Il Casino di Las Vegas

La strage di Las Vegas permette alcune considerazioni tanto banali quanto doverose: se difendersi è legittimo, quanto lo è possedere 23 fucili? E ancora, basta davvero una rivendicazione su un social network per farci cadere nella “psicosi del terrore”?

“Era sempre stato un uomo tranquillo”. Così Erik Paddock ha descritto suo fratello Stephen, autore del massacro avvenuto nella notte tra l’1 e il 2 ottobre al Route 91 Harvest Festival a Las Vegas.

64 anni, cittadino americano, contabile in pensione, amante del video-poker. Una vita, quella di Stephen Paddock, convenzionale, a tratti monotona. Forse troppo. Forse è stata proprio la noia che ha spinto l’uomo a barricarsi per tre giorni in una stanza al 32esimo piano del Mandalay Bay Hotel, con un arsenale composto da più di 23 armi da fuoco, a sparare sulla folla uccidendo 59 persone e ferendone altre 527.

L’FBI sta indagando, cercando di capire i moventi di tale atrocità. Alcuni sostengono che Paddock fosse semplicemente un pazzo che ha deciso di compiere questo gesto senza alcuna motivazione, altri invece sostengono la teoria di una possibile affiliazione con lo Stato Islamico. A dar adito a queste voci si è aggiunto lo stesso Califfato, che cavalcando l’onda del momento ha pubblicato una foto sul proprio social network, rivendicando l’attentato.

La cronaca, tristemente nota, offre alcuni interessanti spunti di riflessione. Immediatamente verrebbe da chiedersi come sia possibile che un comune cittadino americano, senza alcuna relazione con le forze armate, possa possedere così tante armi senza destare alcun tipo di sospetto. In secondo luogo, viene spontaneo domandarsi come si è arrivati a un livello così elevato di “psicosi del terrore”, per la quale basta pubblicare una foto su un social network (a volte anche solamente un tweet!), per credere che il killer di Las Vegas sia realmente collegato con l’ISIS.

GLI STATI UNITI E LA LEGGE SULLE ARMI

Se il caso fosse avvenuto in un’altra nazione, ci si starebbe interrogando su come fosse possibile che Paddock fosse riuscito a portare così tante armi all’interno di uno degli otto alberghi più grandi del mondo. Però Las Vegas è in Nevada e fa parte degli Stati Uniti. “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi” – così recita il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

In America ci sono oltre 300 milioni di armi, ossia più di una per abitante. Non solo è legale detenere pistole, fucili e strumenti d’assalto automatici; ma lo è anche costruirle e venderle. Tutto ciò risulta assurdo in una società civilizzata come la nostra. Non rimane che da domandarci “perché?”. Perché in questo caso gli interessi economici e politici superano di gran lunga quelli della protezione umana.

La vendita di armi non solo arricchisce da sempre grandi produttori come la Smith and Wesson, ma anche i possessori di armi  sono tutelati da lobby potenti come NRA (la National Rifle Association, che ha appoggiato la corsa di Donald Trump alla Casa Bianca), Safari Club International, Gun Owners of America and the National Association for Gun Rights, che ricevendo soldi dall’industria della armi, compiono pressioni ogni qualvolta un politico proponga di cambiare una legge risalente al 1751. Bingo!

A causa di questo permesso, WonkBonk riporta in un sondaggio che negli Stati Uniti si verifica in media più di una sparatoria di massa (da intendersi con più di quattro vittime) al giorno. Perciò il legale possesso di un’arma da fuoco non si limita semplicemente alla legittima difesa. Perché così come un soggetto “normale” può acquistare una pistola per difendersi dai furti notturni, allo stesso modo uno squilibrato può acquistare 23 fucili e compiere uno sterminio di massa.

