#IlGiroDelMondo: La Havana Vieja

Sapete com’è la mattina presto all’Havana, coi vagabondi ancora addormentati lungo i muri, prima che i furgoni del ghiaccio comincino il loro giro dei bar?

– Hernest Hemingway

Sono le 9 di sera ed un rosso sole caraibico comincia a calare lentamente sulla città caotica e tentacolare che si stende dall’altra parte del Canale che divide il mare aperto dalla baia de La Havana. Una processione di uomini pomposi in uniformi d’epoca si ferma solennemente davanti ad un cannone dall’aria antica e, come ogni giorno, con estrema puntualità, un colpo viene sparato nel vuoto, a salutare la sera. La piccola folla riunita apposta al Forte del Morro per l’occasione osserva emozionata, in silenzio, rivivendo tempi lontani di pirati ed esploratori. In lontananza, una fabbrica continua minacciosa a lanciare alte fiamme del cielo, ma le persone tentano di allontanarla dalla memoria del proprio piccolo sogno caraibico.

La Havana Vieja, ovvero il centro storico della capitale cubana, non è altro che questo: la disordinata memoria di un passato glorioso fatto di grandiosi monumenti – tra cui spiccano un Capitolio ad immagine e somiglianza di Washington D.C. ed un Gran Teatro che non ha nulla da invidiare all’architettura rinascimentale europea – ed edifici variopinti, un tempo certo abitati da dame eleganti e uomini d’affari di fama internazionale, ora ridotti a cumuli di macerie o spartiti in decine di piccole abitazioni dai balconi stracolmi di piante e panni stesi ad asciugare. A perdersi tra le strette vie di questo centro Patrimonio dell’Umanità UNESCO, si direbbe forse che sia appena finita una guerra. Che la rivoluzione non sia stata vinta decine d’anni fa ma l’altro ieri, magari – e che di conseguenza il Museo della Rivoluzione sia stato allestito in tutta fretta in un palazzo che in effetti ancora reca i segni della battaglia che vi si è svolta. Eppure è difficile pensare ad un angolo di mondo in cui sia concentrata tanta vita.

Costruita su una rigogliosa baia naturale nel 1519 da corsari spagnoli, La Havana Vieja resta un museo a cielo aperto di architettura e storia coloniale. È un costante rincorrersi di piazzette dall’aria mediterranea e ricordi di città spagnole – spiccano, tra tutte, Plaza de Armas con le sue panchine all’ombra delle palme e le sue statue; la Plaza Vieja meticolosamente restaurata e tirata a lucido per ospitare i migliori locali del centro; Plaza de la Catedràl e la sua chiesa candida che troverebbe naturale spazio in qualche perla di villaggio siciliano – e richiami che agli europei paiono esotici al caffè, al rhum e al tabacco. Non è certo un caso che due dei bar strettamente legati al nome di Ernest Hemingway, follemente innamorato dell’isola e del suo fascino avventuroso al punto da trasferirvisi, siano a La Havana Vieja: e così, alla Bodeguita del Medio si sorseggiano mojiyo ghiacciati tra miriadi di foto che ritraggono volti notissimi (da Pablo Neruda allo stesso Hemingway) intenti a gustare la stessa bevanda, proprio lì, e al Floridita una statua di bronzo del celeberrimo scrittore e giornalista statunitense ti osserva mentre ti godi un daiquiri nel luogo dove questa bevanda divina è stata concepita per la prima volta. Usciamo, ce n’è ancora di strada da fare. Le auto d’epoca tirate a lucido – spesso decapottabili, sempre di colori sgargianti – aspettano ad ogni angolo un cliente che voglia sentire l’aria di Cuba tra i capelli mentre sfreccia lungo viali punteggiati di palme, accanto agli edifici color pastello con le loro arcate tipiche.

Sono 8 i kilometri di strada che dividono la Havana storica alla spiaggia della città, Miramar: il lunghissimo viale che le collega, il Malecon, è ormai leggenda. Che vogliate camminare lungo il mare e mischiarvi ai locali che sorseggiano birre sul muretto che dà su un’acqua diversamente pulita o che scegliate di farvi fregare da uno dei tanti tassisti, guardate di tanto in tanto verso l’entroterra. Vedrete il volto confuso di una città – forse, di un’isola – sospesa tra un passato barocco ed un futuro incerto.

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

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