Se anche un rifiuto è consenso: l’India e lo stupro

Un “NO” tenue potrebbe voler dire “Sì”. È questa la controversa conclusione a cui è giunto il giudice della Delhi High Court Ashutosh Kumar lunedì 25 settembre, nell’assolvere da un’accusa di stupro un famoso direttore di Bollywood, Mahmood Farooqui. “Non è raro che durante l’atto sessuale uno dei due partner abbia un po’ meno voglia e, anzi, se uno dei due sembra riluttante, ciò non è rilevante nel momento in cui ne venga presupposto il consenso. Questa debole esitazione non può mai essere ritenuta pari a una chiara negazione rispetto alle avances del partner,” ha affermato Kumar, ribadendo il luogo comune che sì, dai, in fondo in fondo lo sappiamo tutti che quando una donna ti dice “NO” vuole soltanto farsi pregare.

Concedendo il beneficio del dubbio all’imputato – e, come hanno puntualizzato diversi esperti legali indiani – erodendo di fatto una definizione di consenso che è centrale nella legislazione nazionale in materia di violenza sessuale, il giudice in questione va a toccare uno dei tasti più dolenti di quella che certi memers amano chiamare ironicamente superpower by 2020la sicurezza della propria popolazione femminile.
Secondo lo Human Development Report 2016 redatto dall’UNDP, l’India si attesta al 125esimo posto su 157 Paesi presi in esame rispetto alla parità di genere. Le statistiche rispetto alla violenza di genere nel Paese sono poi ancora più preoccupanti: nel report Crime in India 2014 redatto dal National Crime Records Bureau, che include sia i crimini riconosciuti come tali dall’Indian Penal Code che quelli designati da leggi speciali o delle comunità locali, si scopre che nel solo 2012 sono stati denunciati 24.923 casi di stupro. Nel 98% di questi casi, l’autore della violenza sarebbe stata un persona conosciuta e vicina alla vittima. Incrociando il numero di violenze sessuali denunciate e quello di donne che, in sondaggi anonimi, hanno affermato di essere state vittime mi stupro – 27,5 milioni – si giunge però alla conclusione che appena l’1% delle donne indiane giunge a denunciare quanto loro accaduto, benché la percentuale sia in ascesa.
Per contrastare le diverse tipologie di violenza a cui sono soggette le donne indiane, non molto tempo fa il Parlamento indiano ha approvato una grande riforma del proprio Codice Penale. Infatti, in seguito all’internazionalmente noto Delhi Gang Rape Case del dicembre 2012 – quando la ventenne Jyoti Singh, che voleva soltanto tornare a casa con un amico dopo aver passato la serata al cinema, venne aggredita in un autobus privato e morì per via delle gravissime lesioni interne provocate dagli aggressori – si decise di istituire un comitato di esperti legali che stilarono, raccogliendo migliaia di testimonianze in appena un paio di mesi, il Verma Committee Report, nelle quali si elencavano tutte le mancanze del sistema rispetto alla sicurezza delle donne indiane e si suggerivano risposte su più fronti per ridurre la violenza nel Paese. Se però, nella conseguente riforma del Codice Penale, hanno trovato spazio nuovi crimini come il voyeurismo, lo stalking o il traffico di esseri umani  – oltre all’allargamento della definizione del reato di stupro e a tentativi di prevenzione della collusione della polizia con gli aggressori e del maltrattamento delle vittime durante le analisi mediche – a fare più rumore nel lungo periodo sono state sicuramente quelle misure che, fortemente consigliate dal Report, non hanno trovato spazio nel testo finale della legge.

Benché il Ministro della Giustizia Ashwani Kumar abbia asserito, in seguito all’approvazione della riforme nel 2013, che il Governo abbia accettato il 90% delle raccomandazioni provenienti dal Report del Verma Committee, sono diverse le attiviste che denunciano una seria diluizione delle proposte espresse dal Comitato, se non una completa eliminazione di diverse questioni dall’ordine del giorno.

In primo luogo, sotto accusa è il fatto che la nuova legge includa la possibilità della pena capitale per determinate categorie di stupro particolarmente efferate – in contrasto con quanto consigliato, dopo studi approfonditi e considerazioni ponderate, da Verma e la sua équipe – ma abbia, d’altro canto, rifiutato allo stesso tempo di abbassare l’età del consenso a 16 anni, di fatto facendo rientrare nella definizione di stupro anche quell’ampia serie di casi di rapporti consenzienti tra adolescenti sopra i 16 anni che non siano, per un motivo o per l’altro, uniti dal matrimonio. Secondo i legislatori, a quanto pare, abbassare l’età del consenso avrebbe significato promuovere il sesso prematrimoniale, che non rientra però nelle tradizioni e nella cultura del Paese. Allo stesso tempo, è ritenuto da molti inammissibile che non si sia acconsentito a considerare come aggravante il fatto di commettere violenza sessuale su donne appartenenti a comunità marginalizzate e discriminate e che non si sia voluto includere come potenziali vittime di stupro anche uomini e transgender.

Un’altra mancanza grave è quella di continuare a non considerare stupro i rapporti sessuali non consensuali tra coniugi, benché secondo lo United Nations Population Fund, due terzi delle donne indiane abbiano raccontato di essere state costrette ad avere rapporti dal proprio marito. Il consiglio del Verma Committee in questo frangente è stato escluso dal testo finale in quanto, durante la discussione parlamentare, diversi deputati e deputate hanno sostenuto che una criminalizzazione dello stupro matrimoniale avrebbe potuto potenzialmente distruggere l’istituzione del matrimonio nel Paese.

Non è stata, allo stesso modo, apportata alcuna modifica all’AFSPA, ovvero la legge speciale che regola le forze armate nelle cosiddette “disturbed areas”: così, i soldati rimangono legalmente immuni da qualsivoglia denuncia per violenza o molestia sessuale commessa sulle civili. Questa presa di posizione è stata giustificata dal fatto che giudicare i membri dell’esercito rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza nazionale.

Di fronte a un equilibrio tanto delicato, in un Paese che – senza facili riferimenti a femminismo di terza ondata vario ed eventuale – può letteralmente essere definito come organizzato su base patriarcale, è facile capire perché una sentenza arretrata ed assurda come quella di Kumar abbia suscitato tanto scalpore, polarizzando ulteriormente l’opinione pubblica tra chi esulta online per la sentenza contraria al “feminazismo” imperante e chi, invece, ci vede una continuazione preoccupante di una tendenza a sottovalutare la problematica nel Paese.

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

Articoli Collegati