L’UNESCO nell’incertezza: tra addii e prossime elezioni

Per molti è soltanto una delle innumerevoli agenzie ONU dalle sigle remote e dall’operato difficile da comprendere concretamente. “Quella dei siti patrimoni dell’umanità,” al limite. Eppure, con i suoi 195 membri e i suoi 10 membri associati, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – per gli amici, UNESCO – dal 1945 svolge un’azione nobile e importantissima, riassumibile con la formula quasi poetica inserita nel preambolo della sua Costituzione:

“Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini
che devono essere poste le difese della pace.”

Con una miriade di programmi volti a promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni attraverso l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali”, l’operato dell’UNESCO dovrebbe, teoricamente, essere naturalmente condiviso da grandissima parte, se non da tutti, i leader mondiali.

Eppure, è di ieri la notizia del ritiro di non una, ma ben due delle nazioni che per anni hanno fatto parte dell’Assemblea di quest’organizzazione: gli Stati Uniti di Donald Trump e Israele, guidato dal Primo Ministro conservatore Benjamin Netanyahu. Alla radice, una delle questioni che più infuoca il Medio Oriente: l’anti-israelismo. Non è però la prima volta che l’agenzia si trova nell’occhio del ciclone.

Gli USA si erano già ritirati una volta, nel 1984, in segno di protesta contro una Commissione interna all’UNESCO, conosciuta come New World Information and Communication Order, che cercava di creare delle raccomandazioni per la creazione di un sistema d’informazione e comunicazione globale meno euro-americano-centrico e più rispettoso delle diversità delle esperienze nazionali di tutti i Paesi membri della comunità internazionale.

Il quadro era quello della Guerra Fredda; l’accusa, quella che l’agenzia ONU fosse piegata ai loschi piani di terzomondisti e comunisti – che, in effetti, rappresentavano buona parte dei membri dell’organizzazione. Anche il Regno Unito, nel 1985, si era di conseguenza allontanato, per poi rientrarvi nel 1997. Risale a meno di una quindicina di anni fa, invece, il ritorno degli Stati Uniti tra i membri dell’UNESCO.

Le controversie, chiaramente, non si fermano certo qui.

Il Muro del Pianto a Gerusalemme

Nel novembre del 2011, infatti, a seguito di una votazione conclusasi con a 107 voti a favore – tra cui spiccano Francia, India e Cina – e 52 astensioni, l’UNESCO ha accolto come Stato membro la Palestina, allarmando immediatamente sia Israele che uno dei suoi alleati chiave – gli USA.

Mentre Irina Bokova, già allora Direttrice Generale, augurava il benvenuto al nuovo arrivato, i toni si alzavano rapidamente: il rappresentante israeliano gridava alla tragedia, affermando che un’adesione della Palestina, piuttosto che portare a qualche tipo di cambiamento nel rapporto tra i due stati, allontanava semmai la possibilità di un accordo di pace; il governo statunitense, dal canto suo, annunciava il ritiro del suo contributo di 60 milioni di dollari all’agenzia. Una conseguenza tragica per l’organizzazione, essendo gli Stati Uniti il principale sostenitore, con un contributo al bilancio del 22%. Le acque non sono certo tranquille, ma non c’è aria di tsunami all’orizzonte.

La situazione comincia veramente a precipitare nell’estate di quest’anno. Gli occhi del mondo sono puntati ancora una volta su Israele: dal vertice UNESCO tenutosi a Cracovia giunge la risoluzione secondo la quale Gerusalemme vecchia e Gerusalemme Est non si troverebbero sotto sovranità israeliana, trattandosi di una “potenza occupante”. Si riconoscono inoltre quei luoghi sacri comuni alle principali religioni monoteiste come patrimonio esclusivo dell’Islam. Questo, oltre al riconoscimento della Tomba dei Patriarchi a Hebron come sito palestinese patrimonio dell’umanità, porta le tensioni tra l’UNESCO e due dei suoi membri più antichi ai massimi termini.

Fino alla decisione del 12 settembre che, a detta del dipartimento di Stato statunitense, non è stata presa alla leggera e auspica una fondamentale riforma dell’agenzia delle Nazioni Unite oltre che un abbandono dei “pregiudizi anti-Israele”. Il Paese, però, conta di rimanere come osservatore non membro per poter continuare a offrire il punto di vista americano in seno all’UNESCO.

Irina Bokova

Una motivazione ulteriore potrebbe trovarsi facilmente nell’avvicinarsi dell’elezione del nuovo Direttore Generale dell’agenzia, prevista durante la 39esima sessione della Conferenza Generale degli stati membri in novembre. È di pochi giorni fa la notizia che, infatti, il Board esecutivo dell’UNESCO abbia votato scegliendo tra i 9 nomi candidati a ricoprire la posizione della Bokova, presto vacante.

Se la candidata egiziana molto attenta ai diritti umani Moushira Khattab si trova al terzo posto con 12 voti – e gode del sostegno di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e l’ex ministro della Cultura francese Audrey Azoulay ha ottenuto 13 voti, il favorito con 19 preferenze proviene dal Qatar e risponde al nome di Hamad Bin Abdulaziz Al Kawari.

In Francia, dove l’UNESCO ha il proprio quartiere generale, diverse testate hanno visto questa prima vittoria come un tentativo del Qatar, ricchissimo emirato del Vicino Oriente, di “comprarsi” anche l’agenzia ONU, continuando però allo stesso tempo a finanziare il terrorismo. La contrarietà a questa nomina proviene anche da oltre oceano, dove le associazioni ebraiche denunciano il presunto antisemitismo di Al Kawari.

Mentre la barca sembra prossima ad affondare, echeggiano però le parole di speranza di Irina Bokova, che in una dichiarazione ufficiale si è detta profondamente dispiaciuta della decisione statunitense e si è appellata direttamente al popolo statunitense. Così:

“I believe UNESCO’s work to advance literacy and quality education is shared by the American people.

I believe UNESCO’s action to harness new technologies to enhance learning is shared by the American people.

I believe UNESCO’s action to enhance scientific cooperation, for ocean sustainability, is shared by the American people.

I believe UNESCO’s action to promote freedom of expression, to defend the safety of journalists, is shared by the American people.

I believe UNESCO’s action to empower girls and women as change-makers, as peacebuilders, is shared by the American people.

I believe UNESCO’s action to bolster societies facing emergencies, disasters and conflicts is shared by the American people.”

Amen.

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

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