Aspettando Blade Runner 2049

Nella Los Angeles del futuro, Deckard è un cacciatore di replicanti. Vorrebbe ritirarsi dalla Blade Runner, ma gli viene affibbiato un ultimo lavoro: catturare quattro modelli Nexus-6 fuggiti dalle colonie spaziali e prossimi alla scadenza (che scatta dopo quattro anni di esistenza). Deckard riconosce i replicanti grazie al test Voight-Kampff, che valuta le reazioni emotive di fronte a domande improbabili. Il loro creatore, il capo della Tyrell Corporation, lo mette alla prova con una replicante speciale (che non sa di esserlo), Rachel. Lei, sconvolta dalla verità, cercherà Deckard, che invece di “ritirarla” la proteggerà.

Fantascienza e noir uniti al perpetuo dubbio sul reale caratterizzano Philip K. Dick (autore del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheeps?, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? nella versione italiana) e la sua personale visione del futuro, visione che unita alla regia di Ridley Scott, alla musica di Vangelis e agli effetti speciali di Trumbull, fanno di Blade Runner un capolavoro.

La versione 1982 del film rimane in fondo la migliore, più sintetica, più enigmatica e soprattutto accompagnata dal voice over di Deckard. Le successive versioni ne faranno a meno mutilando il coté noir che è invece cruciale in un film sul dubbio, sul destino e sulla paranoia. Manca il sogno dell’unicorno che sarà aggiunto nelle edizioni successive. Poco importa però, la figura di Gaff, interpretato da Edward James Olmos rimane mefistofelica e il suo esprimersi attraverso origami fa intendere una conoscenza innaturale della mente di Deckard. I replicanti fuggiti in origine erano sei e Deckard ne deve catturare quattro. Uno dei due rimanenti è andato distrutto, ma che fine ha fatto l’altro?

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. » (Celebre monologo dell’androide Roy Batty)

Lo skyline cupo illuminato dai lampi e gli enormi schermi pubblicitari, i loghi di compagnie giapponesi, la multiculturalità estrema, la pioggia perenne, il fatiscente palazzo Bradbury, la piramide-fortezza della Tyrell: tutto è iconico in Blade Runner, tutto è di culto. I vari elementi hanno creato lo scenario di un futuro inquietante perché plausibile, non apocalittico bensì urbano. Futuro nel quale la tecnologia diviene protesi ipertrofica e a tratti indesiderata dell’umanità.

Blade Runner è pervaso da un perenne elemento di decadenza, come i replicanti Nexus-6, dotati di ricordi, affezionati alle foto di un’infanzia fasulla e malinconicamente in cerca di una risposta dal loro creatore sulla caducità della vita. Elementi che si sono manifestati in moltissimi film negli anni seguenti, per esempio Matrix, Dark City, Ghost in the Shell e molti altri. Blade Runner ha percepito inoltre una certa influenza dal modus immaginativo di Ridley Scott, soprattutto nelle architetture industriali come la piramide della Tyrell che, a mio avviso, ricorda molto nella sua enormità la nave Nostromo presente nel primo capitolo di Alien (1979).

Oggi uscirà nelle sale Blade Runner 2049, un seguito che pare soddisfi a pieno le aspettative. Sullo schermo ritroveremo Harrison Ford nei panni di un invecchiato Deckard, Ryan Gosling e Jared Leto. A girare l’atteso sequel è Denis Villeneuve, regista canadese attivo dagli anni Novanta.

Se non avete ancora visto Blade Runner, vi invito a guardarlo; per chi invece è fan del lungometraggio, ci aggiorniamo dopo l’uscita. Buona visione.

Sull’Autore

Classe 1994, vivo a periodi alterni nella magica Bologna. Studio arti visive al Dams, scrivo, suono, canto e disegno. Quando capita faccio anche l'imbianchino.

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