Non chiamateli populisti – Parte 1

“Siete ancora e oggi come sempre, dei poveri populisti” 

Mancano ancora sei mesi alle elezioni politiche del 2018 ma il circo mediatico è già entrato nel vivo. Fossimo in un altro Paese, assisteremmo a un serio e lungo dibattito sui temi che tanto stanno al cuore al popolo italiano: occupazione, controllo dell’immigrazione, riforma fiscale, sicurezza, Unione Europea. Invece siamo in Italia e, quando va bene, assistiamo allo sbertucciare di figuri che da ogni lato si lanciano insulti, accuse e maledizioni. Non dobbiamo sorprenderci dunque se, in questo colata di fango e detriti che è l’arena politica contemporanea, alcuni termini, faticosamente coniati da menti più brillanti delle nostre bertucce, siano usati completamente a caso. Fra i molti, vi è senza dubbio il sostantivo “populisti”.

Secondo la narrazione dominante, in Italia come in Europa, si definisce “populista” una qualunque forza politica che identifica in un dato gruppo sociale il nemico primo del popolo e che propone soluzioni giudicate facili a problemi considerati difficili. Ed ecco che, magicamente, nello stesso calderone dei populisti finiscono il Front National, la Lega Nord, il MoVimento 5 Stelle, Podemos e Syriza. Poco importa che siano formazioni con storie, idee e cause contingenti completamente diverse: l’importante è trovare un metodo per attaccarle fuori dal merito, ignorando completamente quella porzione di popolazione e quelle istanze di cui si fanno portavoce.

Chi però mastica un po’ di politichese sa che il termine “populisti” è utilizzato in così tanti contesti, e per indicare così tante cose diverse, che si rischia solo di creare una gran confusione. Basti pensare che, per uno studioso dell’America Latina, il termine indicherà dei regimi xenofobi e tecnofobi come quello di Augusto Pinochet mentre, per un esperto della Rivoluzione Francese, potrebbe benissimo essere usato per definire i giacobini.

Ed è da questo grande numero di opzioni che deriva la possibilità, per chiunque, di attaccare l’altro tacciandolo di essere uno degli odiati populisti. Sarebbe facilissimo, ad esempio, dire che Matteo Renzi, un politico solito attaccare gli avversari accusandoli di populismo, è anch’egli affetto dallo stesso male: non ha forse ottenuto sia la carica di Sindaco di Firenze sia quella di Segretario del Partito Democratico presentandosi come il Rottamatore? Fuori da ogni retorica, egli ha identificato in un gruppo sociale (la classe dirigente della sinistra italiana) il nemico del popolo (i fiorentini prima, i democratici dopo).

Lo stesso potrebbe valere anche per Emmanuel Macron: la sua ascesa alla Presidenza non è stata forse costellata di accuse ai socialisti e ai repubblicani (un gruppo sociale elitario), colpevoli di aver condotto la Francia (il popolo) nel baratro? E i casi potrebbero non finire qua: lo stesso Barack Obama, nel 2008, fu processato come esponente dei populisti dai suoi avversari politici.

Non serve portare ulteriori esempi, dunque, per dimostrare che la parola “populismo” viene usata completamente a caso e che andrebbe eliminata dal nostro dizionario quotidiano per tornare al suo giusto posto: le aule in cui scienziati politici e dotti dibattono. Tuttavia, non ci si può accontentare di fare spallucce, bisogna andare oltre e trovare un termine che possa in qualche maniera aiutarci a comprendere la realtà politica che ci circonda.

Per nostra fortuna questo termine esiste, ed è stato coniato nel 2006 dell’illustre Pierre Rosanvallon. Di questo, tuttavia, parleremo la prossima volta.

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Sull’Autore

Dopo la laurea in Storia e un Master dal nome troppo lungo, mi sono dedicato alla delicata quanto incompresa arte del Social Media Management. Ma l'amore per il dibattito politico non si dimentica, perciò eccomi qua.

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