L’unificazione della Germania: forse anche l’Europa ne avrebbe volute due

Cade l’anniversario dell’unificazione della Germania e, come in Italia, essa viene vissuta dagli esterni come una chiusura generale dei negozi e una forte diminuzione del personale reperibile (ve lo dice uno studente Erasmus a Vechta che si è sentito trattare come uno scemo da una dottoressa perché era il giorno dell’unificazione e non c’erano medici). Ad ogni modo, mi è tornata alla mente una frase detta a Giulio Andreotti all’epoca dell’unificazione:

“Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”.

Forse, per alcuni, sarebbe stato meglio. Ora, diciamo che non possiamo fermare la storia una volta accaduta né possiamo realmente calcolare ogni singola realtà alternativa all’unificazione tedesca; comunque alcune considerazioni, dopo tutto questo tempo, possiamo sempre farle (questa citazione è abbastanza sottile). Ad ogni modo, l’unificazione della Germania dell’Est con quella dell’Ovest (che qualcuno definisce come una forma moderna di annessione, a torto o a ragione) ha avuto effetti non solo sulla forza dell’integrazione europea e sulle regioni della Germania appartenute alla sfera di influenza sovietica ed economicamente comunista-pianificata ma anche, in generale, sull’intera Unione europea (benché all’epoca fosse ancora la Comunità europea). Partiamo dall’impatto economico dell’unificazione della Germania per poi passare agli effetti di tale politica sull’economia europea.

Germania Est e Ovest a confronto (fonte: Sinn-1991- Macroeconomic Aspects of German Unification, NBER working paper, p.4)

Per fare ciò, ci avvarremo dell’articolo di recente pubblicazione, The Economics of German Unification after Twenty-five Years: Lessons for Korea di Burda e Weder pubblicato dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft atraverso la SFB 649 Economic Risk. Il 9 novembre 1989, il governo della Germania dell’Est, dopo l’esperienza della Ostpolitik, aprì il muro di Berlino permettendo ai suoi cittadini di viaggiare liberamente attraverso il confine chiuso 28 anni prima. Così facendo, il governo della Repubblica democratica tedesca (RDT) pose le basi per la sua scomparsa e la sostituzione del sistema comunista con un sistema economico capitalistico. Il 1° luglio 1990, la RDT adottò un regime di libero scambio di beni e servizi, libera circolazione del capitale di lavoro e delle idee.

Migrazione Germania Est-Ovest (fonte, Burda e Weder-2017- op. cit, p. 22)

Le condizioni della RDT rispetto alla RFT non furono facili da verificare sia per la mancata divulgazione di questi dati, sia per il diverso tipo di indice utilizzato nelle economie comuniste-pianificate. Un lavoro di Akelorf, Rose, Hessenius e Yellen del 1991 verificò i dati del 1990 per la determinazione della parità del tasso di cambio fittizio tra Ostmark e un’unità di valuta della Germania Federale (in un approccio incerto per certo). Akerlof e i suoi colleghi stimarono che l’80% della produzione industriale dell’Est non sarebbe stata competitiva una volta valutata ai prezzi mondiali (situazione esarcebata anche dal cambio 1:1 successivo) e, dopo un anno, l’indebolimento economico della RDT fu chiaro: la produzione fisica era crollata di oltre il 50% e la disoccupazione nei nuovi stati era salita da zero a ben oltre il 20%. Una delle motivazioni fu che, anche qualora si fosse seguito un principio di vantaggio comparato (il quale comporta, a seguito dell’apertura commerciale, una convergenza dei prezzi interni delle merci commerciabili verso il prezzo mondiale) questo non si sarebbe potuto verificare, poiché, come arguiscono Akelorf, Rose, Hessenius e Yellen:

  • I salari della Germania orientale erano al di sopra del livello di compensazione del mercato in piena occupazione. Una differenza significativa tra i salari effettivi e quelli di compensazione del mercato esisteva al momento dell’unione monetaria; da quel momento, i salari nominali salirono. Per questo motivo, l’avvento del libero scambio il 1° luglio fece sì che la maggioranza delle imprese tedesche dell’Est dovesse attuare una stretta compressione dei prezzi. Pochissime imprese che producevano beni commerciabili avrebbero potuto coprire i propri costi variabili di breve periodo dati i salari vigenti al 1° Luglio, anche se avessero potuto vendere una quantità infinita di beni al prezzo mondiale.
  • A seguito dell’unione monetaria si verificò una diminuzione sostanziale della domanda di beni prodotti nella Germania Est. La domanda diminuì perché i consumatori e le imprese tedesche orientali deviarono la loro spesa dal consumo e dai beni di investimento tedeschi orientali verso prodotti occidentali, precedentemente non disponibili su larga scala. Sembra probabile che anche la spesa totale degli investimenti sia diminuita. Nel 1991 le esportazioni verso i paesi aderenti al Consiglio per la mutua assistenza economica (COMECON) diminuirono, influenzando ulteriormente la domanda.  Anche in mancanza di una compressione dei costi, tali diminuzioni di domanda avrebbero ridotto comunque la produzione in Germania orientale, in quanto la maggior parte delle imprese orientali dovette affrontare curve di domanda a breve termine anelastiche per i loro beni sui mercati mondiali. Queste imprese, abbandonate dai loro clienti tradizionali, semplicemente non poterono trovare abbastanza rapidamente nuovi acquirenti per evitare un crollo significativo delle vendite – anche se i loro costi erano al di sotto dei prezzi mondiali. Inoltre, un certo numero di fattori diversi, come la mancanza di compatibilità dei beni orientali e degli standard occidentali e dei problemi ambientali e di sicurezza, hanno contribuito alla diminuzione dell’output.

