Le nostre anime di notte: un film sussurrato e privo di lusinghe

Le nostre anime di notte, diretto dal regista indiano Ritesh Batra e prodotto da Netflix, è stato presentato – fuori concorso – all’ultima Mostra del cinema di Venezia. In quell’occasione i due attori protagonisti, Robert Redford e Jane Fonda, hanno ricevuto il Leone d’oro alla carriera. Il film, distribuito sulla nota piattaforma di streaming lo scorso 29 settembre, è tratto dall’omonimo romanzo di Kent Haruf, uscito postumo quest’anno in Italia ed edito dalla NNE.


Lo scrittore statunitense, noto per la sua “Trilogia della pianura”, ha dovuto terminare in fretta questo suo ultimo lavoro, compiendo una corsa contro il tempo e contro l’avanzare della malattia che lo ha ucciso. Questa urgenza, nel libro, è incarnata dall’anzianità dei due protagonisti, Addie Moore e Louis Waters, che si concedono un’ultima chance per poter amare ancora.

Seppur viziata dalla sollecitudine e dunque imprecisa e a tratti incompleta, la prosa harufiana riesce comunque a suscitare, ancora un’ultima volta, commozione e tenerezza. Lo fa attraverso un consueto modus operandi che l’affezionato lettore di Haruf ormai conosce. Il romanziere narra anche in questo caso una storia semplice e ordinaria: quella di due persone che non hanno avuto tutto ciò che speravano dalla vita ma che trovano conforto, l’una nell’altro, proprio durante il capitolo finale delle loro esistenze.

Addie e Louis sono vicini di casa ed entrambi vedovi. Si conoscono, sanno quali sono stati gli eventi più salienti delle loro rispettive vite – nel piccolo paesino di Holt, nato dall’immaginazione di Haruf, tutti sanno tutto di tutti – ma si sono sempre limitati a osservarsi da lontano. Una sera però, Addie – che nel film prende corpo nell’affascinante figura della Fonda – compie una mossa audace presentandosi a casa di Louis con una proposta che lascia l’uomo interdetto. Per una persona sola

“le notti sono la cosa peggiore”

dice la donna, improvvisamente imbarazzata al cospetto di un Redford alquanto perplesso e turbato. Ciò che Addie suggerisce a Louis, è che potrebbero farsi compagnia chiacchierando a letto fino ad addormentarsi, superando così, insieme, il momento per loro più critico: la notte.

Gradualmente s’instaura tra loro un’intima e affettuosa routine: essi diventano complici, si scoprono, si raccontano. Parlano dei problemi che hanno avuto con i loro defunti coniugi, dei loro figli, delle aspirazioni che avevano e che non si sono realizzate. Se il passato è stato doloroso e insoddisfacente, a loro non importa più, poiché stanno vivendo un presente felice.

“Voglio solo vivere la mia giornata e venire a raccontartela la sera”

dice Louis. In questa frase v’è tutta la maestosa semplicità che Haruf cerca di comunicare, nonché il bisogno di condivisione proprio di un sentimento che si fa sempre più intenso e profondo.

Con intraprendenza Addie ha cercato di incastrare la sua solitudine con quella di Louis. Come spesso accade, però, lei non è solamente un’anziana vedova: è anche una madre che molto tempo prima ha trascurato suo figlio Gene a causa di un grave lutto, e adesso che lui ha bisogno di lei, Addie si trova di fronte a un bivio. Deve soccorrere Gene sopperendo alle sue passate mancanze di madre o dedicarsi a Louis, permettendosi di essere una donna innamorata?

Batra riesce a ricreare fedelmente la delicata e sussurrata tenerezza che avvolge le anime dei due protagonisti e le lega l’una all’altra, in quella preziosa quiete amorosa della quale ben presto nessuno dei due può fare a meno. Le inquadrature paesaggistiche iniziali sono molto emozionanti ed estremamente conformi all’universo descritto da Haruf: il lettore può ammirare Holt e le sue sconfinate, desolate e romantiche pianure, ma anche il tranquillo tran tran quotidiano della piccola cittadina.

La versione filmica, che si discosta solo leggermente da quella letteraria, riesce a sopperire a piccole “lacune” (mi si passi il termine) che Haruf, preso dalla premura, non era riuscito a colmare: il lungometraggio è più definito, più completo, ha un finale leggermente più ottimista.

Le nostre anime di notte è un film bisbigliato, che si prende i suoi tempi. Non ha la pretesa di stravolgere lo spettatore ma gli lascia nel petto un magone, un nodo che lentamente si scioglie, lasciandolo con la sensazione di essersi approcciato ad un segreto: la notte arriva per tutti, ma prima di addormentarci non dobbiamo smettere di cercare una soddisfazione che ci regali gioia, di cercare una persona che ci doni il conforto e il calore della sua presenza, qualcuno a cui raccontare chi siamo, chi siamo stati, chi avremmo voluto essere. Qualcuno con cui poter attraversare il buio, affrontando ciò che temiamo di più.

anime di notte

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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