Albus Silente e Bertrand Russell: saggezza rivoluzionaria

Alzi la mano chi non ha mai letto Harry Potter. O chi non ha neanche visto i film.
Per chi non avesse familiarità con l’opera di J. K. Rowling, una delle saghe più famose e redditizie di sempre, l’introduzione di questo articolo può contenere dei piccoli spoiler poiché voglio parlare (anche) di una figura particolarmente importante all’interno della saga, quella di Albus Silente (“Albus Dumbledore”, per i puristi della saga), preside e professore della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts nonché mentore del protagonista.

Albus Percival Wulfric Brian Silente

Ma perché parlare di Silente in un articolo che riguarda il filosofo gallese Bertrand Russell (1872-1970)?
Che cosa hanno in comune un personaggio letterario e un filosofo premio Nobel per la letteratura (accostato alle correnti del razionalismo, dell’antiteismo e del neopositivismo), matematico, logico e saggista?
Sono molto anziani entrambi” direbbe qualcuno; niente da obiettare, ma non è l’età l’unica caratteristica a legare i due. Innanzi tutto, entrambi, per quanto esteriormente anziani, possiedono menti brillanti, acute e, specie nel caso del filosofo razionalista, giovani, dove per “mente giovane” in questo caso si intende una mente che non sia radicata nelle sue opinioni e perciò indisponibile a cambiarle.

B. Russell

Entrambi, possiedono una sconfinata saggezza, che Russell definisce come “un’armonia di conoscenza, volontà e sentimento”, una saggezza dovuta soprattutto a un fattore comune, ovvero l’aver assistito a una moltitudine di guerre nel corso della loro lunga vita, guerre che hanno segnato sia il filosofo, sia il preside di Hogwarts. La guerra è quindi uno dei leitmotiv di Russell: il pensatore diventa attivista ponendosi contro la visione di gran parte della politica del suo tempo, perché considera deprecabile l’uso della violenza e dannoso tutto ciò che non nasca da un impulso di amore verso se stessi e di benevolenza verso il prossimo. Chi è cresciuto leggendo e guardando i film di Harry Potter ha di certo ancora in mente le lezioni di Silente sull’amore, forza da lui considerata come superiore a ogni altra, ben più importante di intelligenza e capacità fisiche.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi, e soprattutto per coloro che vivono senza amore”

Bertand Russell è considerato un pacifista convinto ed è oggi ricordato al di fuori dell’ambito accademico specialmente per le sue prese di posizione: durante la prima guerra mondiale per esempio si oppone alla partecipazione della Gran Bretagna, schierandosi con i non-interventisti e per questo perde la sua cattedra al Trinity College della Oxford University (1916), per poi essere incarcerato per sei mesi nella prigione di Brixton in quanto “dissidente”. Arriva però il momento in cui, anche un pacifista come lui, dopo aver tentato opere di dialogo e mediazione tra la Gran Bretagna e la Germania di Hitler, riconosce che i nazisti vadano fermati e che la guerra sia, in questo caso, preferibile all’egemonia totalitaria. La predica del filosofo sull’uso del dialogo e della nonviolenza cade nel momento in cui appare chiaro che questi mezzi non possono ottenere risultati positivi contro il nazismo, poiché la nonviolenza è un forte strumento solo fino a che sono presenti alcune virtù in coloro contro i quali è usata. Questa sua posizione ci fa pensare al pacifismo russelliano come a un pacifismo non incondizionato, bensì animato da una sorta di pragmatismo etico, che non è aprioristicamente schierato ma che impone una valutazione critica dei fenomeni che si stanno osservando.

Allo stesso modo l’allora professore di Hogwarts, considerato l’unico in grado di affrontare Gellert Grindelwald, colui che, un tempo suo amico, si era in seguito mostrato come un mago malvagio alla ricerca di un potere assoluto, dopo aver rimandato per anni lo scontro decide che la guerra sia preferibile al dominio del mago oscuro. La stessa situazione è andata poi ripresentandosi quando un altro mago oscuro, Voldemort, cerca di ottenere con la forza le redini del mondo magico. È interessante notare come uno degli accostamenti ricorrenti tra i lettori appassionati della saga sia proprio quello tra Hitler e Grindelwald e tra Hitler e Voldemort, sia per quanto riguarda le tendenze totalitarie sia per le loro politiche sulla purezza della razza, dettate dalla necessità di combattere “per un bene superiore”, così come si può sottolineare come Silente sembri adottare lo stesso pragmatismo etico di Russell.

Tornando a quest’ultimo, nel secondo dopoguerra il nostro conferma la sua posizione di pacifista convinto e diventa, insieme ad Albert Einstein, un autorevole sostenitore del disarmo nucleare: la minaccia rappresentata dalle nuove tecnologie belliche lo portano a tenere conferenze nelle università di tutto il blocco occidentale e a pubblicare saggi come Un’etica per la politica (1954) e accorati appelli alla tolleranza reciproca tra i due blocchi separati dalla cortina di ferro (il Manifesto Einstein-Russell viene presentato a Londra nel 1955 e porta le firme di personaggi illustri del mondo accademico, mentre la Lettera ai Potenti della Terra è del 1958). Nel 1961 il filosofo viene arrestato nuovamente durante una manifestazione londinese contro la prolificazione delle armi nucleari: ha 89 anni e quando il giudice gli offre la libertà condizionata in cambio di un suo “buon comportamento” futuro lui rifiuta, rinunciando anche al suo privilegio, in quanto Pari di Inghilterra (egli è infatti Conte Russell), di essere esentato dall’arresto senza autorizzazione della Camera dei Lords.

