Profughi e terrorismo, il Kenya mal sopporta la vicina Somalia

C’è una data recente che fa da spartiacque nei rapporti tra Somalia e Kenya: il 15 ottobre 2011, l’inizio dell’operazione Linda Nchi“Proteggi la nazione” in lingua swhaili – da parte dell’esercito kenyota dentro i confini del Paese confinante. L’intervento rientrava nella più complessa AMISOM (African Union Mission in Somalia) e scattò dopo il rapimento di due operatrici spagnole di Medici Senza Frontiere nel campo profughi di Dadaab. Da allora le truppe di Nairobi non hanno mai lasciato la Somalia.

Il Presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta (dx), il Presidente della Somalia Mohamed Abdullahi Farmajo (cx) e la sua first lady Seynab Abdi Moalim (sx) alla cerimonia inaugurale di insediamento di Farmajo a Mogadiscio a febbraio 2017 (Credits: AMISOM Photo / Ilyas Ahmed)

In realtà, il Kenya arrivò a questa decisione dopo una serie di attacchi terroristici di al Shabaab all’interno dei propri confini, soprattutto contro cittadini stranieri: alla fine dell’estate di quel 2011, la cittadina inglese Judit Tebutt venne rapita in un villaggio dell’arcipelago di Lamu, celebre località turistica della costa keniota, mentre suo marito venne assassinato dai rapitori; qualche settimana dopo, sempre a Lamu, fu la francese Marie Dadieu a finire ostaggio di una banda armata. Dal gruppo fondamentalista somalo non arrivò però alcuna rivendicazione, nonostante la sua presenza radicata nel Sud della Somalia, proprio a ridosso del confine.

All’indomani dell’intervento militare, le dichiarazioni del portavoce dei Shabaab Ali Mohamud Rage non fecero trasparire alcun timore, anzi: “Ci difenderemo – riferì alla BBC il Kenya non sa cosa sia la guerra. Noi sì. Le grandi costruzioni di Nairobi saranno distrutte. Abbiamo combattuto contro governi più vecchi e forti di quello keniota e li abbiamo sconfitti”. Una sicurezza di sé che poi è stata confermata sul terreno fino a oggi poiché, seppur i terroristi siano più deboli rispetto a sei anni fa, gli jihadisti continuano a seminare morte e a reclutare seguaci tra i due lati del confine: uno dei motivi per cui Nairobi ha deciso nel 2015 di blindarlo, costruendoci sopra un muro.

La barriera rappresenta così un altro elemento di tensione tra Nairobi e Mogadiscio, dopo la già citata operazione Linda Nchi (l’allora Presidente somalo, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, si dichiarò infatti contrario al passaggio del confine dei militari) e la conseguente pretesa del Kenya di una modifica dei confini marittimi, impugnando la definizione del 1960 sui confini delle acque.

Dietro a tutto ciò, fin dall’intervento armato, c’era la Francia: nella zona, infatti, opera da decenni la Total che, poche settimane prima, aveva giusto acquistato “un pacchetto di azioni (pari a un totale del 40%) in cinque blocchi di esplorazione offshore nel bacino di Lamu”, ha scritto Limes.

Chi ci sarà tra i firmatari di un accordo di esplorazione con le autorità keniote, proprio per dei giacimenti all’interno dei nuovi confini rivendicati da Nairobi? La Total, esatto, insieme all’ENI. Nel 2009, comunque, l’ex Presidente somalo Omar Abdirashid Ali Sharmarke firmò con il suo omologo di oltreconfine un memorandum d’intesa “per porre le basi di una demarcazione dei rispettivi confini marittimi. Le ambiguità di alcuni passaggi di quell’accordo avrebbero consentito al Kenya di avanzare maggiori diritti sulla piattaforma continentale somala”, prosegue l’articolo sopracitato.

Con questo delicato argomento ancora aperto, la blindatura del confine meridionale è un altro tema rovente per il Corno d’Africa. Soprattutto perché dall’altra parte si trovano oltre 170mila somali fuggiti dalle proprie case verso campi come quello di Dadaab, ritenuto invece dal governo ospitante come base di addestramento per al Shabaab e per questo in procinto di chiudere.

L’Alta Corte keniota ha però bloccato lo smantellamento fino a febbraio 2016, considerandolo incostituzionale e discriminatorio, ma alle recenti elezioni nazionali sia il Presidente uscente Uhuru Kenyatta che lo sfidante Raila Odinga hanno invocato più sicurezza e stabilità per il confine con la Somalia.

Ufficiali di polizia del Kenya in forze all’AMISOM, durante una cerimonia di premiazione, 14 giugno 2017 (Credits: AMISOM Photo/Flickr)

Il sostegno del Kenya al flebile governo di Mogadiscio rimane comune immutato, come specifica il professor Federico Battera, docente di Sistemi Politici Afro-Asiatici all’Università degli Studi di Trieste. I problemi più grandi per Nairobi -sostiene Battera- non arrivano comunque dalla frontiera, bensì dagli scontri politici interni tra i due maggior partiti, The National Alliance e Orange Democratic Movement”.

Dopo l’annullamento delle ultime elezioni presidenziali da parte della Corte Suprema, ora i due candidati sopracitati torneranno ad affrontarsi per il voto del 17 ottobre, su cui peseranno sicuramente le schede della minoranza somala presente nel Paese e che ha preso la cittadinanza. Un 5% che potrebbe pesare.

Per approfondire:

Limes: Con Al Shabaab in ritirata, la Somalia fa i conti col Kenya

Il Caffè Geopolitico: Il muro della discordia tra Kenya e Somalia

The Conversation: Election offers Kenya the chance to provide clarity about Somalia

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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  • Il macrocosmo di Eastleigh, la Piccola Mogadiscio nel cuore del Kenya – Mangiatori di Cervello 10 marzo 2018 at 14:59

    […] Avevamo già scritto dei difficili rapporti alla frontiera tra il Kenya e la Somalia. Qui però si tratta di una tensione giunta nel cuore del Paese governato da Uhuru Kenyatta, il quale però non può certo puntare il dito indiscriminatamente contro la diaspora somala lì presente: il suo potere economico equivale infatti a un giro d’affari di 100 milioni di dollari al mese, secondo quanto riportato da Rasna Warah nel suo libro “War Crimes” (2014), che equivarrebbero a circa il 25% delle tasse totali versate alla città. Tutto ciò farebbe sì che il quartiere rimanga ancora un posto sicuro per i fondamentalisti islamici, nonostante i numerosi arresti della polizia locale in questi anni. […]

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