fatto piccoli lavori part-time, ho concluso i miei studi con il massimo dei voti e a un mese dalla conclusione del mio iter universitario ho trovato lavoro.

L’impegno, il sacrificio, la costanza nel lavoro, fin da giovani, anche in piccoli lavori, ti permette di acquisire organizzazione, serietà, flessibilità e adattabilità a differenti contesti, tutti fattori determinanti in un futuro prossimo, che esso sia fatto di lavori “qualificati” o meno.

Ma soprattutto è ora di smetterla di creare una divisione e disprezzo per i lavori considerati “di basso livello”, sono necessari, sono lavoro retribuito, la schiavitù non esiste più da molto. Il mercato è fatto di domanda e offerta, il sistema muta solo a seconda di come ci muoviamo noi. Impariamo, sacrifichiamo, e poi puntiamo in alto e non al ribasso. Questo è il modo giusto.

Sofia Dabalà

 

 

Sull’Autore

Cresciuto a punk-rock, 56kb e saggi sull'anarchismo sulla costa della Sardegna orientale, mi sono laureato a Bologna in Comunicazione con una tesi su web 2.0 e cyber-utopismo e ho frequentato un master in Media Relations e Comunicazione Digitale. Dal 2015 mi occupo di Digital Strategies nell'ambito di startup innovative. Un'ossessiva e mai sazia curiosità verso il mondo esterno ed i processi mediatici e socio-culturali che lo sottendono son ciò che mi han spinto a creare Mangiatori di Cervello, del quale sono il Direttore e Digital Strategist.

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