L’ultimo obiettivo politico del pacifismo russelliano è la guerra in Vietnam: il liberale Bertrand Russell e il filosofo comunista esistenzialista Jean-Paul Sartre fondano il Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra con lo scopo di indagare i crimini commessi dall’esercito statunitense.

Russell, con uno spirito e una forza d’animo che nulla hanno da invidiare a quelli del mentore del mago più famoso del mondo, ha speso la sua vita a combattere dalla sua posizione di filosofo e di autorità in campo morale, da un lato la guerra, dall’altro ogni sorta di dogmatismo, in primo luogo il dogmatismo religioso che il gallese vede semplicemente come un ostacolo alla felicità umana. Il primo “comandamento” del suo Decalogo Liberale (di cui si parla più sotto) comanda appunto di “non sentirti assolutamente certo di nulla”.

Importante aspetto della sua riflessione è che qualsiasi cosa può diventare fonte di dogma, la religione così come la filosofia: egli, critica il totalitarismo derivato da filosofie potenti come quella di Hegel –“dalla sua metafisica consegue che la vera libertà consiste nell’obbedienza a un’autorità arbitraria, che la libertà di espressione è un male, che la monarchia assoluta è buona, che lo Stato Prussiano era il migliore che ci fosse al tempo in cui scriveva, che la guerra è un bene, e che un’organizzazione internazionale per la soluzione pacifica dei conflitti sarebbe una disgrazia”- e di Marx –“Lenin pensava di essere ateo, ma si sbagliava. Egli credeva infatti che il mondo fosse governato dalla dialettica, di cui lui era strumento”- (dai saggi raccolti in Filosofia per non filosofi).

Critica la morale vittoriana del suo tempo e scrive proclamandosi a favore della liberalizzazione delle sostanze stupefacenti, del libero amore (anche omosessuale), dell’emancipazione della donna, dell’eutanasia. Russell riconosce la democrazia liberale moderna come la figlia naturale del pensiero illuminista classico e in particolare di Voltaire e di Locke. Egli altro non è che il campione del liberalismo a livello morale, uno dei maggiori teorici di un progressista approccio alla vita che lui stesso definisce del “vivere e lasciar vivere”, l’unico credo che Russell segue: un credo che di religioso ha ben poco e che, anzi, fa dell’antidogmatismo la sua ragion d’essere, del pragmatismo scettico una costante e della felicità degli uomini il suo orizzonte.

Viviamo in tempi moderni, in cui l’ostacolo principale alla felicità umana è l’uomo stesso. Tempi in cui i disastri naturali scatenano l’altruismo di massa dei volontari ma in cui, eppure, assistiamo ogni giorno alle ondate di migranti che sbarcano sulle nostre coste per fuggire alle guerre, agli attentati terroristici che devono la loro radice al fondamentalismo religioso; da un lato ci chiediamo come sia possibile che anche dall’ Unione Europea partano verso la Siria i cosiddetti foreign fighters, dall’altro nutriamo le schiere dei populisti, seminatori di odio e xenofobia a caccia di voti.

A mio parere è proprio in tempi come questi che dovremmo rileggere Bertrand Russell, capire come funzioni il suo approccio liberale del “vivere e lasciar vivere”, per andare oltre i dogmi, per andare oltre la retorica populista, per poter guardare con occhio critico il mondo che ci circonda. E proprio come Albus Silente ci viene presentato da J. K. Rowling come il mentore di Harry Potter, con cui la mia generazione è cresciuta e dalle cui lezioni abbiamo potuto imparare, così vorrei proporre a chi legge di trarre un insegnamento dalla vita e dal pensiero di Russell, iniziando dal breve Decalogo Liberale, apparso per la prima volta in un articolo pubblicato sul New York Times Magazine del 16 Dicembre 1951 dal titolo: “La migliore risposta al fanatismo: il liberalismo” e successivamente incluso nella Autobiografia del filosofo [Vol. 3, 1944-1967].

Chi scrive spera che il lettore si sia incuriosito anche solo in minima parte riguardo la figura di questo grande filosofo vissuto nel secolo appena trascorso i cui insegnamenti possono essere considerati degni di attenzione per l’epoca turbolenta in cui stiamo vivendo. Una soddisfazione sarebbe sapere che questo mio breve articolo ha spinto qualcuno a documentarsi su di lui e sulle sue idee rivoluzionarie come possono esserlo solo quelle di chi non teme il giudizio altrui.

Sull’Autore

Classe 1996, studente della Scuola di Economia Management e Statistica a Bologna (corso di laurea triennale in Economia Mercati e Istituzioni), mi interesso anche di politica e filosofia.

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