Sumud: Freedom Camp, una scommessa di pace fra israeliani e palestinesi

Sumud. In arabo significa risolutezza, determinazione. Per un palestinese, sumud, è un concetto ancora più radicato; è attaccamento alla terra, è testimonianza con la propria esistenza di un sopruso che continua dal 1948. “Esistere per resistere” come mi ripeteva sempre Hafez Huraini, leader del Comitato popolare non violento delle South Hebron Hills. Questo popolo cocciuto di pastori è convinto che continuando pacificamente a pascolare le proprie greggi sulle terre dei loro padri riusciranno a mantenere una loro identità geografica.

La Palestina, o meglio, i territori palestinesi occupati sono divisi in tre zone (A, B e C). La zona C, che occupa il 60% dei territori e ospita tra i 180.000 e 300.000 palestinesi, è sotto totale controllo militare israeliano ed ospita 126 avamposti israeliani, illegali secondo le leggi internazionali. Nel 1970 l’esercito di Israele creò all’interno della zona C la firing zone 918: un’area militare chiusa, adibita ad esercitazioni militari. Unico problema: quella zona era, e rimane in parte, ricca di villaggi, campi coltivati, oliveti e persone che sono state costrette a evacuare.

Un punto fondamentale della resistenza palestinese è sempre stato il ritorno alla terra. Il 19 maggio 2017 un passo importantissimo è stato fatto in questa direzione. Una coalizione mai vista prima, formata da organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali, tra le quali the Center for Jewish Nonviolence, the Holy Land Trust, Youth Against Settlements, All That’s Left, Combatants for Peace e the Popular Resistance Committee of the South Hebron Hills, si sono ritrovati in Sarura, un vecchio villaggio abbandonato nella firing zone. La loro coalizione ha due scopi: il primo, esistere in uno “Spazio sicuro, non violento, senza armi dove tutti coloro che credono in un futuro fondato su giustizia, libertà ed eguaglianza possano unirsi per costruire delle fondamenta che sostengano una pace giusta”; il secondo, ricostruire il villagio di Sarura e fare in modo che le sue famiglie possano tornare a viverci.

Questa coalizione ovviamente non è piaciuta a Israele, che il 3 settembre 2017 ha fatto un raid nel campo arrestando Sami Huraini, il figlio maggiore di Hafez, 20 anni. Il giorno dopo anche suo fratello Hammudi (13 anni) è stato arrestato. Nel giro di un paio di giorni quattro ragazzi, tutti palestinesi tutti sotto i 20 anni, sono stati portati alla stazione di polizia dell’avamposto israeliano di Kiryat Arba. Nonostante questo, nel giro di pochi mesi, grazie all’impegno dei volontari, le caverne che costituiscono il villaggio sono state rese abitabili e la strada che lo collegava ad altri villaggi vicini è stata riassestata. Pochi giorni fa, come dimostrazione non violenta, sono stati piantati degli ulivi a simbolo di presenza duratura e comunione fra i due popoli.

Il Sumud: Freedom Camp continua. Ogni giorno israeliani, palestinesi e internazionali condividono caverne, cibo, fatiche e battaglie nella coraggiosa dimostrazione che la pace è possibile. Non solo è possibile, funziona. Parlare di non violenza, sopratutto alla luce delle ultime notizie arrivate da Las Vegas, sembra quasi ossimorico. Eppure sono proprio questi due popoli, capaci di coltivare un odio così radicale, ad avermi insegnato la più alta forma di amore e fratellanza. Il Sumud: Freedom Camp è un’altra delle tante espressioni di questo amore, di cui non si parla mai abbastanza.

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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