La complessità politica della Catalogna

Lo scorso primo ottobre in Catalogna si è assistito alla scrittura di una pagina molto importante per la storia della lotta per l’indipendenza catalana. Una storia che può essere chiamata tale in quanto trova le proprie origini nei secoli precedenti e che tutt’oggi continua a far parte della popolazione di quel territorio.

Prima di addentrarsi in un’analisi riguardo a ciò che sta oggi accadendo, è imprescindibile riportare alla luce tutti gli elementi che negli anni recenti hanno portato la Generalitat de Catalunya a un tale livello di scontro con il governo centrale spagnolo.

AFP PHOTO / PIERRE-PHILIPPE MARCOU

Tra il 2009 e il 2011 in varie cittadine e porzioni di territorio catalano si sono tenute sporadicamente forme di consultazione, sia di carattere formale che informale, riguardanti la volontà della popolazione di affermare la propria autonomia linguistica, culturale, politica e governativa. Questi movimenti sono poi confluiti nel parlamento catalano dando vita a un fervido dibattito, che ha visto la partecipazione delle opposizioni politiche verso un unico fine: la Dichiarazione di sovranità e del diritto di decidere del popolo di Catalogna, atto con unica valenza politica emanato nel 2013 e basato su principi quali sovranità, legittimità democratica, trasparenza, dialogo, coesione sociale ed europeismo.

Successivamente nel 2014 venne indetto un referendum consultivo figlio del Processo partecipativo sul futuro politico della Catalogna, il quale non fu riconosciuto dalla Corte Costituzionale e dal governo spagnolo, ma si tenne ugualmente e vide un’affluenza del 35,9% con una risposta favorevole all’indipendenza per l’80,72%.

Le elezioni parlamentari catalane del 2015 videro la vittoria della lista Junts pel Sì (composta da varie forze politiche di centro sinistra) che, successivamente a un accordo con il partito Candidatura de Unitat Popolar (estrema sinistra), elesse come proprio presidente Carles Puigdemont.

La promessa da mantenere con i propri elettori è fin da principio molto alta e importante e Puigdemont si è subito messo al lavoro per non venir meno alla parola data. Così il 9 giugno 2017 ha indetto il referendum sull’indipendenza della catalogna per il primo ottobre, affermando che in questo caso sarebbe stato vincolante, godendo infatti di un largo consenso parlamentare.

La reazione del governo Rajoy e del tribunale costituzionale non si son fatte attendere e a settembre è stata dichiarata incostituzionale la legge che aveva istituito il referendum, imputando Puigdemont per i reati di disobbedienza e prevaricazione, ordinando ai Mossos d’Esquadra (la polizia catalana) di impedire lo svolgimento della consultazione con ogni mezzo, sequestrando ogni materiale atto al referendum.

Nei dieci giorni precedenti al primo ottobre sono iniziate quindi numerose operazioni di polizia nazionale (Guardia Civil) di carattere esclusivamente repressivo, fatte di sequestri, denunce e arresti di alcuni esponenti politici, le quali hanno visto una tempestiva risposta della popolazione in diverse manifestazioni in tutta la Spagna.

Quanto accaduto il giorno del referendum è ben noto, abbiamo assistito a un duro intervento della polizia nazionale, osteggiato dai cittadini e dagli stessi Mossos (il cui capo si è assunto le proprie responsabilità e rischia 15 anni per sedizione), che ha portato a più di 800 feriti tra chi voleva semplicemente mettere una X su un foglio di carta.

I risultati sono questi: 43,03 % di affluenza, 92,1% voti favorevoli e 7,9% di voti contrari. Il dato è chiaro.

Ora ovviamente la situazione politico-economica è molto tesa e necessita di una lettura accurata che non lasci spazio a demagogia, populismi o nazionalismi. In questo frangente infatti si sta assistendo a un braccio di ferro tra Puigdemont e il governo spagnolo, ponendo i termini del dibattito unicamente su un piano giuridico/legalitario, ove invece sarebbe necessario che entrambe le parti si interrogassero sulle basi della realtà attuale.

La popolazione della Catalogna ha una propria storia, lingua e cultura radicata nei secoli e sicuramente differente da altre parti della Spagna, e il cui movimento indipendentista vede una composizione eterogenea, dagli anarchici alla borghesia, e che a ogni modo crede vivamente nella necessità di rispettare la spinta autonomista. Infatti molte persone contrarie all’autonomia il primo ottobre, si sono recate lo stesso alle urne per votare, proprio alla luce della repressione del diritto di voto che stava avvenendo.

Quanto richiesto a oggi dai cittadini è di aprire una via di dialogo atta a mettere su una carta bianca tutto quello che si vuole e si è disposti a fare in favore di un popolo che richiede maggior autonomia, ma che non accetta ricatti o bracci di ferro. (http://www.elperiodico.com/es/opinion/20171007/clamor-dialogo-proceso-soberanista)

Fondamentalmente si chiede di riportare tutto su un piano politico, fatto di una politica che sappia ascoltare le istanze che provengono dalle varie forze del Paese e al contempo riesca a leggere in modo realistico le necessità economiche e internazionali di maggior importanza.

In Italia si tende a voler proiettare lo scenario spagnolo sul territorio del Nord, arrivando a sviluppare discorsi totalmente paradossali e fuori dalla realtà. Da un lato assistiamo a chi, evidentemente spaesato, provenendo da una sinistra legalitaria, legge il fenomeno catalano come qualcosa di simile alla Lega Nord e inneggia all’intervento repressivo delle forze dell’ordine, ritrovandosi paradossalmente a inneggiare al nazionalismo. E dall’altro lato una Lega che nulla ha mai avuto a che fare con una vera spinta indipendentista, essendo stata più di vent’anni sulle sedie del governo centrale, la quale si fa forte della storia catalana, che è però composta da forze politiche dichiaratamente di sinistra e con spinte europeiste.

Il problema italiano è quello di aver voluto collegare la richiesta d’autonomia a partiti populisti e di destra come la Lega, senza comprendere la complessità storico-culturale dietro la necessità di emancipazione da uno Stato centralista e accentratore, in virtù di un federalismo concreto, non nazionalista e aperto al libero fluire dei popoli e delle culture, ma che non vuole rinunciare alla propria caratterizzazione.

La sfida è quella di poter garantire maggior autonomia territoriale mantenendo un respiro europeo e internazionale, ma soprattutto negando qualsiasi spinta nazionalista, di chiusura e di xenofobia.

Sull’Autore

Laureata magistrale in Sociologia e Servizio Sociale presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre attiva sia politicamente che nel sociale, specialmente nel campo della riduzione del danno nel consumo di sostanze. Scrivere è un'opportunità per sé e per stimolare un cambiamento. Riflettere per agire.

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