Sembra di rivedere la scena del film Good Bye, Lenin! quando Alex tenta (invano) di trovare i cetrioli preferiti della madre: questi non furono trovati a causa dell’invasione dei beni occidentali sui mercati dell’ex RDT (nonostante i fatti siano antecedenti alla costruzione dell’unione monetaria, anche se di pochi mesi).

Livelli del PIL reale in Germania Est e Ovest (fonte: Rizzati-20110, L’economia tedesca dalla divisione all’unità, p.2)

Ad ogni modo, quindi, la prima fase dell’unificazione venne fatta a spese dell’Est europeo da una parte e della Comunità europea dall’altra, poiché, nonostante vi fossero trasferimenti sostanziosi anche dall’estero sotto forma di investimenti (dovuti a una struttura socio-politica relativamente solida), le autorità tedesche, di fronte alla degradata situazione finanziaria dei nuovi Länder, nel 1991 introdussero delle correzioni alle clausole finanziarie del trattato di unificazione. Questo prevedeva un meccanismo transitorio di finanziamento, il Fondo per l’unità tedesca, equamente suddiviso fra Governo centrale e regioni occidentali, il quale fra il 1990 e il 1994 erogò ai Länder orientali un totale di contributi stimabile attorno agli 82 miliardi di euro (aumentati fino ai 2 trilioni di marchi, ovvero oltre 1032 miliardi euro fino al 2013).

Questa politica generò un aumento del deficit federale (aggravata dal deficit di bilancia commerciale) e un aumento del debito pubblico. Tale effetto portò a un’impennata dei tassi d’interesse che, inevitabilmente, per il principio della parità scoperta dei tassi d’interesse, andarono ad incidere sul cambio nominale (e, ovviamente, sulla competitività) dei paesi all’epoca aderenti al Sistema monetario europeo al cui interno era stata rimossa la possibilità di apprezzare-deprezzare le valute del paniere ECU nel 1987 e dove, nel 1990, erano state eliminate le limitazioni alla circolazione dei capitali (fattore il quale aveva limitato l’uscita di capitali negli anni precedenti, come suggeriscono Eichengreen e Wyplosz in un lavoro del 1993). I tentativi di modificare le parità tramite diminuzione del tasso d’interesse della Germania non ottennero risposte significative (soltanto una diminuzione dello 0,25%), lasciando così i paesi in difficoltà a gestire in autonomia un problema che, in sostanza, era stata la Germania stessa a causare.

Dal 1990 in poi, l’Italia e la Gran Bretagna cominciarono ad accumulare deficit di parte corrente, compensate grazie alla copertura dei reciproci istituti centrali tramite riserve in valuta. Fu nel Settembre 1992, dopo il Black Wednesday, che l’Italia e la Gran Bretagna si trovarono a fronteggiare un massiccio attacco speculativo (che costò 30.000 miliardi di riserve alla sola Italia) sulle proprie valute, costringendo entrambe ad uscire dalla parità e dallo SME. Non sono quindi strani l’aumento dell’export verso la Germania e l’accumulazione dei suoi disavanzi di parte corrente (nonostante il marco fosse in rivalutazione da ben prima, poiché era nel piano delle autorità per facilitare l’acquisto, in un certo senso della stessa Germania dell’Est).

In realtà, analizzando i dati, l’unificazione tedesca può essere definita un successo, poiché sia in termini di produttività che di PIL pro capite (come si vede dall’immagine sottostante) il miglioramento è visibile, ma non per tutti.

Quadranti di sinistra: Martinez Oliva (2009), Riunificazione intertedesca e politiche per la convergenza, p. 23-24. Quadranti di destra, Burda e Weder (2017), op cit, p. 4-5. Le ultime cinque sigle indicano i Lander dell’ex RDT.

Infatti, non solo il differenziale di sviluppo tra i lander dell’ex Germania Est e dell’Ex Germania Ovest rimane significativo (nonostante sia minore rispetto allo stesso differenziale delle regioni del Mezzogiorno in Italia), ma anche gli stessi tassi di disoccupazione, per quanto diminuiti, sono molto più alti nelle regioni dell’ex RDT piuttosto che in quelle dell’ex RFT.

(Fonte: ibidem, p. 19, dati ottobre 2016)

In sostanza, quindi, nonostante l’unificazione della Germania possa essere davvero un successo e un modello di crescita per altri paesi (specie in termini di investimenti e di trasferimento tecnologico nell’ambito del modello di Solow), le regioni dell’ex RDT e l’intera Comunità europea hanno pagato per questa unificazione, per il paese (a ragione o a torto) leader d’Europa. Forse, per qualcuno, sarebbe davvero stato meglio se la Germania fosse rimasta divisa dal Muro di Berlino.

Freude, schöner Götterfunken, tochter aus Elysium, Wir betreten feuertrunken, himmlische, dein Heiligtum. Deine Zauber binden wieder was die Mode streng geteilt..

Sull’Autore

Classe 1993, vengo da Finale Ligure (SV) e sono caporedattore della sezione "Economia politica e attualità". Mi sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Genova con una tesi in economia internazionale sulla Single Euro Payments Area (SEPA). Il mio interesse per l'economia nasce dal corso di Economia politica del primo anno (odiato dal 90% degli studenti, compreso chi lo ha già passato). I miei principali interessi riguardano la diffusione della teoria economica (in particolare dell'economia monetaria e dei modelli di crescita) e lo studio di modelli macroeconomici (che, a volte, traduco e/o riassumo su questa piattaforma). Collaboro con MdC per la rubrica "Europa for dummies" e sulle questioni relative a "democrazia-populismo-popolo del web".

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