To the bone e i suoi pericoli

ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER. IO T’HO AVVISATO EH!

To The Bone è un film del 2017 distribuito da Netflix come suo prodotto originale. Al centro del lungometraggio c’è la storia di Ellen, ventenne che lotta contro l’anoressia. “Che lotta” è un po’ un’esagerazione: a volte combatte il disturbo, altre volte gli lascia campo libero. Proprio questo, per me, è uno dei meriti del film: ci fa vedere una parte del disturbo alimentare, quella più ossessiva che raramente ho visto, mostrandola senza pateticità, addirittura con un certo candore. Perché in fin dei conti Ellen – come le ragazze che nel film condividono il suo disturbo – è spesso felice, quando mette in pratica i suoi comportamenti auto-distruttivi.

To The Bone ha il grande merito di aprire una porta su questo mondo – quello dei disturbi alimentari e delle persone che ne sono afflitte – e mostrarci le sue espressioni in un contesto quotidiano e tutto sommato ordinario. Ad un certo punto del film però qualcosa cambia. La svolta arriva un po’ dopo la metà, fino a quel momento abbiamo visto come Ellen vive e come le sue compagne d’avventura mettano in atto escamotage per bruciare calorie, pur all’interno di un contesto terapeutico.

Abbiamo più o meno capito che un disturbo alimentare può avere svariate cause e condizionare il quotidiano del malato; abbiamo anche visto come chi soffre di questo disturbo non riesca a venirne fuori perché ossessionato dall’assunzione/consumo di calorie e questo magari ci ha fatto riflettere sulla nostra società. Insomma, fino alla metà del film questo ci ha fornito molti spunti di riflessione e molte informazioni. Parlavo però di un punto di svolta, sul quale si innestano alcuni elementi a mio avviso pericolosi.

Il primo campanello d’allarme inizia a suonarmi in testa quando lo psicologo chiede a Ellen di “tirare fuori le palle” per combattere la malattia. Ok, la volontà di cambiare e di lottare per sconfiggere una malattia è fondamentale, ma facciamo attenzione: un disturbo alimentare è una malattia, come lo è – ne prendo una a caso – la bronchite. Per sconfiggere una bronchite non basta tirar fuori le palle. Il problema di questa cornice è che fa passare l’anoressia come una condizione quasi “capricciosa” e non come un tunnel da cui molte persone faticano a uscire nonostante gli sforzi quotidiani.

Il secondo grande pericolo sta nel modo in cui Ellen “rinsavisce” e decide di curarsi – seriamente, stavolta – cioè perdendosi e facendosi una seduta di auto-coscienza nel deserto. No, questo non mi piace affatto: chi ha un problema psicologico – a maggior ragione se grave come un disturbo alimentare – non può tirarsene fuori solo attraverso un lavoro individuale. Ancora una volta  si rischia di banalizzare la malattia e la sua forza coercitiva.

So che corro il rischio di essere troppo duro in questa breve analisi – perché il film potrebbe anche essere semplicemente allegorico – eppure To The Bone mi ha lasciato una strana sensazione, un’idea di ingiustizia verso chi è malato. Una sorta di banalizzazione della malattia, appunto. Non sto dicendo che sia brutto o che ne sconsigli la visione, al contrario: ve lo consiglio caldamente perché fornisce un sacco di spunti di riflessione. Eppure al suo interno ho visto quelle che per me sono delle criticità. È solo un film, non è uno psicologo né una ricetta di guarigione, ma se l’intento del prodotto è quello di aprire una porta su questo mondo e fornire un aiuto a malati e amici o parenti dei malati, allora la cosa migliore che io possa fare è sottolinearne tutti quelli che secondo me sono elementi contrari a questa causa.

Sull’Autore

Laurea triennale in Scienze della Comunicazione; appassionato di cinema, musica e sport. Sto ancora cercando di capire cosa farne della mia vita.

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