Nulla di fatto: la Catalogna sospende la dichiarazione d’indipendenza

Alle 19:45 del 10 ottobre 2017, si concludeva il discorso del presidente catalano Carles Puigdemont. “Temporeggiamento”: questa è stata la parola chiave. Chi si aspettava parole dure e prese di posizione forti è rimasto deluso. Tutto è iniziato nel pomeriggio, con un appello del presidente del concilio europeo, Donald Tusk, che rivolgendosi direttamente a Puigdemont ha chiesto di “rispettare l’ordine costituzionale e di non annunciare una decisione che renderebbe impossibile il dialogo”. Così è stato.

Il discorso è iniziato con un’ora di ritardo, secondo i media spagnoli causato dal malcontento del CUP (Candidatura d’Unitat Popular) per il contenuto della dichiarazione di Puigdemont. Gli indipendentisti si sono stretti fuori dal parlamento della Catalogna in silenziosa attesa ed è cominciato. “In qualità di presidente della Generalitat, mi assumo di presentare i risultati del referendum davanti al parlamento e ai nostri concittadini, il volere del popolo è che la Catalogna diventi uno stato indipendente sotto la forma di una Repubblica”. Applausi, baci, abbracci.

Quello che gli indipendentisti non avrebbero voluto sentire è stato il seguito: “con la stessa solennità, il governo e io stesso proponiamo che il parlamento sospenda l’effetto della dichiarazione d’indipendenza per fare in modo che nella prossima settimana si apra un dialogo senza il quale è impossibile giungere a un accordo”. Prudenza, apertura a Madrid. Non è stato l’annuncio per cui coloro che si sono recati alle urne domenica 1 ottobre 2017 subendo cariche della polizia, pestaggi e arresti, avevano manifestato.

Ciò nonostante è stato l’unico discorso possibile e il più sensato. Puigdemont ha simbolicamente riconosciuto l’indipendenza della Catalogna evitando al contempo una guerra con la Spagna – perché di guerra si sarebbe parlato se il 10 ottobre fosse nato ufficialmente lo Stato catalano. Con il suo discorso Puigdemont ha rimesso la palla a Madrid che ora deciderà cosa fare. Se il governo di Mariano Rajoy avrà un minimo di lungimiranza, come le recenti notizie sembrano confermare, applicherà l’articolo 155 per prendere controllo del governo catalano.

La rabbia, più o meno condivisibile, dei cittadini della Catalogna, a livello politico per ora è totalmente irrilevante. Nessun membro dell’Unione Europea si è schierato in solidarietà di questo referendum. Al massimo ci sono state delle timide prese di posizione da parte di alcuni leader nazionali, come il presidente belga Charles Michel, sulla violenza utilizzata dalla polizia durante il giorno del voto. Per il resto i membri dell’Unione si sono dichiarati per la maggior parte disposti a trattare solo con Madrid. Come poteva essere altrimenti? Il fantasma del secessionismo spaventa da sempre anche i più grandi, Gran Bretagna in pole position. Aspettarsi un supporto su basi puramente morali è utopistico.

Puigdemont ha evitato un collasso politico che avrebbe avuto pericolose ripercussioni a livello europeo. Quello che a prima vista può essere parso un discorso elusivo e inconcludente è stato in realtà un tentativo di mantenere un equilibrio essenziale per il proseguire delle trattative. Questo, però, è ben lontano dal risolvere la questione catalana. Quando le acque si saranno calmate e una decisione sarà stata presa, con molta probabilità ora si parlerà di un cambio di governo controllato da Madrid. I rispettivi governi dovranno rendere comunque conto a un popolo che dall’inizio del ‘900 si considera indipendente, e così anche l’Europa.

Sull’Autore

Scrivo da quando non sapevo leggere e inventavo scarabocchi sui fogli. Crescendo mi sono sempre affidata alle parole cartacee trovandole spesso più efficaci di quelle solo dette. Studio scienze politiche internazionali in Galles ma ho il cuore a Bologna. Viaggio per curiosità e per avventura perchè mi piace raccontare le storie del mondo. Niente batterà mai un piatto di tortellini.

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