In Italia si dibatte da tempo sulla possibilità di possedere armi da fuoco per difendersi entro le mura della propria abitazione, ma forse questi avvenimenti dovrebbero fornire il giusto spunto per una riflessione più ampia. Pensiamo realmente che possedere una pistola sotto al cuscino possa difenderci? Molto probabilmente sì, in un mondo dove tutto è ordinato. Ma come narrato da queste terribili cronache, anche il più insospettabile dei soggetti può compiere atti estremi.

Viene dunque da chiedersi quanto potrebbe essere conveniente l’approvazione di questa proposta di legge. Paradossalmente, la gente sarebbe molto più sicura se in giro non ci fossero così tante pistole e fucili, che finiscono nelle mani di squilibrati, odiatori di professione e criminali.

L’OMBRA DELLO STATO ISLAMICO

“L’esecutore dell’attacco di Las Vegas ha abbracciato l’Islam da diversi mesi” – rivendica lo Stato Islamico qualche ora dopo la strage. Amaq, l’agenzia di stampa del Califfato, ha rilasciato due comunicati, senza alcuna foto o altre prove allegate, dichiarando che la strage del Nevada sia l’ennesimo attacco terroristico di matrice islamica. Ormai è diventata un’abitudine, al punto che quasi si rimane male quando una notizia di cronaca nera non viene collegata all’ISIS. Le tecniche narrative sono sempre le stesse, anche se questa volta vi sono più dubbi che certezze.

Sicuramente se Amaq avesse avuto prove concrete, come testimonianze e filmati, non avrebbe perso l’occasione di pubblicarli, per rendere la notizia più realistica, come fece con Muhammad Riyad, il ragazzino afghano colpevole del ferimento di cinque persone a bordo di un treno in Germania il 19 luglio 2016. Anche in quel caso, l’ISIS non perse occasione di rivendicare l’attacco, allegando, in quel caso, un video che Riyad aveva girato con lo smartphone dichiarando fedeltà a Raqqa. Video poi risultato privo di alcun reale collegamento.

Raqqa sta rivendicando da anni ogni azione violenta collegata al mondo occidentale, elevando al ruolo di ufficiali del loro esercito anche soggetti dalla dottrina discutibile. Per esempio, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, l’uomo che a bordo di un camion ha investito 86 persone a Nizza, non aveva nemmeno digiunato nel corso del Ramadan: una condotta che nella patria islamica gli sarebbe costata la decapitazione. Eppure, a evento accaduto, è diventato un eroe esaltato su ogni possibile canale di comunicazione.

E Omar Mateen? Avrà anche ucciso 49 persone a Orlando, ma lui stesso era un assiduo frequentatore del locale gay che ha poi colpito. Omosessualità e comportamenti promiscui non sono tollerati dalle rigide regole del Califfato; eppure, a fatto compiuto, Mateen è stato osannato guadagnandosi così il distintivo di martire islamico.

Non sarà forse che, a causa dell’indebolimento dello Stato Islamico e della conseguente carenza di “personale” disposto a farsi esplodere, Al-Baghdadi sia diventato più morbido verso certe condotte prima non tollerate? La spiegazione appare chiara: il terrore è più importante della dottrina.

L’episodio di Las Vegas è ancora più emblematico: non esiste alcuna prova che colleghi Paddock all’estremismo islamico, eppure anche questa occasione è stata colta al volo. Ciò che rende la cosa curiosa è la quantità di media, anche autorevoli, che hanno riportato la notizia classificandola immediatamente come terrorismo a seguito del comunicato di Amaq, nonostante anche Joe Lombardo, sceriffo del Nevada, abbia tempestivamente dichiarato che Stephen Paddock: “Non appartiene a nessun gruppo fondamentalista”. Non sarà che questa assuefazione alla paura ci ha resi ciechi davanti all’evidenza? È il chiaro risultato che, almeno sul piano psicologico, il Califfato ha già vinto la battaglia.

Sull’Autore

Mi piace definirmi come un mix di curiosità, passione e ipocondria. Parlo di comunicazione, società e diritti.

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