Rick and Morty 3: “Each of us gets to choose”

Dopo aver visto i primissimi episodi, nessuno ci avrebbe mai creduto: Rick and Morty, serie animata di Adult Swim di enorme successo, inizia ad acquisire una crescente profondità, sia per quanto riguarda la psicologia dei personaggi, che soprattutto per i macrotemi trattati, malcelati dietro una facciata di cinico non-sense.

In questa delirante terza stagione, gli autori hanno finalmente deciso di approfondire Jerry e Beth, finora relegati al ruolo di semplici stereotipi, rispettivamente quelli di “Uomo Vigliacco” e “Donna Frustrata”: lui, dopo il divorzio, è ormai abbandonato a se stesso e inizia a prendere progressivamente atto dei propri (numerosi) difetti; lei, dal canto suo, si rende lentamente conto dell’influenza (negativa?) del padre sulla propria vita. Il tutto mentre Morty e Summer accentuano sempre di più i propri tratti sociopatici.

Morty sente dentro di sé una crescente rabbia che sfoga in vari modi, scoprendosi anche un potenziale psicopatico in perfetto stile Jordan Belfort. Summer invece inizia a somigliare sempre di più al nonno: disillusa e priva di qualsiasi certezza che non sia quella per cui “tutto fa schifo”. Inutile dire che il lieto fine non è mai un’opzione plausibile.

Vi è inoltre il ritorno, anelato da molti fan, della Cittadella dei Rick e di un personaggio in particolare, che finora era stato soltanto “suggerito”: Evil Morty. La TV via cavo interdimensionale, invece, è stata sostituita da un altro format simile, che lascia spazio a possibili sviluppi futuri sul rapporto tra i due protagonisti.

L’unico punto debole di questa stagione sta nel finale: non è incisivo come quelli delle due stagioni precedenti e non lascia quella stimolante aspettativa che finora gli autori erano stati tanto bravi a creare nel pubblico. Speriamo inoltre che il cliffhanger con Mr. Poopybutthole dopo i titoli di coda non diventi una cattiva abitudine!

A ogni modo, nel corso degli episodi viene posto l’accento su alcuni argomenti per niente scontati: l’importanza dei ricordi; la (presunta) rilevanza dei legami di sangue; quale sia il vero concetto di sanità mentale. Non mancano, inoltre, dei velati riferimenti alla più stretta attualità politica americana. Tutto ciò senza dimenticare di riderne, poiché ormai siamo spacciati e tanto vale non farsi il sangue amaro.

Ma la tematica prevalente di questa stagione è il libero arbitrio. In ciascun episodio, un personaggio si trova dinanzi a un bivio: Beth deve scegliere tra il padre e il marito (The Rickshank Rickdemption); Jerry è indeciso se collaborare o meno all’omicidio del suocero (The Whirly Dirly Conspiracy); lo stesso Rick sceglie, con un’azione che ha del paradossale, di perdere la sua possibilità di scelta trasformandosi in un cetriolo (Pickle Rick).

In un universo, o meglio, in infiniti universi privi di un dio o di qualsiasi punto di riferimento etico, la libertà dell’individuo diviene assoluta e radicale. L’assenza di valori permette a ogni uomo di essere, per citare direttamente la serie stessa, “il padrone del proprio universo”: non esistono regole, gli unici limiti sono quelli imposti dalla soggettività del singolo.

“I’M PICKLE RIIIIIIIICK!!!”

Questa libertà individuale, però, ha ben poco di rassicurante: l’Uomo può auto-assolversi quanto vuole, ma prima o poi, sembra volerci dire la serie, bisogna fare i conti con la realtà e con le conseguenze delle proprie azioni.

Siamo, insomma, condannati a essere liberi.

Sull’Autore

Esisto dal 1993 e già mi sono stancato. Sono nato a Roma, ho studiato al DAMS di Roma Tre e nel tempo libero (cioè sempre) scrivo e guardo film o serie TV. Sarei anche uno stand-up comedian, ma molti dissentono da questa affermazione.

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